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Buon anniversario 2 giugno 2023:Il voto delle donne italiane per la Repubblica

IL 1° FEBBRAIO DEL 1945 VIENE RICONOSCIUTO, PER LA PRIMA VOLTA IN ITALIA, IL DIRITTO DI VOTO ALLE DONNE…

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Pochi mesi prima della conclusione del secondo conflitto mondiale, il secondo governo Bonomi – su proposta di Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi – introduceva in Italia il suffragio universale, con Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945, “Estensione alle donne del diritto di voto”.


A 154 anni dalla “Dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine” firmata da Olympe de Gouges che purtroppo le valse – nel 1793 – la ghigliottina, in Italia finalmente le donne si poterono recare alle urne.

Una prima volta che assunse una valenza ancor maggiore poiché avvenne in occasione del Referendum del 2 giugno 1946 in cui gli italiani furono chiamati a scegliere fra Monarchia e Repubblica.

Si trattava di un diritto riconosciuto tardivamente nel panorama occidentale; non solo, ma si trattava, in un certo senso, di un diritto “concesso”.

La struttura del decreto era la seguente:

l’art. 1 ne sanciva l’esercizio alle condizioni previste dalla legge elettorale..;

l’art. 2 ordinava la compilazione di liste elettorali femminili distinte da quelle maschili;

l’art. 3 stabiliva che, alle categorie escluse dal diritto di voto, dovevano aggiungersi le donne indicate nell’art. 354 ,..ovvero le prostitute schedate che esercitavano “il meretricio fuori dei locali autorizzati“.

Il Decreto n. 74 “Norme per l’elezione dei deputati all’Assemblea Costituente“, sanciva – un anno più tardi – la loro eleggibilità.

Le Donne italiane votarono effettivamente per la prima volta in occasione delle elezioni amministrative di marzo – aprile 1946 e del succesivo Referendum Repubblica-Monarchia del 2 giugno.

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La Costituzione garantiva l’uguaglianza formale fra i due sessi, ma di fatto restavano in vigore tutte le discriminazioni legali vigenti durante il periodo precedente, in particolare quelle contenute nel Codice di Famiglia e nel Codice Penale.

Ad onor del vero, in Italia, le donne potevano gia votare – solo per le amministrative – sin dal 1924. Benito Mussolini sulla carta le aveva riconosciuto il diritto di voto al fine di dimostrare che non temeva l’elettorato femminile, anzi.

Fu però solo un atto di pura demagogia, in quanto la dittatura aveva già deciso la proibizione di qualsiasi elezione per comuni e province, sostituendoli con i podestà ed i governatori.

n Francia, tale decisione venne presa con qualche mese di anticipo, per l’esattezza il 21 aprile del 1944, ma con essa anche la possibilità alle donne di essere elette.

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Ma facendo un passo indietro, questo passo segnò il definitivo ingresso della donna come punto di riferimento nella società di allora? La risposta è no.

Il diritto di voto non garantì un diritto di cittadinanza consolidato.

Sul lavoro il cammino fu molto più arduo, attraverso un percorso di emancipazione che arrivò almeno fino al 1963, quando entrarono nella magistratura prendendo possesso di ogni tipo di carica.

Fino ad allora le donne si accontentarono di ruoli “scartati” dall’uomo. Accrebbe sicuramente il numero di insegnanti nelle scuole, a conferma della qualità e della necessità di una formazione al femminile per i propri figli.

Il diritto di voto resterà una pura formalità fino a quando le strutture politiche non saranno popolate da donne libere

Una donna può – anzi deve – essere ambiziosa, cosa diversa dall’esser competitiva. L’ambizione significa dire “so che sarei capace di…” e uscire dalla corazza di timidezza che inibisce ogni passo avanti.

Le donne non sono nate né per essere modeste, né per essere sottomesse.È non elemosinare il diritto.

Non è sufficiente il diritto di voto per sbloccare le libertà sociali.

A titolo di esempio servono due occhi per vedere la profondità del mondo in cui viviamo. Con un occhio solo il mondo viene percepito piatto. Lo stesso per quello che udiamo: con un orecchio solo non si percepisce da dove proviene la voce, anche in questo caso il suono si appiattisce.

Fonti:

http://www.facebook.com/

www.freeopinionist.com/

 

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Perchè siam donne: Asma Lamrabet si è tolta il velo!

Io combatto per le donne

Dal 2019 ha preso la decisione di non indossare più il velo.

Asma Lamrabet si può considerare la più eminente rappresentante del femminismo arabo analizzato e praticato attraverso lo studio dell’Islam.

È una delle più grandi islamologhe che parla dall’interno dell’Islam.

La sintesi del pensiero di Asma si basa sulla visione del Corano come messaggio di uguaglianza.[

La ricerca che porta avanti con rigore e impegno è basata sulla rilettura e ricostruzione dei testi sacri per dimostrare la fallacia delle interpretazioni discriminanti verso le donne.

