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* La Terra è un essere vivente…Tutto il pianeta è un superorganismo e noi ne siamo le cellule! Pensiamoci oggi nella 51^giornata mondiale !!!

 

Soffiava una lieve brezza e nel cielo screziato splendeva un sole brillante. Sembrava mattina tardi. Il terreno sotto i piedi era verde e su un lato si vedevano filari fitti di alberi che facevano pensare a un frutteto. Dalla parte opposta si scorgeva in lontananza la spiaggia.

Non so se ci crederete ma sono io Gaia… – disse Bliss – sì io. E la terra. E quegli alberi. E quel coniglio tra l’erba laggiù. E l’uomo che si intravede tra gli alberi. L’intero pianeta e tutto quanto c’è sopra è Gaia. Siamo individui, siamo organismi separati, ma condividiamo tutti una coscienza globale. La materia inorganica del pianeta è meno di tutti partecipe di questa coscienza e gli esseri umani ne sono partecipi più di tutti. Ma ognuno contribuisce all’insieme.

Questo mondo si governa da solo. Quei meli crescono in filari regolari di comune accordo. Si riproducono solo quel tanto che serve a riempire gli spazi lasciati vuoti dagli alberi che muoiono. Gli esseri umani raccolgono la quantità di mele di cui hanno bisogno; altri animali, compresi gli insetti, mangiano la loro parte e solo quella.

Piove solo quando è necessario. A volte ci sono periodi di pioggia più intensa e prolungata. A volte periodi di siccità. Entrambi si verificano quando è necessario. Non è forse vero che nel nostro corpo ogni cellula sa cosa deve fare. Sa quando deve moltiplicarsi e quando smettere, quando creare certe sostanze e quando no. E quando le crea sa perfettamente in che quantità. ciascuna cellula è una fabbrica chimica indipendente ma tutte quante attingono a un fondo comune di materie prime che vengono portate loro attraverso un sistema di trasporto comune. Tutte quante versano i rifiuti in canali comuni. Tutte quante danno un contributo alla coscienza collettiva globale.

Tutto il pianeta è un superorganismo e noi ne siamo le cellule. Esiste una coscienza collettiva ma ne esiste anche una individuale, la coscienza del singolo organismo, nel mio caso un essere umano. Questa coscienza è enormemente più avanzata di quella di ogni singola cellula. Il fatto che ciascuno di noi faccia parte di una  entità ancora più grande che si trova su un livello più alto non ci riduce al rango di cellule. Io rimango un essere umano, al di sopra di noi però c’è questa consapevolezza collettiva che supera di molto la mia comprensione, tanto quanto la mia consapevolezza individuale supera quella di una cellula del mio braccio. La mente collettiva della coscienza collettiva è molto più forte di quella individuale proprio come un muscolo è più forte di tutte le singole cellule che lo compongono.

Riguardo l’alimentazione diciamo che tutto segue un ciclo. Noi dobbiamo mangiare e le cose che si possono mangiare fanno parte di Gaia. Però niente viene ucciso per sport o diletto e nessuna creatura viene fatta soffrire inutilmente. Ciò che è mangiato continua a esistere nella coscienza planetaria, poiché parti di esso vengono incorporate dal nostro organismo esso partecipa della coscienza totale in misura maggiore di prima. Quando Gaia mangia Gaia non ci sono perdite né guadagni. Non è altro che uno spostamento di coscienza lungo i vari gradi della scala. Qualsiasi cosa mangi su Gaia è Gaia e quando il cibo è metabolizzato e diventa parte di me è ancora Gaia. Anzi parte di quel che mangio ha la possibilità di raggiungere un livello più elevato di coscienza, mentre il resto si trasforma in rifiuti e dunque scende a un livello più basso di coscienza. E’ un grande cerchio: gli animali mangiano e vengono mangiati. Ogni organismo che muore viene assimilato nelle cellule delle muffe, dei batteri di decomposizione e così via … e rimane Gaia. In questa vasta circolazione di coscienza è compresa perfino la materia inorganica e ogni cosa periodicamente ha la possibilità di essere partecipe di un grado di consapevolezza non indifferente. Su Gaia gli escrementi sono consapevoli. Naturalmente il loro livello di consapevolezza è bassissimo.

