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Perchè siam donne: Nonna Nerina e il carretto siciliano

Il talento di nonna Nerina: è lei la prima donna ad aver dipinto il carretto siciliano

Una passione che la accompagna sin da piccola, quando Nerina Chiarenza aspettava che il ferro si raffreddasse per iniziare a dipingere il legno con i colori vivaci

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La sua ultima opera è composta da 15 tavole dedicate all’Inferno, al Purgatorio e al Paradiso, commissionate da Firenze in occasione dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, per una nuova edizione illustrata della Divina Commedia e mette la cultura popolare artistica siciliana al servizio della più grande opera letteraria del mondo.

Nerina Chiarenza ha 87 anni, vive ad Aci Sant’Antonio, vicino ad Acireale, ed è la prima pittrice donna del carretto siciliano. Sin da bambina, uno dei simboli della Sicilia ha costellato la sua vita.

Suo padre Sebastiano Chiarenza, infatti, era un costruttore di carretti siciliani e Nerina è cresciuta in mezzo ai suoi lavori. Lo aiutava quando forgiava le ruote, spegneva il fuoco del ferro che poi doveva essere montato nel legno, cominciava ad appassionarsi alla pittura e a quei colori vivaci della tradizione.


Poi il matrimonio da giovanissima e i bambini da crescere le hanno fatto accantonare per qualche anno il suo grande amore con cui riprende a fare i conti a trent’anni, per non abbandonarlo mai più. Da gioco, quale lo considerava all’inizio, la sua arte è diventata un’attività professionale che porta avanti ancora oggi e che riscuote sempre più successo.

«Ho girato con le mie mostre l’Italia in lungo e in largo – racconta la signora Chiarenza. – Mio figlio è scultore, ho dipinto le figure dei carabinieri che lui realizza e ho esposto i miei lavori, molto apprezzati dagli americani, nelle basi Nato. Oltre alle figure richieste però ho portato in giro con me le mie opere più belle, ho portato la Sicilia ovunque».

Dipingendo tutte le parti – tavulazzu e casciata, purteddu, barruna, masciddara, chiavi e casci ’i fusu – del carretto siciliano, autentica opera d’arte da custodire e tutelare candidata a diventare Patrimonio Unesco, ha ricevuto riconoscimenti importanti.



Ha vinto il Premio Internazionale “Etna D’Oro” per la Pittura Folkloristica nel 1979 “per il prestigio che con i suoi colori ha saputo dare alla più autentica tradizione del folklore siciliano”, poi “La Clef de l’exportation” (Annèe de la Qualitè), a Parigi nel 1981 e ancora il Premio per la divulgazione del “Made in Italy” sul mercato tedesco alla Mostra dell’artigianato Italiano, svoltasi a Francoforte nel 1985.

La sua casa è il suo laboratorio e nei suoi carretti, oltre alle decorazioni con motivi geometrici e fitomorfi, risultano di particolare pregio le sponde, in cui riproduce come da tradizione le scene della Cavalleria Rusticana o la storia di Santa Genoveffa ma soprattutto le scene dell’Orlando furioso, da sempre le sue preferite.


Dal 2013 Nerina Chiarenza, grazie al suo talento, risulta formalmente iscritta nel “Registro delle eredità immateriali della Sicilia”, il registro dei tesori umani viventi che contribuisce alla salvaguardia del tesoro culturale dell’arte per tutelarne la sua utilizzazione e promozione.

Fonte: Il talento di nonna Nerina: è lei la prima donna ad aver dipinto il carretto siciliano (balarm.it)

La mia carissima amica Marina mi ha suggerito un titolo per questa mia rubrica del mercoledì. Mi è piaciuto moltissimo e l’ho subito adottato.

Ovviamente le motivazioni sono se stesse, parlare di donne che non hanno ricevuto i dovuti riconoscimenti e per il loro ingegno e per il lavoro svolto.

O temporaneamente dimenticate.

Solo per il fatto di essere donne

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perchè siam donne: le protagoniste del cambiamento alle Olimpiadi 2021!!!

Io affermo , e non solo io, che le donne cambieranno il mondo!
E non si può non avere notato come in queste tanto attese olimpiadi 2021, ex 2020, l’apporto femminile e nella qualità e nella quantità dei traguardi raggiunti nelle varie specialità agonistiche sia stato più che presente.
Sarà per questo che tante problematiche morali sono state messe in evidenza, anche con comportamenti e affermazioni assolutamente impensabili?

Non può che essere la prima di questo mio elenco parziale Simone Biles che ha rivelato con tanta semplicità l’altra faccia della competizione spietata che fa ottenere strabilianti risultati agli atleti. Non solo nello sport direi, in ogni campo.
Quando l’atleta americana si è fermata durante la prova al volteggio a queste Olimpiadi di Tokyo 2021, sono usciti diversi articoli in cui si ipotizzava un infortunio al piede.
Qualche ora più tardi si è scoperto che non era il suo piede, ma la sua salute mentale ad averle causato il ritiro.
E ho pensato “Bene allora, buon per te Simone!”
Mostrare a tutto il mondo che la salute mentale non vale meno della salute fisica è molto più impressionante di qualsiasi medaglia.
Facendo un passo indietro, Simone ha dato il permesso a ogni bambina di prendersi una pausa quando se ne ha bisogno.
Facendo un passo indietro, Simone ha dato il permesso a ogni persona di lasciar perdere lavori tossici e stressanti, relazioni violente e tutto ciò che fa male e prosciuga mentalmente.
Simone, era già una campionessa molto prima di mettere piede su qualsiasi podio.
Non si è tirata indietro a raccontare la sua storia di abusi del medico sportivo, Nassar e quando l’ha fatto ha sentito il peso che veniva dalla sua notorietà. «È stato molto difficile, ma ho pensato che raccontare la mia storia potesse incoraggiare altre persone a dire la loro».
Per lei era importante parlare per sostenere le colleghe che hanno denunciato gli abusi del medico della nazionale statunitense.
«Mi ha dato forza parlare perché la gente che mi ha guardata ha visto che io ero stata forte abbastanza e che potevano esserlo anche loro».