Avendo accuratamente studiato tutti i versi relativi all’abbigliamento femminile in relazione alla situazione reale quando apparve e al significato circonciso delle parole all’epoca (khoumurihina, djilbabihina, poggiati sul petto ecc. ), Asma conclude che l’attuale hijjab diffuso non è affatto giustificato dal Corano.

Sul suo sito ASMA-LAMRABET.COM scrive:

Quindi il Corano non legifera in nulla sulla necessità di una “uniforme” religiosa per essere strettamente “islamica”, come ci piace dimostrare oggi; l’intenzione spirituale primaria non era quella di determinare standard di abiti rigidi o congelati che sarebbero stati “fissi” una volta per tutte, ma piuttosto “raccomanda” un “atteggiamento”, o meglio un “etica” relativo sia al corpo che alla mente…

… nel Corano non c’è mai una domanda su alcun obbligo formale sull’abito; imporre standard di abbigliamento standardizzati è contro i principi del messaggio universale e della sua etica spirituale..

… Il Corano invita uomini e donne ad adottare una cultura di decenza e rispetto reciproco: “Infatti, il miglior vestito è quello del taqwa; questo è uno dei segni di Dio… “.

… è questa etica di integrità, rigore morale e decenza che è preferibile agli occhi del Creatore…

Nata a Rabat, Marocco, nel 1961, laureata in medicina, ha lavorato dal 1995 al 2003 come  volontaria in alcuni ospedali pubblici di Spagna e America Latina, principalmente Cile e Messico, dove aveva seguito il marito diplomatico. 

Il suo primo approccio alla pratica femminista è stato quello di stampo occidentale, per poi, naturalmente, intraprendere la strada per l’affermazione di un femminismo musulmano autoctono.

Nel 2004 è tornata in Marocco, dove ha organizzato un gruppo di donne musulmane interessate alla ricerca e alla riflessione sull’Islam e al dialogo interculturale. Nel 2008 è diventata presidente e coordinatrice del Gruppo Internazionale di Ricerca sulla Donna Musulmana e il Dialogo Interculturale (GIERFI), con sede a Barcellona che ha l’obiettivo di contribuire a creare una nuova coscienza femminista musulmana. 

Parallelamente al suo attivismo, ha continuato la carriera in medicina e si è specializzata in malattie del sangue presso l’ospedale pediatrico di Rabat, dove lavora.

Nel 2011 è diventata direttrice del Centro di Studi Femminili sull’Islam da cui è stata costretta poi a dimettersi, in seguito alle polemiche e reazioni degli ultraconservatori dovute dalla sua posizione di lotta contro la disuguaglianza tra uomini e donne di fronte all’eredità.

Nel 2013 ,riconosciuta a livello internazionale e premiata con l’importante riconoscimento Prix de la Femme arabe de Sociologie

Asma Lamrabet è autrice di diversi libri in francese poi tradotti in molte lingue. Ha pubblicato articoli che approfondiscono questioni controverse come i matrimoni interreligiosi, l’eredità e la riforma religiosa.

Fonte:

L’Islam femminista di Asma Lamrabet – Una donna al giorno (unadonnalgiorno.it)

Non è necessario avere una religione per avere una morale, perché se non si riesce a distinguere il bene dal male quella che manca è la sensibilità, non la religione. “Margherita Hack

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Perchè siam donne: Al festival di Cannes in infradito!

Jennifer Lawrence in infradito a Cannes.

Sì, è un atto di pura emancipazione femminile.

Se è vero che ogni contesto ha un suo dress code da rispettare, è altrettanto vero che sarebbe ora di smettere di accettare la sofferenza come dovuta, solo perché si è donne e quindi dobbiamo usare i tacchi per essere considerate accettabili in determinati contesti.

E lo dice una che ha portato per anni tacchi di 12 cm e non faceva un passo senza.

Poi, finalmente, ho capito che erano una tortura immotivata e ho smesso.

Vedo donne sui 50 e più anni con i piedi deformati e martoriati dai tacchi, ma che continuano imperterrite ad usarli nonostante i dolori lancinanti.

Vedo donne, di qualsiasi età, lamentarsi per il male ai piedi, dopo qualche passo, per i tacchi alti, ma continuano a indossarli, preferendo stare tutta la sera sedute, piuttosto che godersi una festa.

E poi penso ai piedi di loto, la moda cinese per cui venivano deformati i piedi fin da appena nate, perché una donna veniva considerata “bella” e quindi “accettabile” solo se aveva i piedi piccolissimi. Non le guardavano nemmeno in faccia, guardavano solo i piedi e più piccoli erano, più erano apprezzate, perché era un segno che sapeva subire il dolore e quindi era una donna sottomessa.

Ecco, con i tacchi il ragionamento non è tanto diverso. È più ci penso e più mi chiedo perché noi donne accettiamo di soffrire, per cosa poi?

Per essere alla moda?

Perché siamo più slanciate?

E noi preferiamo davvero soffrire e deformarci i piedi negli anni perché così rientriamo nei dettami estetici della moda?

Anche no, grazie, valiamo lo stesso è non abbiamo bisogno di nessuna validazione esterna.