Il mio contributo deve arrivare solo fino a un certo punto. Affinché nuovi talenti sui manifestino e diano il loro contributo alla coscienza globale bisogna fare loro spazio.

Il muro sembrava brillare… abbiamo la vaga sensazione che i muri provino qualcosa di analogo a quello che definiamo felicità. Un muro è felice quando è stato ben progettato, quando poggia solidamente sulle sue fondamenta, quando le sue parti sono simmetriche l’una rispetto all’altra e non ci sono spiacevoli tensioni.

L’arte della telepatia è una facoltà innata della mente umana ma va coltivata con cura e meticolosità estreme. Perché raggiunga il suo potenziale massimo occorrono gli sforzi di molte generazioni, ma una volta che il meccanismo è avviato si alimenta da solo. Noi pratichiamo quest’arte da più di ventimila anni. Fu tanto tempo fa che l’esercizio della facoltà telepatica ci portò a comprendere che esisteva una coscienza collettiva. Prima ci rendemmo conto soltanto dell’apporto degli esseri umani, poi di quello degli animali e vegetali e infine quello della inanimata inanimata del pianeta.

La temperatura di Gaia era sempre fresca e gradevole. Gli alberi crescevano spontaneamente a intervalli regolari come in un frutteto su tutto il pianeta. La terra e il mare erano forniti della giusta quantità e varietà di forme di vita animale e vegetale così da creare un perfetto equilibrio ecologico  e la quantità di tutte queste forme di vita oscillava con variazioni minime senza discostarsi mai troppo dall’optimum…

e questo valeva anche per gli esseri umani.”

Fonte:

L’orlo della Fondazione” e “Fondazione e Terra” Isaac Asimov

Un pianeta migliore

è un sogno che inizia a realizzarsi

quando ognuno di noi decide

di migliorare se stesso.

Mahatma Gandhi

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Sebben che siamo donne: L’effetto Matilda

Nel 1993, la storica della scienza Margaret W. Rossiter inventò un’espressione per descrivere «la natura sessista» del mancato riconoscimento delle donne nella ricerca scientifica e l’attribuzione sistematica del merito dei loro risultati ai colleghi uomini.

Margaret W.Rossiter chiamò questo specifico pregiudizio di genere “effetto Matilda”, dal nome di Matilda Joslyn Gage, femminista del Diciannovesimo secolo che nel 1870 pubblicò il saggio “Woman As Inventor” in cui raccontava come diverse scoperte scientifiche ed invenzioni fossero il risultato del lavoro di donne rimaste nell’anonimato.

Nel corso dei secoli, il cosiddetto “effetto Matilda” ha avuto come conseguenza la cancellazione delle scienziate dalla storia: questa “invisibilità” ha fatto passare l’idea ancora oggi molto radicata che la scienza sia una cosa da uomini

Matilda Joslyn Gage nacque nel 1826 nello stato di New York, Stati Uniti. Fu suffragetta, attivista abolizionista, fondò un giornale femminista, fu molto critica verso la Chiesa cristiana e scrisse numerosi libri e articoli sulle questioni di genere.

Nel 1852, quando aveva 26 anni, pronunciò un discorso alla Convenzione nazionale sui diritti delle donne a Syracuse, New York. Sebbene fosse un’attivista solo da poco tempo, non abituata a parlare in pubblico, si presentò con un messaggio chiaro: la storia era stata distorta ed era essenziale per la causa dei diritti delle donne rimettere a posto le cose.

Nel 1870 Matilda pubblicò un saggio intitolato Woman as inventor in cui contestava un pensiero molto comune, e cioè che le donne non avessero «alcun genio inventivo o meccanico». Matilda diceva che nonostante l’educazione scientifica delle donne fosse stata «gravemente trascurata» (per millenni le donne non hanno avuto accesso all’istruzione), alcune delle invenzioni «più importanti al mondo» si dovevano a loro.