Si tratta di Kristina Timanovskaya, la velocista bielorussa che, pochi giorni fa, con un post su Instagram, aveva criticato pubblicamente gli allenatori che l’avevano iscritta, senza il suo consenso, alla staffetta 4×100. Subito l’atleta è stata ritirata dalla competizione e portata in aeroporto, dove solo grazie all’intervento della polizia giapponese si è scongiurato il rimpatrio forzato. Tra qualche giorno, Krystina Timanovskaya volerà in Polonia, dove le è stato concesso l’asilo politico.
Sotto accusa le autorità bielorusse che, secondo gli oppositori al regime di Lukašėnka, avrebbero cercato di costringerla a tornare a casa dalle Olimpiadi di Tokyo, dopo le critiche dell’atleta nei confronti della federazione bielorussa che l’aveva iscritta a sua insaputa nella staffetta 4×400.
Ma in aeroporto ha fatto un video appello al Cio, chiedendo la protezione della polizia: «Stanno cercando di portarmi fuori dal Giappone senza il mio consenso. Chiedo al Cio di intervenire».A comunicare la notizia è lo stesso Cio, il Comitato Olimpico Internazionale, il cui portavoce, Mark Adams, ha dichiarato che Timanovskaya è stata costretta a fare le valigie e andare in aerporto, dove ha trascorso la notte in un hotel in totale isolamento.
Al momento, Kristina è in un hotel di Tokyo sotto la custodia della polizia e ha chiesto agli agenti giapponesi asilo politico.
Tra qualche giorno, Krystina Timanovskaya volerà in Polonia, dove le è stato concesso l’asilo politico.

 Lucilla Boari ha conquistato il bronzo nel tiro con l’arco battendo con il risultato di 7-1 l’americana Mackenzie Brown. È il ventesimo titolo per gli Azzurri in questa edizione delle Olimpiadi di Tokyo. L’ultimo titolo della specialità, ma nel torneo maschile, risaliva a Giochi disputati a Londra nel 2012: allora arrivò la medaglia d’oro a squadre.
Terzo posto importante e medaglia storica per la selezione femminile azzurra, finora mai salita sul podio iridato. “È tutta una questione una testa la cosa fondamentale è stata la testa – aveva detto tra una prova e l’altra di una giornata intensa, che l’ha vista anche a un passo dalla finale per l’oro -. Ci devi stare, devi aggrapparti al match con tutto quello che hai”.
E con quanta naturalezza saluta e ringrazia dei complimenti la “ sua ragazza”! Appoggiata da una meravigliosa famiglia che è fiera della sua felicità in tutte le sue scelte e traguardi, in tutte sottolinea il padre!
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Il caso delle giocatrici di pallamano della Norvegia, multate 150 euro ciascuna (per una cifra complessiva di 1500 euro) per via dei loro pantaloncini, non conformi alle regole – che invece impongono loro di giocare indossando ciò che, in buona sintesi, è la parte inferiore di un bikini – ha scatenato una discussione che, 5 anni fa, non avrebbe mai avuto neanche luogo, e che mira ad identificare ed eradicare quei doppi standard di genere che, per lo stesso motivo, consentono ai loro colleghi uomini di affrontare le maggiori competizioni indossando ,pantaloncini che possono salire fino a 10 centimetri dal ginocchio, a patto che non siano troppo larghi.

La popstar americana Pink condivide la lotta al sessismo delle atlete norvegesi e si è offerta di pagare i 1.500 euro di multa inflitti dalla Federazione al team femminile, per aver indossato i pantaloncini al posto del succinto e consueto bikini. “
“Sono molto orgogliosa della squadra femminile norvegese di pallamano da spiaggia che ha protestato per le regole sessiste sulla loro uniforme – scrive la popstar americana su Twitter –  la federazione europea di pallamano deve essere multata per sessismo. Brave, signore. Sarò felice di pagare le vostre multe. Continuate così”.

200 metri donne: Elaine Thompson-Herah nella storia!
Aveva già realizzato la doppietta 100m – 200m a Rio 2016 e lo ha fatto di nuovo a Tokyo 2020: la giamaicana Elaine Thompson-Herah è la prima donna a bissare la vittoria Olimpica nei 100-200 metri nella storia dell’atletica!
La giamaicana ha finito la gara in 21.53, un tempo che rappresenta il suo record personale oltre che quello nazionale.
Il 31 luglio, invece, Thompson-Herah aveva vinto l’oro nei 100 m, stracciando il record Olimpico con 10.60, davanti alle connazionali Shelly-Ann Fraser-Pryce e Shericka Jackson. Thompson-Herah ha messo a segno, quindi, la fantastica doppietta 100m – 200m anche a Tokyo 2020!
La giamaicana, infatti, aveva già ottenuto lo stesso brillante risultato a Rio 2016, dove aveva trionfato nei 100m (10.71) e poi nei 200m (21.78). Ha quindi frantumato i suoi record e realizzato una doppietta che profuma di storia.

Gabby Thomas la prima laureata ad Harvard a vincere una medaglia ai Giochi Olimpici.
Gabrielle Thomas è un’atleta di atletica leggera americana. È la terza donna più veloce di tutti i tempi nei 200 metri con il suo risultato di 21,61 secondi, stabilito alle prove olimpiche statunitensi del 2020.
Ha vinto la medaglia di bronzo ai 200 metri delle Olimpiadi estive del 2020.
Come ricorda Time, nel 1896 un ex studente di Harvard vinse una medaglia d’oro nel salto triplo, ma non riuscì mai a completare gli studi e laurearsi presso la prestigiosissima Università.
Gabby Thomas, originaria di Atlanta, ha iniziato a correre grazie alle sollecitazioni di sua madre, la dottoressa Jennifer Randall. Nonostante ciò, Gabby non ha preso sul serio la corsa, almeno fino al suo primo anno di liceo presso la Williston Northampton School in Massachusetts.
Nel frattempo, l’atleta si è anche laureata in neurobiologia e salute globale, ispirata dall’apprendimento dell’esperimento di Tuskegee durante un corso universitario. Un interesse che le deriva anche dal fatto che suo fratello gemello ha l’ADHD (Disturbo da deficit di attenzione e iperattività) e suo fratello minore è autistico. “Entrambi i miei fratelli mi hanno portato alla neurobiologia”, ha detto Gabby in un’intervista.