Quindi Jennifer Lawrence con quelle infradito ci ha ricordato cosa è veramente importante: il nostro benessere, non le mode che ci fanno soffrire.

Quando Paul McCartney ( Beatles eh!) si è presentato in scarpe da ginnastica bianche a ricevere il titolo di Compagno d’onore dalla Regina Elisabetta …

Piccoli gesti grandi risultati? Purchè se ne parli diceva qualcuno! Pour parler qualcun altro!

Comunque può far riflettere sulle priorità e non solo delle donne !

Fonte:

IHAVEAVOICE – CHI SIAMO – UNA COMMUNITY CREATA DA DONNE

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*Festa della mamma

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La festa della mamma è una ricorrenza civile diffusa in tutto il mondo. In Italia come negli Stati Uniti si festeggia la seconda domenica di maggio.

Costituisce una festa molto antica, legata al culto delle divinità della fertilità degli antichi popoli politeisti, che veniva celebrato proprio nel periodo dell’anno in cui il passaggio della natura dal freddo e statico inverno al pieno dell’estate dei profumi e dei colori (e della prosperità nelle antiche civiltà contadine) era più evidente.

Nell’antica Grecia gli Elleni dedicavano alla madre un giorno dell’anno: la festa coincideva con le celebrazioni in onore della dea Rea, la madre di tutti gli Dei.

Gli antichi romani, invece, festeggiavano una settimana intera la divinità Cibele, simbolo della Natura e di tutte le madri.

In Inghilterra le celebrazioni legate alla festa della mamma risalgono al XVII secolo.

Originariamente il “Mother’s Day” non era un’occasione per festeggiare la propria madre con fiori o regali, ma assumeva un significato completamente diverso coincidendo con la quarta domenica di Quaresima. In quell’occasione, tutti i bambini che vivevano lontano dalle loro famiglie potevano ritornare a casa per un giorno. A poco a poco si è diffusa la tradizione di riunirsi a metà del periodo di Quaresima per festeggiare la propria famiglia e soprattutto la mamma, considerata un elemento fondamentale della famiglia.

La tradizione del “Mothering Sunday” sopravvive ancora oggi in Inghilterra,

 

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Negli Stati Uniti nel maggio 1870, Julia Ward Howe, attivista pacifista e abolizionista (della schiavitù), propose di fatto l’istituzione del Mother’s Day (Giorno della madre), come momento di riflessione contro la guerra.

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Nello stesso anno negli Stati Uniti ci fu la proposta di Anna M. Jarvis. Anna era molto legata alla madre, un’insegnante della Andrews Methodist Church di Grafton,nel West Virginia.

Dopo la morte della madre, Anna si impegnò inviando lettere a ministri e membri del congresso affinché venisse celebrata una festa nazionale dedicata a tutte le mamme. Questa festa doveva rappresentare un segno d’affetto di tutti nei confronti della propria madre mentre questa era ancora viva.
Grazie alla sua tenacia e determinazione, la prima festa della mamma fu celebrata a Grafton e l’anno dopo a Filadelfia: era il 10 maggio 1908.
Anna Jarvis scelse come simbolo di questa festa il garofano, fiore preferito dalla madre: rosso per le mamme in vita, bianco per le mamme scomparse.

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Fu ufficializzata nel 1914 dal presidente Woodrow Wilson e sua moglie Ellen Louise con la delibera del Congresso di festeggiarla la seconda domenica di maggio.

La festa si è diffusa in molti Paesi del mondo, ma cambiano le date in cui è festeggiata.

In Italia è stata introdotta per la prima volta negli anni cinquanta da Raul Zaccari, senatore e sindaco di Bordighera (la cui idea maturò insieme a Giacomo Pallanca, presidente dell’Ente Fiera del Fiore e della Pianta Ornamentale di Bordighera-Vallecrosia), su iniziativa del quale venne celebrata a Bordighera la seconda domenica di maggio del 1956 (al Teatro Zeni e successivamente al Palazzo del Parco).

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In Norvegia viene celebrata la seconda domenica di febbraio , in Argentina la seconda di ottobre ; in Francia la festa della mamma cade l’ultima domenica di maggio ed è celebrata come compleanno della famiglia.

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In molti Paesi la ricorrenza è stata imitata dalla civiltà occidentale: in Africa, ad esempio, alcuni Stati istituirono la festa della mamma ispirandosi al concetto britannico della stessa.

In generale i simboli di questa festa sono il rosso, il cuore e la rosa, che più di ogni altro fiore rappresenta l’amore e la bellezza e sa testimoniare l’affetto e la riconoscenza dei figli.

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Fonte: Wikipedia

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Perchè siam donne: Le International Sweethearts of Rhythm hanno cambiato il mondo del Jazz

Prima di loro nessun gruppo di donne suonava jazz.

In un editoriale di Downbeat degli anni Trenta, si leggeva che “il vero jazz è una musica vigorosa fatta dagli uomini”.

Perché “le donne amano il violino, gli uomini praticano batteria e trombe”.

Ma loro , le International Sweethearts of Rhythm cambiano la storia.