Jeanne Villepreux-Power

Matilda elencava dozzine di invenzioni: tra cui l’acquario, della biologa marina francese Jeanne Villepreux-Power, il telescopio subacqueo, della statunitense Sarah Mather, e la sgranatrice di cotone che serviva per separare le fibre della pianta di cotone dal resto, il cui merito dell’invenzione viene ancora oggi attribuito solamente allo statunitense Eli Whitney, nonostante l’idea di utilizzare un dispositivo simile a una spazzola fu di Catharine Littlefield Greene.

Catharine Littlefield Greene.

Per molte donne, rivendicare il merito delle proprie invenzioni era un esercizio inutile, diceva Matilda, a causa di un generale pregiudizio, di una società che favoriva il marito in materia di proprietà dei brevetti, della limitata mobilità sociale e della mancata indipendenza economica che impediva alle donne di raccogliere i risultati e i meriti del loro lavoro, o di esercitare i loro poteri inventivi.


Tra gli anni Ottanta e Novanta, la storica della scienza statunitense Margaret W.Rossiter si dedicò alla ricostruzione storiografica della scarsa partecipazione delle donne alla scienza come professione. Nel 1993 Margaret W.Rossiter nominò la sistematica esclusione delle donne dalla carriera scientifica “effetto Matilda”.

L’“effetto Matilda”, come spiegava Margaret W.Rossiter, è il pregiudizio contro il riconoscimento dei contributi delle donne alla ricerca scientifica: indica non solo la tendenza a sottovalutare o a sminuire i risultati scientifici conseguiti dalle donne, ma anche l’attribuzione dei risultati delle loro scoperte a un collega uomo. La conseguenza è stata che le donne di scienza che già ai loro tempi non erano riconosciute sono rimaste tali, e che anche molte di quelle che «erano ben note furono cancellate dalla storia».

Attraverso biografie e dati, Margaret W.Rossiter analizzò gli svantaggi che nella scienza le donne continuavano a subire: utilizzò ad esempio il concetto di “segregazione gerarchica”, l’assenza cioè di donne in ruoli di potere e responsabilità; e individuò un comportamento costante nel sistema di valutazione e di riconoscimento dei risultati e dei lavori scritti dalle scienziate: le citazioni, in campo scientifico, sono un indice di riconoscimento e il numero di citazioni ricevute da lavori realizzati da scienziate era minore rispetto a quello di analoghi lavori realizzati da colleghi uomini.

Che il sesso influisca sulla diffusione del lavoro di ricerca è stato dimostrato anche da analisi successive.

Silvia Knobloch-Westerwick e Carroll J. Glynn, ad esempio, presero in esame le citazioni di 1020 articoli pubblicati tra il 1991 e il 2005, mostrando che l’ipotesi secondo cui gli articoli scritti da uomini ricevono in media il doppio delle citazioni di quelli scritti da donne era verificata.

Margaret W.Rossiter elencava decine e decine di esempi dell’effetto Matilda.

Il più antico è forse quello di Trotula de Ruggiero, medica salernitana che, tra l’Undicesimo e il Dodicesimo secolo, scrisse opere che nelle trascrizioni successive alla sua morte vennero attribuite a un uomo: «È probabilmente la più vergognosa cancellazione o trasformazione nella storia della scienza e della medicina», scriveva Rossiter. «Nel Dodicesimo secolo un monaco, supponendo che una persona così esperta dovesse essere un uomo, copiò male il suo nome su uno dei suoi trattati, declinandolo al maschile».

La tendenza a sottovalutare o a sminuire i risultati scientifici conseguiti dalle donne ha avuto importanti conseguenze non solo per le scienziate cancellate dalla storia, ma anche nella percezione stessa della scienza come settore maschile e sulla possibilità per le donne di intraprendere carriere in scienza, tecnologia, ingegneria e matematica (le cosiddette STEM).