Forse il nome di Luciana Alvarado non vi dirà molto, ma questa ragazza di 18 anni entrerà nella storia delle olimpiadi.
Luciana è una ginnasta della Costa Rica e, oltre ad essere stata la prima a qualificarsi per la competizione è stata anche la prima a manifestare per il Black Lives Matter durante un’esibizione.
Il 25 luglio Luciana Alvarado ha fatto la sua routine a terra su note allegre e caraibiche, saltando da una parte all’altra della pedana tra le scritte di Tokyo 2000 e regalando momenti di sport appassionato. Per concludere la sua coreografia, Alvarado ha deciso di unire alla sua routine (così si chiama l’esibizione in gergo tecnico) la combinazione di due gesti a sostegno del movimento Black Lives Matter
Come ha commentato lei al podcast GymCastic: “Sento che se fai qualcosa che unisce tutti, ti fai riconoscere come uno che ‘Sì, sei uno dei miei, capisci le cose'” ha spiegato la ginnasta, per poi concludere: “È importante che tutti vengano trattati con rispetto e dignità e che tutti abbiano glistessi diritti. Perché siamo tutti uguali e siamo tutti belli e fantastici, quindi penso che sia per questo che amo avere questo gesto nella mia routine”.

Il Cio ha chiesto e ottenuto da molti Paesi che all’apertura sfilino una coppia di portabandiera, in nome dell’equità di genere in un’edizione che si preannuncia come un’Olimpiade al femminile a cominciare dai numeri. La marcia è lunga, il traguardo più vicino di quel che potesse immaginare Stamàta: così l’Italia con Jessica Rossi-Elia Viviani, ma anche gli Stati Uniti, la Cina, il Brasile, e poi Iran, Algeria, Marocco hanno aderito alla scelta di parità durante la sfilata.

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Perchè siam donne: 100 anni e dieci medaglie olimpiche per amore

Non concentrarti sulla vittoria… ma fallo per amore” – Agnes Keleti

La centenaria Olimpica Agnes Keleti è sopravvissuta alle persecuzioni e alla Shoa, diventando in seguito una campionessa.

“Devi amare la vita e guardare sempre il lato positivo”.

Questo è il segreto di Agnes Keleti che con i suoi 100 anni si afferma come la più anziana campionessa Olimpica vivente:

Questa filosofia è sempre rimasta scandita in ogni momento della sua vita. Dal successo, alle tragedie, fino alla resilienza.

Nata come brillante ginnasta, Agnes non avrebbe mai potuto immaginare che i tanti fattori esterni avrebbero condizionato così tanto la sua infanzia.

All’età di 16 anni la giovane Agnes, piena di grandi aspettative e speranze, vinse i campionati nazionali ungheresi e, da li in poi il suo obiettivo fu quello di esibirsi nel più grande palcoscenico di questo sport, ovvero le Olimpiadi.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, però, sconvolse ogni cosa.

Il paese natale di Agnes cadde sotto l’occupazione nazista e, a causa dei suoi antenati ebrei, l’unica speranza di sopravvivenza per lei fu quella di nascondersi e assumere la falsa identità di una domestica cristiana. Lei, sua madre e la sorella riuscirono a sopravvivere, mentre suo padre e altri parenti furono uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau.

Dopo la fine della guerra, Agnes prese la decisione di tornare alla sua carriera di ginnasta. Il suo obiettivo rimase sempre lo stesso: le Olimpiadi.

A Londra 1948 tuttavia, Agnes dovette rinunciare a causa di un infortunio ai legamenti: fu la terza Olimpiade consecutiva che perse, ma quattro anni dopo finalmente ci riuscì.

Helsinki 52 infatti, segnò il suo debutto Olimpico. A 31 anni Agnes risultava ben oltre l’età media delle sue rivali (23 anni), ma alla fine fece grandi risultati. La ginnasta, infatti, sbancò Helsinki con una medaglia d’oro, un argento e due bronzi.

I suoi risultati la spinsero ad altre Olimpiadi, mostrando finalmente a tutti il suo talento già evidente sin dai primi campionati nazionali nel 1937.

Ai Giochi Olimpici di Melbourne nel 1956 batté la leggendaria ginnasta sovietica Laris Latynina vincendo altre sei medaglie, quattro delle quali d’oro.

Delle dieci medaglie ottenute, la prima è quella a cui Agnes tiene di più. “La mia preferita è la medaglia d’oro per gli esercizi a corpo libero”.

“È il mio esercizio preferito perché a terra è il luogo in cui faccio ciò che voglio e posso essere me stessa”.A differenza delle discipline ginniche che fanno perno sugli attrezzi, a terra Keleti riuscì a esprimersi sempre al meglio. Per il fatto di essere donna, sa che ha dovuto lottare il doppio degli uomini per ottenere quei risultati.

E il suo primo oro è stato un momento di grande rivalsa per Agnes.

Dopo la carriera, comunque, la ginnasta non si fermò. Le tensioni politiche peggiorarono in Ungheria, così decise di cercare asilo in Australia, prima di emigrare in Israele nel 1957.

Lì si formò per diventare l’allenatrice della Nazionale israeliana di Ginnastica. E l’insegnamento ai suoi studenti si basò sempre su un perno fondamentale: ‘’Molte ripetizioni portano grandi risultati!”.

Agnes ha dovuto lottare molto per realizzare i suoi sogni e ora ha voluto dare qualche consiglio a tutti coloro che si recheranno a Tokyo 2020, i quali dovranno indubbiamente farne tesoro.

Il miglior consiglio è di non subire le circostanze. Dal dove ti trovi al tempo che fa. Bisogna sempre tirare fuori il meglio da se stessi”.

La luce duratura della fiamma Olimpica è un qualcosa che per Agnes rappresenta una costante in un mondo totalmente cambiato, con il suo ricordo preferito dell’uomo sbarcato sulla luna legato all’umanità.

Una nuova generazione affronterà l’Olimpiade, ma c’è un atleta che lei terrà d’occhio. Una ginnasta che, come lei, terrà sempre inciso il suo nome negli annali della storia: Simone Biles.

‘’Mi piacerebbe vederla trionfare in ancora più esercizi”, diceAgnes.

Biles vanta già quattro ori Olimpici a suo nome, ma per una ginnasta non c’è onore più grande del riconoscimento della propria poliedricità e innovazione. “Spero per lei che tutto ciò che ha in mente si realizzerà in queste Olimpiadi”. La vita di Agnes Keleti è la vera definizione di spirito Olimpico.