 L’“International” nel nome è stato attribuito alle diverse razze rappresentate nella band, tra cui latina, asiatica, caucasica, nera, indiana e portoricana. 

Siamo nel 1937.

Loro sono un gruppo di 16 ragazzine di 14 anni di una scuola, la Piney Woods Country Life School nel Missisipi. il preside e fondatore della scuola, il dottor Laurence C. Jones, vuole fondare una band tutta al femminile a Piney Woods per raccogliere fondi per la scuola.

Passa poco tempo e già partono per un tour in tutto lo stato, per esibirsi e raccogliere fondi per la scuola. Lo scopo della band è sostenere la scuola, che istruisce bambini e bambine che vivono in povertà.

Nel 1939 la band esce dai confini del Missisipi.

Nel 1941, ormai cresciute, rompono i legami con la scuola, si trasferiscono in Virginia e reclutano professioniste che allargano la band. Si uniscono a loro musiciste già leggendarie come Ernestine TinyDavis.

Iniziano un tour memorabile. Viaggiano in un autobus camper. L’unico modo per avere sempre una sistemazione, in un periodo in cui le leggi razziste di Jim Crow potrebbero creare loro problemi di alloggio.

In un’epoca in cui i bianchi e i neri dell’America del Sud sono costretti a vivere una vita strettamente segreta, queste donne mangiano, dormono, lavorano e suonano insieme – le loro differenze razziali sono un punto di forza.

La pianista jazz e leader del gruppo Earl Hines ha definito le International Sweethearts of Rhythm “le prime pioniere della libertà”.

Le dirige la strepitosa trombettista e ballerina AnneMaeWilburn.

Ma l’orchestra tutta è piena di soliste fantastiche come la già citata trombettista bianca Ernestine ‘Tiny’ Davis, la cantante Helen Saine, la batterista Pauline Braddy, la contrabbassista Carline Ray.

Per tutti gli anni ’40 la band ha ospitato alcune delle migliori musiciste dell’epoca. Nonostante il livello di talento, i membri del gruppo si trovarono di fronte a discriminazioni di genere e razziali.

Durante la Seconda Guerra Mondiale vennero richieste dalle campagne letterarie dei soldati afroamericani d’oltreoceano, e nel 1945 il gruppo intraprese un tour europeo di sei mesi in Francia e Germania, diventando le prime donne nere a viaggiare con l’USO.

In molte epoche della storia del jazz le donne hanno contribuito come interpreti, compositrici, cantautrici e leader di gruppi. Eppure, quando si leggono i libri di storia, vengono ignorate.

Inoltre le musiciste donne non venivano registrate come professioniste e anche i cronisti dell’epoca hanno completamente ignorato le loro esibizioni

Esiste un film documentario del 1986 diretto da #GretaSchiller e #AndreaWeiss a loro dedicato: si intitola proprio così, International Sweethearts of Rhythm: America’s Hottest All-Girl Band.

Fonte:

Le donne pioniere della musica jazz | Calm Radio

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L’albero della Rinascita

“Il Cosmo è simboleggiato da un albero; la divinità si manifesta dendromorfa; la fecondità, l’opulenza, la fortuna, la salute – o, a uno stadio più elevato, l’immortalità, la giovinezza eterna- sono concentrate nelle erbe e negli alberi; la razza umana deriva da una specie vegetale; la vita umana si rifugia nelle forme vegetali quando è interrotta innanzi tempo con malizia; in breve, tutto quel che «è», tutto quanto è vivente e creatore, in uno stato di continua rigenerazione, si formula per simboli vegetali. Il Cosmo fu rappresentato in forma di Albero perché, come l’albero, si rigenera periodicamente. La primavera è una risurrezione della vita universale e di conseguenza della vita umana. Con quest’atto cosmico tutte le forze di creazione ritrovano il loro vigore iniziale; la vita è integralmente ricostituita, tutto comincia di nuovo; in breve, si ripete l’atto primordiale della creazione cosmica, perché ogni rigenerazione è una nuova nascita, un ritorno a quel tempo mitico in cui apparve per la prima volta la forma che si rigenera.”

(Micea Eliade,)

L’albero rappresenta dunque l’intera relazione dell’umano col divino, poiché si esprime in una ciclicità Vita – Morte – Vita.

La vita vegetale compie un ciclo che si ripete secondo i cicli delle energie cosmiche. Chioma e radici fungono da legami tra la Terra e il Cielo.

Anche l’essere umano ha le sue stagioni in ogni vita che seguono i cicli delle energie cosmiche. Nasce dalla Materia e tende allo Spirito

I riti arborei costellano i riti di Maggio, a cominciare dalla festa celtica di Beltane dove l’albero adornato era al centro del culto e delle danze.

In genere un albero veniva preso dal bosco e messo al centro del paese e il suo nome era Albero di Maggio o Maggio.

Era poi adornato di nastri e fiori, o gli venivano appese salsicce, dolci, uova e altri cibi.
Durante la festa ragazzi e ragazze danzavano intorno al Maggio, come nuove coppie pronte a propiziare nuovi matrimoni, nuove unioni.
Maggi venivano chiamati anche i ramoscelli offerti dai ragazzi alle fanciulle in pegno d’amore o portati in processione da gruppi che chiedevano cibi o dolciumi in cambio.