I pregiudizi che stanno alla base di questa credenza sono ancora molto diffusi.

Nel 2015 Lawrence Summers, importante economista e all’epoca presidente della Harvard University, sostenne «che la scarsa presenza femminile in certi ambiti scientifici, come la matematica o l’ingegneria» era da imputare «a una caratteristica innata delle donne, la mancanza di una attitudine intrinseca alla scienza».

Ancora oggi ci sono insomma scienziati e intellettuali che pensano e dichiarano pubblicamente «che la difficoltà che le donne hanno a emergere in certe discipline, come la matematica, sia dovuta al fatto che non sono biologicamente portate per l’astrazione».

Sebben che siamo donne” è il titolo di uno dei tanti canti delle donne mondine che rivendicavano il loro salario come al solito minore di quello degli uomini.
Con questo titolo pubblicherò articoli che parlano di donne che non hanno ricevuto i dovuti riconoscimenti e per il loro ingegno e per il lavoro fatto. Solo per il fatto di essere donne. O temporaneamente dimenticate.

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*Risvegliatevi Sacerdotesse…Maghe…Streghe…Donne!

Risvegliatevi Donne, risvegliatevi Streghe.

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Riconoscete chi siete? Nei cerchi magici del bosco come nelle stanze delle vostre case, nelle danze sacre, come nel vostro volteggiare quando nessuno vi guarda, nelle formule magiche come nelle ninna-nanne ai vostri bambini; nella conoscenza delle piante del bosco, come nell’interesse per l’omeopatia. Nell’amore per la grazia e la bellezza e nelle carezze delicate e le voci soavi.

Sacerdotesse…Maghe…Streghe…Donne. Sagge conoscitrici delle leggi della natura.

Ora riaprite i vostri cuori a voi stesse. 

Il potere nascosto per secoli nella penombra della vergogna e nella paura del dolore ora può essere ridestato dal suo torpore. Non è mai scomparso il fremito vibrante della magia dei vostri sguardi e il potere curativo delle vostre mani. Guaritrici con le erbe, con il potere dell’amore e della parola. Intimo rapporto con tutto il creato e con la terra profonda.

Ora riaprire le vostre mani e accettate il vostro potere.

Secoli bui e di terrore si sono susseguiti, i roghi  del fuoco hanno tentato di cancellare chi eravate. Nel tempo il vostro scettro vi è stato tolto, calpestato, bruciato e additato come opera del demonio. Maleficio! Questa la parola usata per giustificare le violenze e i soprusi contro il Femminile Sacro. In questa campagna perversa, perpetuata dall’ignoranza e dalla fame distruttiva di potenza dell’uomo pochi ci hanno guadagnato mentre tutti ci hanno perso. Abbiamo perso la connessione profonda con la natura, abbiamo perso l’intimo rapporto con la nostra Anima, abbiamo perso la saggezza degli antichi riti e l’amore celato in noi stessi. Abbiamo perso il Cuore, inaridito dalla siccità di una coscienza umana ormai depravata del ricordo di sé stessa. Abbiamo perso il sussurro del vento e la voce di Madre Terra. Sangue al posto di acqua benefica, sangue sparso dalla cieca crudeltà umana. Rosso si è dipinto il cielo per molto tempo, riflesso dei trucidi omicidi contro la Saggezza Antica.

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Abbiamo perso chi siamo, sostituendo la Vita all’oblio dell’alienazione.

Ma nulla può essere rimosso per sempre, poiché nulla si crea e nulla si distrugge. Con tremenda ignoranza l’uomo pensava di poter estirpare il vincolo che legava la Donna alla sua naturale connessione con la Terra. Ciò che era stato allontanato si è nascosto per lungo tempo, tornando al ventre della terra e aspettando di poter un giorno ritornare per poter reclamare il suo diritto Divino. La mente fredda e calcolatrice ha diviso ma non ha cancellato ciò che non si può cancellare: la Vita stessa. Ora come una fenice che rinasce dalle proprie ceneri l’Antica Sapienza ritorna, destata dai lamenti delle Anime che hanno combattuto per essa. Risale dalle radici della Terra per sbocciare al Cielo. Più forte di prima.