La sua storia deve essere da esempio per tutti coloro che vogliono superare le avversità e raggiungere l’Olimpo.

https://olympics.com/it/notizie-in-primo-piano/agnes-keleti-non-concentrarti-sulla-vittoria-ma-fallo-per-amore

Sebben che siamo donne” è il titolo di uno dei tanti canti delle donne mondine che rivendicavano il loro salario come al solito minore di quello degli uomini.Con questo titolo pubblicherò articoli che parlano di donne che non hanno ricevuto i dovuti riconoscimenti e per il loro ingegno e per il lavoro fatto.

O temporaneamente dimenticate.

Solo per il fatto di essere donne.

https://www.open.online/2021/07/27/tokyo-2020-ginnasta-luciana-alvarado-ginocchio-razzismo-video/

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Perchè siam donne: Lady Oscar!Si può essere eroina di cartone ma di grande spessore!

Riyoko Ikeda è un nota fumettista e soprano giapponese, discendente da una antica famiglia di samurai,da sempre affascinata dalle ambientazioni storiche e da personaggi femminili inquieti e passionali.

Dopo una serie di racconti brevi, il successo giunge nel 1972, quando pubblica la sua opera più famosa, Lady Oscar che diventa nel 1984 una saga e un modello per tante ragazze e non solo. Contemporaneamente si diploma in canto e nel 2003 incide il suo primo disco.

Anche un cartone animato può stravolgere degli stereotipi.

Nata donna, ma cresciuta dal padre come un uomo, Oscar François de Jarjayes ha fatto subito discutere di sé per la sua identità sessuale ambigua, diventando uno dei personaggi più antesignani storia. Con il suo portamento fiero, l’alone di mistero e la chioma bionda scomposta al posto dei boccoli, Lady Oscar ha messo in discussione l’immagine femminile stereotipata dei cartoni di un tempo e ha fatto dell’indipendenza il suo cavallo di battaglia.

La storia di Lady Oscar si ispira a quella di Marie-Jeanne Shellinck

Travestita da uomo, la donna si arruolò nell’esercito francese intorno al 1792 e si batté nello scontro di Jemappes. Il 10 novembre dello stesso anno venne nominata sottotenente e lasciò il servizio militare solo per sposare il suo tenente. Con lui combatté ancora fino al 1808 quando poi si ritirò a Lille.

Il nome di Lady Oscar è ispirato a quello di François Augustin Reynier de Jarjayes: un conte, cavaliere coraggioso che cercò di salvare la famigliare reale durante la rivoluzione e di far evadere la regina. Lui però fu punito con la ghigliottina.

Nel cartone animato ci sono tantissimi personaggi realmente esistiti

Il conte Hans Axel von Fersen ad esempio, è realmente esistito: era il presunto amante di Maria Antonietta di Francia e organizzò la fuga a Varennes. Morì nel 1810, linciato dalla folla che lo accusava di aver avvelenato l’erede al trono di Svezia. Personaggi reali anche la contessa Du Barry, Jeanne Valois, la duchessa di Polignac.

Proprio per l’ambigua identità sessuale, il cartone animato ha subito pesanti censure in Italia. Il timore era quello di non essere adatto a dei bambini, trattando temi come il sesso o la prostituzione. C’è una scena che appare molto diversa rispetto all’originale: quella di Rosalie che si lancia in strada davanti alla carrozza di Oscar, chiedendole l’elemosina per poter acquistare le medicine per la mamma ammalata. Nella versione originale, in realtà Rosalie faceva la prostituta, e durante il loro primo incontro si offre a Oscar in cambio del denaro che le occorre.

Viene affrontato anche l’argomento omosessualità. Anche in questo caso, pesanti furono i tagli della censura itaiana nella scena del processo di Jeanne Valois.

Nella versione originale, Jeanne muove pesanti accuse alla Regina, insinuando che avesse una amicizia ambigua sia con la Contessa di Polignac che con la strana donna che si veste come un uomo, vale a dire Oscar. Nella versione trasmessa in Italia, invece, le accuse di Jeanne sono molto più vaghe e non si fa nessun minimo accenno a relazioni omosessuali tra la Regina e le altre due donne.

Nell’originale nipponico gran parte dei personaggi di contorno o sullo sfondo non sa che Oscar è una donna e si rivolge a lei con il suo titolo militare.

In Italia diventa invece per tutti “Madamigella Oscar”.

Il film live action di Lady Oscar è nato ancor prima del cartone, nel ’78.

Fu il regista Jacques Demy (Josephine) a scrivere e dirigere questo adattamento del manga di Riyoko Ikeda, scegliendo come protagonista l’inglese Catriona MacColl. In Italia il film arrivò con le voci dei doppiatori del cartone, per cavalcarne l’onda. La giovane Oscar François de Jarjayes era interpreta da una bambina londinese di dieci anni.

 Liberamente tratto da:

https://www.huffingtonpost.it/entry/lady-oscar-compie-40-anni-10-cose-che-non-sapevi-sulleroina-ribelle_it_5d9f3d10e4b087efdba9d981

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Manga (漫画ascolta) è un termine giapponese che indica i fumetti di piccolo formato originari del Giappone. Il termine indica tutti i fumetti, indipendentemente dal target, dalle tematiche e dalla nazionalità di origine.

Il fumetto giapponese include opere in una grande varietà di generi, come avventura,romantico,storico,commedia,fantascienza,fantasy,giallo,horror,ed erotico.

A partire dagli anni cinquanta il manga è diventato uno dei settori principali nell’industria editoriale giapponese,con un mercato di 406 miliardi di yen nel 2007 e 420 miliardi nel 2009

Benché nata in Giappone, questa forma di intrattenimento è stata esportata e tradotta in tutto il mondo,con una platea internazionale molto nutrita.

https://it.wikipedia.org/wiki/Manga

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Perchè siam donne: Una favola? Perchè è una donna! Quando si crede in un sogno ogni sogno diventa realtà!

Una favola con un bel lieto fine, non si potrebbe definire altrimenti la storia di Glass Marcano, giovane ragazza venezuelana, figlia di una famiglia resa ancora più povera dalla crisi economica prima, e dalla pandemia poi.

La mamma ha un negozio di frutta, e Glass la aiuta come può, lavorando nel negozio, studiando tra un cliente e l’altro.