Altra caratteristica che si riallaccia ai più antichi culti della fertilità sono i matrimoni sacri. Il primo maggio si nominava nelle campagne la Regina di Maggio, la Regina dei Fiori,e spesso la coppia sacra, il Re e la Regina che aprivano la processione dei festeggiamenti insieme all’Albero di Maggio decorato.

La Regina di Maggio è “ la Grande Madre che regna sulla vegetazione e sugli animali.

Il rito del matrimonio sacro riporta alla memoria le antiche celebrazioni delle unioni tra il Dio e la Dea per rinnovare la vegetazione e l’annata produttiva.Ciò ci riporta ai culti dell’Europa Antica presenti nel Neolitico (7000 – 3000 a. C. circa) e ancora attivi nei secoli antecedenti la nascita di Cristo .

I riti di fecondità delle dee vergini si manifestavano come ierogamia: la loro vita sessuale e affettiva era consacrata alla divinità. Queste nozze sacre si svolgevano in un tempio e dopo questi matrimoni, le fanciulle sostituivano la dea-madre nelle sue funzioni. La consumazione del matrimonio era l’atto religioso necessario alla propagazione delle specie animali, vegetali, umane. Celebrato nel santuario della dea era la ripetizione sulla terra dell’unione divina della dea che ogni anno sposava un amante per assicurare la vita ed il ritorno della vegetazione.

Il nome di Bel anche come Beli e Bile , in gaelico significa «grande albero sacro» e nella tradizione popolare, proprio per l’occasione, si innalza il Palo di Maggio adornato da strisce di stoffa colorate. stoffa colorate.
In particolare, il Palo di Maggio, è il simbolo fallico che conficcato nella terra la feconda e la rende fertile. Un antico rito per propiziarsi un raccolto abbondante.
A volte si mette una ghirlanda rotonda di fiori in cima palo, oppure ci si danza intorno: in entrambi i casi il cerchio sta a rappresentare la parte femminile penetrata da quella maschile.
In molti luoghi queste feste resistono ancora come millenni fa: attorno al palo si danza, si canta e si accende il falò.


Una di queste è la bellissima manifestazione del “Beltane Fire” che ogni anno prende vita ad Edimburgo, in cima alla collina Calton Hill: centinaia di persone si scatenano nella rappresentazione con danze frenetiche, giochi di fuoco, ritmi tribali in un crescendo di eccitazione generale. Due simboli di questa festa sono le mucche e le api. Per gli antichi pagani la capacità di produrre che rivelavano le mucche in questo periodo dell’anno erano come un miracolo, e stessa cosa valeva per la creazione del miele da parte delle api.
Un’attività tradizionale è quella di legare dei nastri rossi ai cespugli di biancospino in modo da attirarsi amore, protezione e fortuna generica


Divinità: Bacco/Dioniso, Bastet, Diana/Artemide, Eros, Flora, Pan/Cernunnos, Venere/Afrodite e tutte le coppie divine: Inanna e Dumuzi, Belisama e Belenus, Giove e Giunone.
Flora: pino, rosmarino, biancospino, incenso, nocciolo, mandorlo, rose, limone, incenso, copale, calendula, lillà, campanula, margherite.
Minerali: quarzo rosa, corniola, zaffiro, lapislazzulo, smeraldo, rubino, rame.
Colori: rosso, rosa, bianco, giallo, verde.
Cibi tradizionali: insalate, torte salate, orzo, porridge, uova, carni rosse, cibi grigliati o piccanti e frutti rossi.

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La buona notizia del venerdì: Gabi e gli amici corvi

Lei gli dà da mangiare e loro la riempiono di regali

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È quello che succede a Gabi Mann, una bambina di Seattle che è riuscita a instaurare un rapporto di fiducia con i corvi che vivono nei pressi del suo giardino.

Tutto è cominciato quando, al rientro da un viaggio in macchina,  Gabi, allora quattrenne, si fa cadere dalle mani una polpetta di pollo che un corvo si precipita a raccogliere.  Rimane lì a guardarla in attesa di altro cibo e per Gabi scoppia un grande amore. Da allora tutti i giorni nutre gli uccelli nel suo giardino. Con l’aiuto dei genitori ha costruito delle piccole uccelliere dove ripone il mangime e le noccioline insieme a una vaschetta con dell’acqua fresca per poi chiamare a voce alta i corvi appollaiati sui cavi del telefono sopra la loro casa.

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I corvi, dal canto loro, hanno molto apprezzato le cure di Gabi e per ringraziarla della sua generosità hanno cominciato a lasciarle dei doni all’interno delle ciotole, che la piccola conserva gelosamente dentro una scatola. Da piccoli orecchini a bottoni, da spillette a biglie, una piccola lampadina, una pietra, una vite, una graffetta.