Ora riabbracciate il vostro grembo. 

Voi siete la culla di un potere che si sta risvegliando.

Madre Terra vive in Voi.

Lasciatevi essere le coppe per questa nuova nascita.

La fonte della Vita tornerà a zampillare.

Gaia

Il corvo ha ripreso il suo volo. Non colombe o falchi, ma uccelli neri a seguire il vostro risveglio. Il potere del corvo è quello della notte, dell’intimo rapporto con le proprie ombre laddove si sono nascosti per lungo tempo tutti i tesori. E’ la luce della Luna e non del Sole che ha sempre brillato nei vostri occhi. E guardandovi allo specchio percepivate uno strano presagio, un eco di tempi lontani e magici, di foreste e animali con cui potevate comunicare, presenze che avete sempre avuto al fianco. Lo specchio rifletteva quell’immagine e le lacrime che nel tempo lo hanno solcato l’hanno reso sempre più brillante. Ora scorgete in quel volto con intensa meraviglia la Donna che siete. Vi sta sorridendo. Vi sta chiedendo di poter rinascere in Voi. Il Femminile Sacro chiede di essere riportato alla luce, come germoglio che esce dalla terra. Il miracolo si sta compiendo.

Nella culla della notte sarà la sua gestazione.

Riappropriatevi del vostro scettro, è sempre stato con Voi. Conosco sempre più Donne che lo stanno riscoprendo, ed è commovente tutto questo. L’uomo saggio ora può solo stare a guardare e accompagnarvi, se ne sarà degno, nel vostro risveglio. Il tempo della Donna è giunto. Il corvo ha ripreso il suo volo, il lupo è di nuovo la sentinella del bosco e le antiche querce ritornano a parlare tra loro. Non abbiate paura del vostro potere, non ci sono più roghi ad ardere.

Tornate ad essere Imperatrici Lunari.

Lieto di poter assistere a tutto questo. Alla luce della Luna attendo il canto delle streghe che riecheggia nella notte. Il potere è in Voi. L’uomo ha distrutto tutto quello che poteva, ora si farà da parte per accogliere la ri-costruzione della Nuova Terra. Se si opporrà a questo sarà distrutto a sua volta, ma è inevitabile. Il male che viene fatto ritorna.

farfalle

 Siate sagge e saggi. 

A voi la scelta.

fonte:http://lagiostradelsole.com/2015/04/09/il-risveglio-delle-donne/

 

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Sebben che siamo donne: Le raccoglitrici di gelsomino

Il mestiere delle raccoglitrici di gelsomino era un lavoro duro, veniva mal pagato a peso e per mettere insieme tanti fiori non bastava alle volte una giornata intera

Il gelsomino fu una pianta molto apprezzata dagli antichi, lo dimostra anche la scoperta di suoi piccolissimi frammenti rinvenuti sulla mummia di un faraone, nella necropoli di Deir-el-Bahri in Egitto.

Nei paesi arabi è diffusa ancora oggi la credenza che il paradiso sia profumato di gelsomino e viene spesso paragonato al simbolo dell’amore divino.

Candido e delicato fiore dal profumo intenso, si schiude la sera, emanando tutto il suo amabile aroma, per poi richiudersi al mattino. La pianta di gelsomino, molto diffusa in Sicilia, è originaria dell’Asia centrale. Nella campagna siciliana, durante le afose notti d’estate, un accostamento immancabile è la sua fragranza diffusa nell’aria accompagnata dal canto ininterrotto delle cicale.