Glass è anche una bambina prodigio della musica: ha iniziato a 4 anni a suonare il violino. A soli 8 anni è entrata al conservatorio, e a 11 ha cominciato a suonare in diverse orchestre venezuelane. Poi l’ingresso nel “Sistema”, la fondazione musicale voluta e diretta da José Antonio Abreu, che credeva fortemente nel ruolo della musica per il riscatto sociale dei giovani. Qui Glass studia direzione d’orchestra.

Nel frattempo, si laurea in giurisprudenza, e diventa direttrice dell’orchestra giovanile sinfonica del conservatorio Simón Bolívar, continuando a lavorare anche nel negozio di frutta e verdura. Una vita faticosa e impegnativa per una ragazza tenace e volenterosa.

Poi un giorno scopre che l’Orchestra Mozart di Parigi organizza un concorso, “la Maestra”, per selezionare una direttrice d’orchestra. Sarebbe il sogno della sua vita partecipare, ma Glass non ha i soldi per la quota di iscrizione. Sono 150 euro, e Glass non li ha. Non li può chiedere ai genitori, perché nemmeno loro li hanno. Il sogno purtroppo non si può realizzare, eppure era così a portata di mano.

Ma questa è una favola e come in tutte le favole che si rispettino ci sono le fatine buone.

Questa volta la fatina ha le sembianze di amici e parenti di Glass, che fanno una colletta per prestarle i soldi. Non si può perdere questa occasione, Glass deve partire, deve iscriversi al concorso, deve almeno provarci. Allora Glass paga la quota, manda un video con le sue esibizioni e supera la preselezione: parteciperà alle finali del concorso, a Parigi, nel marzo 2020.

Però arriva la pandemia, e il concorso viene rimandato: il sogno si allontana di nuovo. Ma con l’estate la situazione in Europa migliora, e il concorso viene fissato a settembre.

Solo che mentre in Europa le cose vanno meglio, il Venezuela attraversa una fase durissima e quindi il governo attua tutta una serie di misure di contenimento. Tra cui la chiusura dello spazio aereo: non ci sono più voli, Glass non può partire.

Il sogno sembra di nuovo irrealizzabile.

E invece no, perché altre fatine buone, questa volta con le sembianze di funzionari dell’ambasciata francese in Venezuela, e dell’ambasciata venezuelana in Francia, riescono a far salire Glass e il suo sogno su un volo umanitario diretto a Madrid per rimpatriare gli spagnoli bloccati in Venezuela.

Glass poi arriva a Parigi, partecipa al concorso, ma non vince.

Eppure la sua esibizione commuove la giuria, che non rimane insensibile davanti alla sua bravura, e le conferisce un premio speciale: una borsa di studio per il Conservatorio di Parigi.

Oggi Glass Marcano è ancora in Francia, dove studia, suona, si esibisce, e viene apprezzata per il suo grande talento. Recentemente è stata invitata a dirigere l’Opera di Tours per tutto il 2022.

Una vera favola, con una protagonista coraggiosa, degli amici generosi, un sogno da realizzare, solo che al posto della bacchetta magica, in questa favola c’è la bacchetta di una giovane direttrice d’orchestra, carismatica, determinata, energica e talentuosa.

Ma forse anche questa bacchetta può essere un po’ magica, se riesce a trasformare i sogni in realtà..

La farfalla della gentilezza

Tutto l’universo cospira affinché chi lo desidera con tutto sé stesso possa riuscire a realizzare i propri sogni.

Paulo Coelho

La mia carissima amica Marina mi ha suggerito un titolo per questa mia rubrica del mercoledì.Mi è piaciuto moltissimo e l’ho subito adottato.

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Perchè siam donne: Perdere qualche volta porta a grandi vittorie ! Così Anna Muzychuk!

Anna Muzychuk è una giovane ragazza ucraina, 28 anni ed è una grande anzi grandissima campionessa di scacchi.

Anna ha un passato scintillante illuminato da riconoscimenti, medaglie e titoli iridati.

Nel 2004 gioca per la Slovenia alle olimpiadi di scacchi, nel 2012 diventa Gran Maestro, la più alta onorificenza per un giocatore per non contare gli europei vinti e i mondiali conquistati.

Al di là delle naturali attitudini, per emergere in questo gioco, ci vogliono capacità strategiche, concentrazione, memoria, capacità di valutazione, uso efficace dei dati e tanto tanto allenamento. Insomma per diventare un campione il percorso è lungo e complicato ma se hai due genitori come quelli di Anna  il problema è risolto!

Per papà e mamma Muzychuk, istruttori onorari dell’Ucraina, è stato naturale insegnare fin da piccole, ad Anna e alla sorella, le basi del gioco. Nel 1999 partecipano alle prime gare organizzate nella scuola elementare per bambini fino ai 10anni. La carriera di Anna e quella di Marja decollano intersecandosi a fasi alterne tra successi e tante soddisfazioni.

Anna per esempio, dal 2003 al 2010 conquista due campionati ucraini, un campionato mondiale under 16 e un mondiale juniores. Nel 2014 conquista la medaglia d’oro al campionato mondiale lampo femminile (con un tempo a disposizione di ciascun giocatore di cinque minuti o inferiore per tutta la partita).

Dopo due anni vince il premio per la miglior giocatrice donna all‘Open magistrale a Gibilterra e a settembre dello stesso anno gioca le Olimpiadi scacchistiche femminili con la squadra dell’Ucraina dove conquista, oltre alla medaglia di bronzo a squadre, la medaglia d’oro individuale. A dicembre a Doha vince il campionato del mondo.

Anche Marja non è da meno. A soli 10 anni vince la medaglia d’oro del campionato europeo femminile e il campionato del mondo, nel 2007 riceve il titolo di Gran Maestro femminile e in seguito di Maestro internazionale.

Dal 2008 al 2012 è tra le dieci migliori giocatrici del mondo e nel 2015 vince il campionato mondiale.

Per le due sorelle ma soprattutto per Anna sarebbe facile ripresentarsi nel 2017 al Rapid and Blitz Chess Championship di Riad, in Arabia Saudita per vincere i titoli mondiali e un montepremi da capogiro messo in palio da principe ereditario Mohammed Bin Salman.

A febbraio Anna, al contrario di altre colleghe, accettò di mettersi il velo e di partecipare ai mondiali di scacchi in Iran, vincendoli, con un leggero hijab in testa. Forse è per questo che la sua presenza è data per scontata.