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Tutto è catalogato con data e giorno del regalo e gelosamente custodito. L’oggetto a cui tiene di più è una perlina a forma di cuore: «Me l’hanno portata perché mi amano», dice la piccola. Ma conserva con orgoglio anche una targhetta con su scritto “migliore”: «Non so se hanno conservato loro la parte in cui è scritto “amica”» ride Gabi, divertita dal pensiero di un corvo con un braccialetto.

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Il caso di  Gabi è stato osservato da John Marzluff, professore di botanica all’università di Washington che sta effettuando uno studio sul rapporto tra i corvi e gli esseri umani. Insieme al suo collega Mark Miller, ha scoperto che i corvi hanno una relazione molto forte con le persone che le nutrono: «È sicuramente una comunicazione a doppia via quella che intercorre, capiscono i segnali l’uno dell’altro». Si crea una sorta di comunicazione tra l’animale e chi lo nutre: gli uccelli comunicano attraverso il corpo e a loro volta riescono a “leggere” e a capire i messaggi che l’uomo manda attraverso i propri movimenti.

La mamma di Gabi è entusiasta e incoraggia la figlia: «Mi fa piacere che lei impari ad amare gli animali e che abbia voglia di condividere». Nel video che segue i lettori più attenti noteranno che i corvi non sono gli unici animali ad attendere il cibo della piccola Gabi.

http://www.caffeinamagazine.it/la-storia/12046-storia-di-una-bambina-e-i-suoi-corvi-lei-gli-da-da-mangiare-e-loro-la-riempiono-di-regali

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L’animale che accompagna gli iniziati è il corvo,.

Portatore di disgrazia secondo la tradizione popolare come anche il tredici, la notte, la luna, il femminile. Gli antichi attributi della personalità magica!

Il suo simbolismo è duale, essendo collegato sia con la saggezza, la preveggenza e la lungimiranza, sia con la morte e la distruzione: le sue peculiarità lo fanno animale solare e notturno al tempo stesso.

Nelle fiabe invece il corvo ha una funzione importante: è lui a sapere! Trasmette messaggi di importanza vitale solo per chi può udire e comprendere.

I corvi siedono sul confine tra la vita e la morte, possono guardare in entrambe le direzioni e avrebbero potuto fare da mediatori, ma…chi capisce la lingua dei corvi?

Un ricercatore ha scoperto che i corvi non solo hanno un linguaggio differenziato, ma si prendono persino gioco degli esseri umani che li disprezzano. Corvi e cornacchie hanno una sorta di comunicazione telepatica, vivono in solitudine liberamente scelta, perchè girano volentieri da soli e vivono la comunità solo come una rete intorno a sé.

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Perchè siam donne: A Roma dal 24 al 30 Aprile 1908 il primo Congresso delle Donne Italiane,CNDI!

Noi, pioniere di idee civili […] se vogliamo acquistare il mondo, abbracciare la società, bisogna correre fra… le nemiche, le indifferenti, le apate […]. Ci vuol coraggio… si sa; ci vuol del sacrificio… si sa […]. Noi possiamo aspettarci qualche fischio, qualche canzonatura; qualche… insulto […];non deve importaci, sono gli incerti dell’apostolato […]. Avanti, dunque, propaganda sempre colla parola viva colla parola scritta… fra le infedeli. […]Se vogliamo essere veri apostoli banditori di nuova verità, di nuova vita, cerchiamo il cuore le menti degli ignari, dei nemici, degli addormentati.

Carmela Baricelli, Apostolato fecondo, “L’alleanza”, 19 luglio 1908

Il CNDI, Consiglio Nazionale delle Donne Italiane, è una federazione di associazioni femminili e miste impegnate per il miglioramento della condizione sociale delle donne, aperto a donne di ogni idea politica e di ogni religione.
Fondato nel 1903, è il ramo italiano dell’International Council of Women, istituito a Washington nel 1888 sul principio della assoluta indipendenza dai partiti e dalle confessioni religiose
Il CNDI organizzò a Roma dal 24 al 30 aprile 1908 il suo primo Congresso che vide la partecipazione di oltre 30 associazioni femminili e miste di tutta Italia, inaugurato dalla regina Margherita, che suscitò larghissima eco sulla stampa.

Parteciparono oltre 30 organizzazioni femminili da tutta Italia con un pubblico composto da oltre 1.400 donne.

Vi partecipò anche Maria Montessori con un intervento dal titolo “La morale sessuale nell’educazione”.

Tra i presenti anche alcuni uomini, che pur senza diritto di voto furono ammessi a partecipare dietro regolare pagamento della quota d’iscrizione. Molti diedero al Congresso «dapprima una capatina, scettici e ridenti, furono subito presi da stupore poi da così sincera ammirazione che non mancarono nessuna seduta»

Non fu solo un’occasione mondana è dimostrato dagli Atti di quel Congresso che affrontò le questioni più rilevanti per la condizione delle donne nel campo del lavoro, dell’istruzione, della salute e dei diritti politici.