Un tempo, nelle mattine d’estate, si usava mettere a bagno in un bicchiere d’acqua un bel po’ di fiori di gelsomino e si lasciavano decantare tutta la notte, coprendo il bicchiere con un piccolo tovagliolo di stoffa, per ricavarne l’acqua di gelsomino necessaria per la preparazione del gelo di melone, delizioso e rinfrescante fine pasto estivo tipico della tradizione siciliana. Il gelsomino siciliano fiorisce d’estate e la fioritura prosegue a lungo, fino a Natale.

L’olio essenziale che si ricava dai suoi petali è molto utilizzato in profumeria ed erboristeria, tanto che fino alla prima metà del secolo scorso in Sicilia, ma anche in Calabria dove ritroviamo la Costa dei Gelsomini sul versante ionico, se ne effettuava la coltivazione.



La raccolta dei fiori era prettamente un lavoro femminile, perché richiedeva estrema delicatezza per non sciupare i fiori, con le donne che durante la notte e fino alle prime luci dell’alba passavano tra i cespugli di gelsomino per raccogliere i boccioli da cui estrarre la preziosa essenza.

Quella delle raccoglitrici di gelsomino fu una storia amara della Sicilia della povera gente. Furono storie tristi, anche se si trattava della raccolta di profumatissimi e delicati fiori, storie di donne sottopagate e sfruttate, di madri con i piccolissimi figli al seguito che lavoravano di notte.

Ma anche storie di donne coraggiose che alla fine seppero farsi rispettare dando vita ad una storica protesta e ad uno sciopero che si diffuse a macchia d’olio in diversi centri dell’isola. La coltivazione del gelsomino per finalità industriali fu introdotta nel 1928.

Questa coltivazione era diffusa sulla sponda tirrenica della Sicilia, con il suo centro principale a Milazzo, dove esistevano parecchie distillerie per la lavorazione primaria del gelsomino e di altre essenze. Il prodotto semilavorato veniva inviato principalmente in Francia, per l’industria dei profumi.

Il mestiere delle raccoglitrici di gelsomino era un lavoro duro, veniva mal pagato a peso e per mettere insieme tanti fiori non bastava alle volte una giornata intera.

La povertà del tempo trovò subito buona manodopera nelle ragazze e donne dell’epoca che, per racimolare qualcosa per la famiglia, lavoravano notti intere chine a raccogliere i minuscoli fiorellini stellati, e dalle prime ore dell’alba fino al sorgere del sole che altrimenti avrebbe ossidato il bianco del fiore.

Non di rado venivano impiegate nella raccolta anche bambine. Per eseguire la raccolta le donne indossavano dei grembiuloni con una grande tasca cucita davanti che, una volta riempita, veniva svuotata nelle ceste di canna.



Le grosse ceste, dopo essere state pesate per decidere la paga, venivano poi trasportate con carretti in fabbrica, dove gli uomini si occupavano della lavorazione: i fiori venivano pestati e macinati fino a formare una poltiglia giallastra e intensamente profumata che veniva quindi spedita in Francia, soprattutto nella cittadina di Grasse, dove si provvedeva alla distillazione per ottenere pregiati profumi.

Le raccoglitrici lavoravano scalze e molto spesso si portavano dietro i neonati caricati sulle spalle e tenuti da fasce di stoffa o addormentati nelle ceste accanto a loro.

I più grandicelli aiutavano la mamma a raccogliere il prezioso e delicato fiore che è leggerissimo, ce ne volevano tantissimi per riempire una cesta che veniva pagata poche lire. La paga era di 25 lire al kg e per fare un kg, di fiori ce ne volevano circa 10.000. E bisogna considerare che 25 lire non bastavano nemmeno a compensare il costo di un chilo di pane.

Nell’agosto del 1946 ci fu una svolta col primo sciopero indetto dalle raccoglitrici della piana di Milazzo, che furono le prime a ribellarsi e per protesta calpestarono i fiori raccolti. «Ma un giorno le raccoglitrici incrociarono le braccia e fecero cadere a terra il gelsomino delicato, che il sole appassì e fece nero», così lo scrittore Vincenzo Consolo narrò la storica protesta nel suo racconto “L’olivo e l’olivastro” (1994).