Oltre al titolo di Gram Maestro è infatti campionessa mondiale sia nella specialità degli scacchi “blitz” (le partite hanno una durata massima di dieci minuti) che nel “gioco rapido” (le partite possono durare fino a un’ora). Per lei sarebbe un gioco da ragazzi ma all’ultimo momento Anna decide di non partecipare rinunciando a due medaglie d’oro praticamente sicure.

Lo spiega lei, senza timori, e sono parole che pesano!

Tra pochi giorni perderò due titoli del campionato del mondo, uno dopo l’altro. Ho deciso di non andare in Arabia Saudita. Per non giocare secondo le regole di qualcun altro, per non indossare l’abaya (un lungo vestito che copre per intero il corpo della donna, ndr), per non essere necessariamente scortata quando sono fuori, per non sentirmi una creatura di seconda categoria.

Anna non è sola nella scelta, anche Marja sceglie di non partecipare al torneo per non soccombere alla regola che costringe le donne a gareggiare indossando l’abaya, un lenzuolo nero che copre le donne arabe dalla testa ai piedi.

Niente gara niente premio, ma ad Anna poco importa!

La sua è una scelta che va oltre la mera competizione.

È una aperta rinuncia per non voler essere considerata un essere inferiore e rispetto verso le donne arabe, ancora oggi, costrette a sottostare al volere dell’uomo, camminare per strada accompagnate da qualcuno, a non poter guidare l’auto, né entrare in un cinema o assistere ad un evento sportivo.

Puoi immaginare quanto l’assenza della campionessa mondiale  possa aver smosso le acque più che le coscienze.

La Federazione mondiale raggiunse compromessi con gli organizzatori arabi: far vestire le giocatrici con abiti abbottonati fino al collo, ma nulla di più.

Anna non accetta nessun compromesso, una scelta che con la sorella, paga con l’indifferenza generale. Si è preferito ignorare il messaggio piuttosto che dargli il giusto valore, ma Anna Muzychuk le idee le ha sempre avute ben chiare,

 Ho rinunciato a un guadagno superiore a quello che potrebbero darmi 12 eventi simili. Una presa di posizione per far valere i principi in cui  crediamo. […] La cosa più terribile è che a nessuno interessi”

Sono passati tre anni da quell’episodio ma la situazione non è cambiata.

L’esempio di Anna, convinta che perdere qualche volta porta a grandi vittorie, sarà fonte di ispirazione e coraggio per tutte le donne

fonte: tratto liberamente

https://libri.icrewplay.com/sport-in-book-la-scelta-di-anna-muzychuk/

La mia carissima amica Marina mi ha suggerito un titolo per questa mia rubrica del mercoledì.Mi è piaciuto moltissimo e l’ho subito adottato.

Ovviamente le motivazioni sono se stesse, parlare di donne che non hanno ricevuto i dovuti riconoscimenti e per il loro ingegno e per il lavoro svolto.

O temporaneamente dimenticate.

Solo per il fatto di essere donne

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Sebben che siamo donne: Esprimere la filosofia dell’Universo può ispirare ogni forma di espressione artistica. E così il tempo non ha limiti!

Yayoi Kusama è un’artista giapponese nata nel 1929 a Matsumoto City, in Giappone. Ha studiato pittura a Kyoto prima di spostarsi a Seattle nel 1957 e poi a New York, un anno dopo.

E’ oggi considerata fra i più importanti artisti giapponesi contemporanei.

Ha lavorato in una vasta gamma di discipline: arti visive, danza, moda, design fino alla scrittura e alla composizione musicale.

La sua produzione abbraccia la corrente surrealista,l’Espressionismo astratto,il Minimalismo, l’Art Brut, la Pop Art, la Land Art e persino e persino lo Psichedelismo.

L’’intento della sua arte è quello di condurre un ‘’indagine sul concetto di percezione del cosmo e di infinito, oltre che un inno alla bellezza della vita.

“Con un solo puntino, non possiamo ottenere nulla. Nell’universo, c’e’ il sole, la luna, la terra e miliardi di stelle. Cercare di capire la filosofia dell’universo attraverso l’arte mi ha portato a perseguire una cosiddetta ripetizione stereotipica”

I suoi giganteschi fiori dai colori vivi e brillanti intendono esprimere il senso di rigenerazione, di crescita e transizione propri del ciclo naturale.
I pois, invece,  una forma di smaterializzazione paragonabile ai palpiti del cosmo, ai movimenti dei corpi celesti

Yayoi continua ad esplorare il concetto di infinito con le “Infinity Mirror Room”, passando dalla superficie bidimensionale delle tele ad un ambiente di riflessione speculare, dovuto all’effetto caleidoscopico delle superfici specchianti che genera uno spazio inesauribile; il corpo viene frammentato dalle pareti a specchio e riprodotto all’’infinito.

Nel 1958, a 29 anni, Yayoi fugge da dall’incomunicabilità con i genitori e da un Giappone intossicato dal patriarcato – in valigia, sessanta kimono e duemila fra disegni e dipinti da vendere.
Approda a New York, la “naked city”, che dopo gli inizi fatti di stenti la consacra – anche grazie al patrocinio di Andy Warhol – come una delle artiste più innovative del suo tempo e come la regina degli hippie e del pacifismo, icona delle lotte contro il sessismo e il tradizionalismo, pur non avendo mai partecipato attivamente al movimento femminista.

Nel 1966, insieme a Louise Bourgeois e Eva Hesse, partecipo’ alla mostra “Astrazione eccentrica”a New York e fece parte dell’avanguardia di artiste femministe degli anni ’60.

Nonostante il successo dei primi anni, Yayoi fu costretta a tornare in Giappone nel 1970 perché affetta da gravi problemi mentali che la costrinsero a ritirarsi dalla scena artistica per alcuni decenni.

Nel 1993 Yayoi ritornò a produrre arte rappresentando il Giappone alla Biennale di Venezia.

Il 2017 fu un altro anno molto prolifico per l’artista: presento’ l’opera “Yayoi Kusama: Infinity Mirrors” al Hirshhorn Museum a Washington, D.C., “Yayoi Kusama: Life is the Heart of Rainbow” alla National Gallery di Singapore e altre due esibizioni personali al David Zwirner di New York.

Oggi, novantenne, Yayoi Kusama vive per volontà personale nell’ospedale psichiatrico di Seiwa e dipinge quasi quotidianamente nel suo studio a Shinjuku.