Questo Congresso è stato considerato il primo appuntamento del movimento femminile-femminista italiano.

il Congresso delle donne italiane, rispettoso di tutte le convinzioni politiche e religiose già maturate negli uomini adulti; ma rispetto-so anche della libertà a cui la coscienza infantile ha diritto, perchépossa nel suo avvenire meglio orientarsi ai liberi principî idealinella sua condotta morale, fa voto:

1) Che la scuola elementare sia assolutamente aconfessionale;2) Che nelle scuole secondarie e superiori sia introdotto lo studio interamente obbiettivo delle religioni in relazione ai loro principî, alle loro finalità ed alle loro conseguenze sociali.

Ovviamente i tempi non erano maturi e le correnti conservatrici appoggiate dalla Chiesa, uscirono dal Congresso fondando altri gruppi, come l’U.D.I.

Sciolto nel periodo fascista, il CNDI fu ricostituito nel 1944.

La documentazione relativa all’attività del CNDI è depositata presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, di cui è stato pubblicato l’Inventario.
Fin dalla sua fondazione il CNDI è stato presente nel dibattito culturale con iniziative su problemi quali l’appoggio alla formazione di cooperative femminili, l’istruzione delle donne analfabete, l’assistenza alle emigranti, la ricerca della paternità, la gestione della beneficenza, la riforma dei Codici, il ruolo delle donne nelle diverse attività professionali, l’impegno contro la violenza sulle donne, contro lo sfruttamento della prostituzione e la tratta delle bianche, il diritto al voto delle donne.
Il CNDI ha seguito tematiche relative alla condizione femminile viste nel quadro più ampio della società, della famiglia, del lavoro. 

Fonte:

Il primo congressso delle donne italiane – BIBLIOTECA DI STORIA MODERNA E CONTEMPORANEA Novecento – Studocu

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Perchè siam donne: Sarah, una donna artista e la sua dichiarazione

Si chiama Beauty Revealed (“Bellezza Rivelata”), ed è un “auto-ritratto “del 1828 dell’artista americana Sarah Goodridge 

Questa miniatura, realizzata con acquerello su avorio, mostra i seni nudi dell’artista, circondati da un telo bianco e misura solo 6,7 x 8 centimetri

Sara aveva 40 anni quando completò la miniatura.

Sara donò il ritratto al senatore Daniel Webster, che era un soggetto frequente dei suoi dipinti e forse un suo amante, poco tempo dopo la morte di sua moglie. Si pensa che l’intento dell’artista fosse quello di convincere il senatore a sposare lei.

Purtroppo, Webster sposò un’altra, ma la sua famiglia conservò la miniatura dei seni di Sarah Goodridge per oltre 50 anni e nel 2006 venne donata al Metropolitan Museum of Art.
Tra milioni di opere ospitate nel Museo di New York, si può ammirare questo piccolo quadro dipinto in acquerello su un pezzo di avorio, grande in tutto meno di un terzo della foto digitale.

L’immagine non viene né dalla Gran Bretagna, dove la pittura in miniatura era molto popolare nel XVIII secolo né dalla Francia la patria della sensualità.

La miniatura fu dipinta nella Boston puritana del 1828……..

Sarah Goodridge era una prolifica artista di Boston, specializzata in ritratti e miniature. Sesta figlia di Ebenezer Goodridge e Beulah Childs mostrò già in tenera età una certa predisposizione al disegno.

Essendo all’epoca limitate le opportunità di istruzione per le donne, fu prevalentemente un’artista autodidatta. Frequentò la scuola del distretto locale e realizzò i suoi primi schizzi sulla gente attorno a lei su corteccia di betulla, non potendosi permettere l’acquisto di carta.

Ella ebbe un rapporto di lunga data con Daniel Webster, politico che dal 1827 fu senatore del Massachusetts. Negli anni, lei lo ritrasse almeno una dozzina di volte, raggiungendolo a Washington, D.C.

Da Boston Webster le mandò più di quaranta lettere tra il 1827 e il 1851, e si rivolse a lei con sempre maggiore affetto. Tuttavia, i due non si sposarono mai.

Viste le dimensioni dell’opera, si può supporre che fosse destinata soltanto agli occhi di Webster.

Nel 1820 Sarah andò a vivere con sua sorella Elizabeth a Boston ed iniziò a ricevere lezioni e a dipingere ritratti in miniatura di eccezionale qualità. I suoi lavori continuarono a migliorare e guadagnò dalle opere commissionate quel che bastava per sostenere se stessa e la sua famiglia per diversi decenni. .

Si ritirò dall’attività artistica nel 1851.

Sara ha voluto mettere in chiaro all’uomo che amava chi fosse: una donna artista.

Una donna artista che voleva essere e che non si è mai lasciata condizionare da quello degli altri, o la società volevano imporre su ciò che è bene per una donna artista fare e creare.

Quello che ha voluto rivelare in modo provocatorio al suo amante e’ il potere della sua arte che non essendo disgiunta dal suo essere è anche il suo potere di donna, in un periodo in cui gli artisti maschi dominavano il campo.

Sara ha saputo vivere della sua arte.

Sarah Goodridge – Wikipedia

Sarah Goodridge, l’artista che realizzò un ritratto dei propri seni e lo spedì a un senatore (fattistrani.it)

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Perchè siam donne: Quando le donne non potevano indossare i pantaloni.