Fu l’inizio di uno sciopero che durò 9 giorni, a proclamarlo e a coordinare le rivendicazioni delle lavoratrici siciliane fu il sindacalista milazzese Tindaro La Rosa della Cgil, e vide in piazza quelle donne maltrattate e sfruttate, stanche di continue soverchierie. Le gelsominaie divennero simbolo della speculazione del lavoro femminile e si interessarono anche al destino di altre lavoratrici sfruttate, le loro gesta si diffusero per tutta l’ isola, molte di loro conobbero la cella.

Ma queste donne continuarono a difendersi e a difendere, consapevoli di essere parte e rappresentanza di una categoria, e lo sciopero proseguì, si estese e coinvolse diversi comuni del messinese: le impiegate che si occupavano dei semenzai di Mazzarrà Sant’ Andrea, le cavatrici di agrumi di Barcellona Pozzo di Gotto, le incartatrici di Capo d’ Orlando, le salatrici di sarde di Sant’Agata di Militello, le portatrici di argilla di Santo Stefano di Camastra, le raccoglitrici di olive dei monti Nebrodi e delle Madonie.

Questa onda di protesta superò perfino lo Stretto, tracciando un’inquietante mappa del lavoro nero femminile. Grazie a questa storica battaglia per i loro diritti, il salario delle raccoglitrici riuscì a raddoppiare e la paga divenne di 50 lire al kg. Fu il primo di una lunga serie di scioperi che attirarono l’attenzione della stampa nazionale ed estera e che continuarono periodicamente sino agli anni Sessanta, quando il numero delle raccoglitrici arrivò a circa 2.500 unità.

Sebben che siamo donne” è il titolo di uno dei tanti canti delle donne mondine che rivendicavano il loro salario come al solito minore di quello degli uomini.
Con questo titolo pubblicherò articoli che parlano di donne che non hanno ricevuto i dovuti riconoscimenti e per il loro ingegno e per il lavoro fatto. Solo per il fatto di essere donne. O temporaneamente dimenticate.

https://www.balarm.it/news/furono-il-simbolo-di-una-storica-protesta-chi-erano-le-raccoglitrici-di-gelsomino-in-sicilia-122835

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I numeri ci sono! 4. 4. 21 = 13 Sei pronta, cara umanità, al salto di qualità?

La parola d’ordine di quest’anno 5 è Cambiamento e la Pasqua rievoca la Resurrezione e la Rinascita dalla notte dei tempi, perché in origine rappresentava la connessione ai cicli di Madre Terra che rinasce in Primavera. Quest’anno la Pasqua si arricchisce nel suo significato con il numero 13, Trasmutazione o trasformazione risultante dalla data di questo giorno, 4.4.2021. Siamo chiamati ad operare una vera rinascita interiore, questo lungo cammino di prove che durano da più di un anno deve aver operato, soprattutto in chi si trova in un percorso di consapevolezza, un cambiamento profondo nella valutazione esperienziale del vissuto, di ciò che ci circonda e di ciò che ci pervade interiormente come risultato dell’esperienza fatta.

Il 4 ci chiede di connetterci alla Terra per operare la metamorfosi, trovare il fuoco dentro di noi così come è nel cuore della Terra; dobbiamo essere il Prometeo di noi stessi, accendere il nostro fuoco trasformatore. Prometeo è un simbolo di rivoluzione, ha sfidato gli dei, le autorità e le loro imposizioni portando la fiaccola dell’evoluzione agli uomini del suo tempo. Esso racchiude anche la metafora del pensiero e del sapere sciolto dai vincoli dei modelli presenti, intrisi di falsificazione e delle assurde concezioni del mondo di quest’epoca.