Mentre la grande artista giapponese si avvia verso i cento anni di età, la Germania le dedica una ricca retrospettiva. Con opere inedite e una ricerca storica inappuntabile.

Dal pavimento dello storico atrio del Martin-Gropius-Bau si ergono immensi tentacoli rosa che si ergono verso il cielo:
Si chiama A Bouquet of Love I Saw in the Universe ed è l’installazione di tentacoli gonfiabili appositamente realizzata dalla 92enne Yayoi per questa prima retrospettiva sul suolo tedesco.

Sebben che siamo donne” è il titolo di uno dei tanti canti delle donne mondine che rivendicavano il loro salario come al solito minore di quello degli uomini.Con questo titolo pubblicherò articoli che parlano di donne che non hanno ricevuto i dovuti riconoscimenti e per il loro ingegno e per il lavoro fatto.

O temporaneamente dimenticate.

Solo per il fatto di essere donne.

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Sebben che siamo donne: Vogliamo essere non apparire come vuole il clichè!

Preferisco apparire come sono davvero.

Lei è Kate Winslet si è espressa con un no deciso all’intervento in post produzione per rimuovere “la pancia gonfia” in una scena di “Mare of Easttown”. Marianne, il suo personaggio, è una detective che indaga su un omicidio.

Quello che mi preoccupa è che i volti sono belli. I volti che cambiano, che si muovono, sono volti belli, ma abbiamo smesso di imparare ad amare quei volti perché continuiamo a coprirli con filtri a causa dei social e chiunque può photoshoppare se stesso.

Non vedo questa generazione cambiare, e mi rende solo triste perché spero che non manchino di essere presenti nella vita reale, senza puntare a ideali irraggiungibili”.

Kate ha rilasciato un’intervista con il New York Times, in cui afferma che il regista Craig Zobel le ha detto che avrebbe rimosso “una parte di pancia gonfia” in una scena. “Non osare!” ha risposto lei.

Che ha voluto anche che venisse modificato il poster perché li il suo viso era ritoccato. “Ragazzi, so quante linee ho intorno agli occhi. Per favore, rimettetele tutte a posto”.

L’attrice conduce questa sua battaglia simbolica da tempo.

Sin dai suoi esordi davanti alla telecamera e, in particolare, con il fenomeno Titanic, colossal nel quale recitava nel ruolo della protagonista, Kate Winslet ha dovuto tener fronte a innumerevoli commenti sulla sua silhouette.

Kate , allora diciannovenne,venne letteralmente denigrata dalla stampa occidentale, che invece di lodare le sue doti artistiche, si concentrò per anni a ripetere quanto fosse rotondetta, troppo burrosa per essere credibile come oggetto dei desideri della co-star Leonardo Di Caprio (sul cui peso, nessuno ha mai avuto da ridire).

Tra i commenti più gentili apparsi sui giornali del 1998, data di uscita del film: «Se solo avesse avuto un paio di chili in meno, Leo sarebbe riuscito a stare con lei sulla zattera e a salvarsi».

Già qualche mese fa Kate aveva confessato di essersi sentita a lungo “fuori posto a Hollywood, percepita e descritta come “la più grassa dei casting” per molto, moltissimo tempo. Abituata a non rientrare nei canoni estetici (maschilisti ?) di Hollywood, Kate Winslet è dotata della personalità giusta per farcela, nonostante tutto, portando alta la bandiera del body positive e credendoci veramente.

Nel 2015 aveva inserito una clausola per vietare l’utilizzo di Photoshop nel suo contratto pubblicitario con l’Oreal.

Abbiamo una responsabilità per le giovani generazioni di donne“.

E in un’altra occasione ha affermato

“Da bambina non ho mai sentito una donna dirmi “io amo il mio corpo. Non mia madre, non la mia sorella maggiore, né la mia migliore amica. Difficile sentire una donna dire: sono così orgogliosa del mio corpo. Dunque ho deciso di dirlo io a mia figlia perché la percezione dell’orgoglio di sé e del proprio corpo deve cominciare presto”.

Oggi che ha 46 anni, dice del suo personaggio: “È una donna perfettamente funzionante e imperfetta, con un corpo, un viso e un modo di muoversi che rappresentano la sua età, la sua vita e il luogo da cui proviene. Ci manca tutto questo”.

Sebben che siamo donne” è il titolo di uno dei tanti canti delle donne mondine che rivendicavano il loro salario come al solito minore di quello degli uomini.Con questo titolo pubblicherò articoli che parlano di donne che non hanno ricevuto i dovuti riconoscimenti e per il loro ingegno e per il lavoro fatto.

O temporaneamente dimenticate.

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Sebben che siamo donne : Attraversare la vita a passo di danza guardando sempre avanti

Danzatrice, pittrice e ora, costretta a casa per il Covid, anche scrittrice. La signora australiana non vuol sentire nominare la parola “vecchia”. “Sono solo qui da molto tempo e lungo la strada ho imparato tante cose”, racconta nella sua ultima intervista

Quando la prima guerra mondiale scoppiò Eileen Kramer era nata da poco e quando il conflitto cessò aveva appena compiuto 4 anni.

Ed è tuttora in attività con spettacoli, progetti coreografici e ora anche un libro, l’età è solo un numero sulla carta d’identità.

Nata a Sydney nel 1914, a 106 anni è lei la danzatrice più anziana, anzi “antica”, del mondo che a passo di danza ha attraversato il Secolo Breve in un lampo e a guardarla sembra ancora una ragazza.

Ballerina, coreografa, pittrice e, dallo scoppio della pandemia, anche scrittrice, Eileen ha vissuto una vita avventurosa tra Francia, India e Stati Uniti, sempre insieme alla Bodenwieser Ballet, la sua compagnia di ballo che non l’ha mai tradita e alla quale è rimasta legata fino all’età di 99 anni, quando ha poi deciso di fare ritorno a Sydney per dedicarsi a nuovi progetti.

Da allora “sono sempre molto impegnata – ha raccontato in un’intervista alla Bbc AustraliaMi sono esibita in tre importanti balletti. Ho partecipato a due festival di danza e ho recitato in un film“.

Ripercorrere i ricordi di una vita così lunga sarebbe impresa ardua per tutti, ma non per Eileen che del suo primo secolo di vita ricorda ogni cosa.