La moda dei pantaloni per tutti è considerata la rivoluzione degli ultimi anni non dobbiamo dimenticarci dei secoli precedenti, e della lunghissima battaglia che la popolazione femminile ha combattuto per non essere relegata all’interno di quelli che venivano considerati gli unici abiti che una donna potesse indossare.

Negli anni ‘50 la Chiesa combatteva le donne che portavano le “braghe.

Con una sola eccezione: “Che la donna si dedichi agli sport dell’alpinismo e della neve non si può condannare ed è …sopportabile che durante l’esercizio di questi sport indossi i pantaloni”.

Il settimanale diocesano L’Amico del Popolo del 14 marzo 1953 manifestò grande preoccupazione per la supposta confusione tra i sessi che avrebbe creato una donna con tanto di braghe. Il foglio diocesano andò giù duro: “Non è affatto sopportabile imbattersi ad ogni passo nei nostri paesi in ragazze sfacciatelle le quali con la più grande disinvoltura ostentano i loro pantaloni. Lo spettacolo che danno è semplicemente indecoroso, antiestetico, immorale”.

A difesa delle sue tesi L’Amico citò un passo del Deuteronomio, l’opinione di un Padre della Chiesa (S. Ambrogio) e il pensiero di due autori pagani come Erodoto e Seneca. A suo dire le donne con i pantaloni avrebbero creato “disordine”; tuttavia, non potendosela prendere con un capo d’abbigliamento casto, che copre le gambe, il giornale prese di mira le donne sostenitrici delle braghe: “di solito in altri periodi di tempo sono quelle che vanno mezze nude (per amore della moda!), quelle che sopportano anche i dolori reumatici causati dal freddo (per amore della moda!) pur di non coprirsi, quelle che non porterebbero calze grosse che sfigurano le game (per amore della moda!)”.

Nel dopoguerra l’emancipazione femminile muoveva i primi passi, abbracciando nuovi stili e prodotti e optando per vari tipi d i pantaloni a vita alta: jeans con risvolto, pantaloni al polpaccio oppure a sigaretta.

Chi portava le braghe (gli uomini) di norma comandava e dunque una donna con “le braghesse” costituiva una potenziale minaccia ad equilibri consolidati.

Infatti, fino agli anni settanta una donna italiana era guardata con riprovazione, se non addirittura considerata immorale, quando indossava i pantaloni!

Ma in Italia si sa, la donna è sempre stata vista solamente come madre e moglie, eppure anche in ambienti come in Inghilterra e in Francia, stilisticamente parlando, l’uso dei calzoni da parte della popolazione femminile fu una vera e propria conquista avvenuta di recente

I più antichi antenati dei nostri pantaloni risalgono ad un’invenzione di quasi duemila anni fa dei nomadi delle steppe euroasiatiche, che, vivendo gran parte della loro vita a cavallo, sentirono la necessità di trovare un capo d’abbigliamento comodo e resistente. Inventarono così dei robusti gambali, indossati sia da uomini che da donne proprio per sopperire a questa esigenza.
L’invenzione prese piede a poco a poco tant’è che anche il popolo romano decise di adottarla escludendone però l’uso alle fanciulle e alle matrone.

Fu così che via via nel tempo, i calzoni maschili cambiarono forma, materiale e lunghezza ma rimasero del tutto inaccessibili alle donne, che rimasero inesorabilmente legate alla tradizione delle lunghe gonne.
Nota per essere l’eroina nazionale francese, non tutti sanno che Giovanna D’Arco fu una precorritrice dei tempi e, per tutta la sua vita, si ostinò a portare fieramente abiti da uomo. Il suo portare le braghe e l’armatura, nonché il mantenere i capelli molto corti, furono alcuni dei motivi per cui il suo celeberrimo processo finì con la pena di morte.

Usate come manifesto di indipendenza e rivendicazione dei pari diritti, le braghe vennero indossate dalle donne già dai primi anni dell’Ottocento come atto di denuncia e provocazione.

Fu così che negli anni, la società iniziò a tollerare finalmente che la donna utilizzasse abiti considerati maschili nel caso in cui svolgesse un lavoro manuale come ad esempio gli estenuanti lavori d’estrazione, mansioni dure (ma redditizie) impossibili da svolgere in gonnella.

Furono i primi movimenti per l’emancipazione della donna a sollevare il problema della scomodità dei costumi tradizionali femminili, ma solo con le guerre mondiali e il conseguente impoverimento della società e la rivoluzione nel ruolo della donna che si inizio ad accettare l’idea di pantaloni femminili.


Alla fine degli anni settanta, con il grandissimo successo dei jeans e il movimento hippie, i pantaloni diventarono un capo per entrambi i sessi accettato in tutt’Europa, persino nella più diffidente Italia.

I pantaloni da donna: breve storia di una lunga battaglia – Lo Sbuffo – Cerca (bing.com)

Pantaloni Bloomers: come le suffragette ne fecero un simbolo della lotto per i diritti delle donne