Dalle notti al casinò di Dieppe di Parigi dove imparò a ballare il twist con Louis Armstrong alle sessioni di posa per alcuni artisti famosi, che la cercavano come modella per i loro nudi.

“Che male c’è a posare nuda? È arte. E avevo bisogno di guadagnare per pagarmi l’affitto. Era una scelta non priva di pericoli, ma conoscevo i clienti e le loro maniere” – spiega Eileen, che dopo anni come modella nel 2019 ha deciso di prendere pennelli e colori e partecipare al concorso di pittura The Archibald Prize con un proprio autoritratto.

Tra i progetti più recenti c’è anche la scrittura, che durante l’ultimo anno e mezzo di Covid è stata per lei una vera terapia.

Oggi ha all’attivo tre libri, di cui l’ultimo dedicato all’ambientazione del film in cui ha recitato: l’interno di un fico di Moreton Bay, nella periferia di Sydney. “La pandemia non mi ha fatto sentire isolata. Avevo la scrittura. Quale migliore compagnia?” – spiega la ballerina, che data la veneranda età è stata vaccinata da tempo.

In 106 anni Eileen Kramer non si è mai sposata e non ha avuto figli.

“Ho evitato gli inconvenienti della vita di una ballerina . Ho passato gran parte della mia vita in compagnie di ballo e non mi sono mai sentita sola“. Negli ultimi anni il suo corpo non risponde più come lei vorrebbe, ma la grazia e l’eleganza dei suoi movimenti sono immutati.

Oggi vive in una casa di riposo di Sydney, ha bandito la parola “vecchia” dal suo vocabolario e non smette di credere che la vita possa essere ogni giorno straordinaria.

Non mi sento come la gente dice che dovresti sentirti quando sei vecchia. Il mio atteggiamento verso il mondo è identico a quando ero una bambina. Non sono vecchia ,sono solo qui da molto tempo e ho imparato molte cose lungo la strada”.

A novembre compirà 107 anni e a chi le chiede quali siano i suoi programmi per il futuro lei sorride e guarda avanti.

fonte:

https://www.elle.com/it/magazine/women-in-society/a36609414/ballerina-piu-vecchia-anni/

Sebben che siamo donne” è il titolo di uno dei tanti canti delle donne mondine che rivendicavano il loro salario come al solito minore di quello degli uomini.Con questo titolo pubblicherò articoli che parlano di donne che non hanno ricevuto i dovuti riconoscimenti e per il loro ingegno e per il lavoro fatto.

O temporaneamente dimenticate.

Solo per il fatto di essere donne.

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Sebben che siamo donne: Zaha Hadid, quando la visione va oltre l’immaginario e sfida lo spazio convenzionale

La carriera di Zaha Hadid è un esempio di congruenza e determinazione!

Una storia interrotta da una morte prematura a 65 anni nel pieno del suo splendore, tanto che anche dopo la sua scomparsa, i suoi edifici hanno continuato a essere costruiti e le sue opere hanno sollevato polemiche e discussioni.

Nata a Baghdad nel 1950, grazie alla sua famiglia agiata (il padre è un imprenditore edile e politico, la madre un’artista) studia matematica all’Accademia Americana di Beirut e poi, nel 1972 si trasferisce a Londra per proseguire gli studi alla Architectural Association.

Dopo essersi diplomata nel 1977, inizia a lavorare per uno dei suoi insegnanti Rem Koolhaas.

Parallelamente al suo lavoro nello studio OMA fondato a Rotterdam, inizia il suo impegno nell’insegnamento che la porterà a ruoli in prestigiosi istituti, dalla stessa Architectural Association fino a diverse Università americane come Harvard e Yale. Nel frattempo però, nel 1979, torna a Londra e fonda il suo studio di architettura Zaha Hadid Architects.

Nonostante le sue idee siano apprezzate e notate, nonostante vinca diversi concorsi anche importanti, le sue architetture non vengono realizzate. Sono considerate troppo avveniristiche, a volte addirittura irrealizzabili. Questo però non sposta minimamente la sua visione dell’architettura.

E l’incontro con Peter Rice, geniale ingegnere dietro a molti progetti tecnicamente complicati (come il Centre Pompidou e l’Opera House di Sidney ) è stato sicuramente fondamentale.

Il suoi primi edifici realizzati sono del 1993: una residenza a Berlino e la stazione dei pompieri al Vitra Campus.

Zaha Hadid ha 43 anni e da qui inizia una corsa inarrestabile che trasformerà il suo studio in un impero e lei in uno dei nomi più influenti del mondo dell’architettura.

La vera svolta arriva nel 2004 quando diventa la prima donna a vincere il Pritzker Prize, il Nobel dell’architettura. Ma nelle motivazioni dei giurati non viene sottolineato tanto questo primato, quanto la sua giovane età per quel premio e soprattutto un corpo di opere realizzate relativamente piccolo.

Ma tanto basta, sempre nelle parole della giuria, per riconoscere una visione chiara capace di sfidare le convenzioni e ridisegnare le forme degli edifici.

Dopo quel riconoscimento le commissioni per il suo studio si sono moltiplicate. E con i tanti nuovi lavori anche le critiche: viene accusata di creare architetture più scenografiche che funzionali. Ma è una conseguenza anche per il suo segno di rottura con l’architettura, per la sua continua sfida alle convenzioni che le permette di essere sempre riconoscibile in tutto quello che progetta.

Nel 2010 viene realizzato in Italia il MAXXI, edificio con cui si guadagna lo Stirling Prize. Le critiche sono per uno spazio che non tiene conto delle esigenze dell’arte, ad esempio nel piano terra con pareti curve, una critica che era stata rivolta molti anni prima anche a Frank Lloyd Wright per il Guggenheim di New York.

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Ma il lavoro di Zaha Hadid è una continua sfida al pensiero standard dell’architettura. Sembra quasi prenderci gusto e infatti più le commissioni le permettono di osare, più lei osa, grazie anche ai budget sempre più alti che le vengono messi a disposizione.

Il limite lo raggiungerà per lo stadio delle Olimpiadi di Tokyo 2020, quando il costo previsto per il nuovo stadio nazionale nella capitale giapponese, dopo essere stato ridotto da 3 miliardi di dollari a 1,3, fu considerato comunque troppo eccessivo.

Ma Zaha Hadid se ne era già andata…

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