Se sentiamo sempre più profondamente il distacco da questa realtà illusoria; se restiamo comunque connessi, non per farci coinvolgere ma bensì per osservare; se i giudizi che piovono da ogni dove, li leggiamo attraverso un filtro, senza una partecipazione emotiva; non si tratta di un’estraniazione volontaria ma di una trasformazione profonda della nostra capacità di percepire la realtà e sta avvenendo in molte persone.

Il 13 è un numero karmico e identifica l’attaccamento alle cose materiali, ad un loro uso smodato, ad una bramosia nei confronti del possedere in ogni situazione della vita. L’ammonimento è quello di non aggrapparsi a ciò che non sostiene più l’evoluzione, a non permanere in una situazione che non ha più motivo di esistere.
Archetipo dell’Alchimista, per la Numerologia significa trasmutazione ed elevazione della facoltà percettiva. Per chi si sente ancora coinvolto e provocato da ciò che accade può sintonizzarsi con l’energia sacra dell’Alchimista e trasmutare quel che resta da completare. Oppure iniziare un percorso di conoscenza di sé per integrare quelle parti che non riesce ad individuare.

Troviamo conferma del significato dell’energia di questo giorno nell’arcano Senza Nome, 13° carta dei Tarocchi, conosciuto anche come la Morte, la carta raffigura uno scheletro con la falce in mano che miete da sinistra a destra quindi all’inverso, per dare la Vita, simbolicamente la metamorfosi e il rinnovamento.

La 13° lettera dell’Alfabeto Ebraico è Mem, rappresenta il grembo materno che ha la capacità di dare la vita. La forma della lettera ricorda anche il ripiegamento verso se stessi per trasformarsi e genera in noi l’impulso a porci domande.


Il nome Mem deriva da mayim che significa acque, indica che esistono acque superiori ed acque inferiori, ovvero la dualità. Oggi lo leggerei anche come Aquario, il suo simbolo lo conferma, una divisione di chi si trasforma e rinasce e di chi permane nella vecchia energia senza elevarsi

Il valore della lettera Mem è 40, il numero della maturità, conferma che per giungere alla trasformazione deve esserci un percorso di maturazione per l’Essere Umano, il numero 40 compare più volte nella Bibbia per significare un isolamento ed una trasformazione:
40 giorni e 40 notti durò il diluvio (Gen. 7,4)
40 giorni e 40 notti Mosè rimase sul monte (Es. 24,18)
40 gli anni trascorsi dal popolo di Israele nel deserto, fuggiti dalla schiavitù in Egitto
Dobbiamo perseverare e proseguire così come fece chi ci ha preceduto alla ricerca della vera Libertà, prima di tutto interiore altrimenti non si realizza nulla nel mondo; 40 anni è una metafora, non è un valore temporale, significa affrontare le prove del viaggio/vita per giungere alla Maturità!

Questa Pasqua è Rinascita anche nel suo significato Numerologico, trasformare gli eventi attuali in potenzialità per realizzare il Nuovo Mondo ma… chi usa l’intuito e l’immaginazione può già intravederlo.
Immaginare… in me il Mago agisce!
Buona Pasqua 2021!!!

Patrizia Pezzarossa

Numerologia https://www.visionealchemica.com/profilo-numerologico/

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* Sebben che siamo donne: Niki e il suo Giardino Esoterico dei Tarocchi

Il MOMA di New York la celebrerà dall’11 marzo al 6 settembre 2021 con l’esposizione “Structures For Life”, retrospettiva con oltre 200 opere create dalla metà degli anni ’60 fino alla morte dell’artista. Sculture, stampe, disegni, gioielli, film e materiali d’archivio evidenzieranno l’approccio interdisciplinare di Saint Phalle e il suo impegno nelle principali questioni sociali e politiche. “Gli uomini sono molto inventivi. Hanno inventato tutte queste macchine e l’era industriale, ma non hanno nessuna idea di come migliorare il mondo”.

Lei è Niki de Saint Phalle, pseudonimo di Catherine Marie-Agnès de Saint Phalle,

pittrice, scultrice, regista francese. nata in Francia a Neuilly-sur-Seine, ad ovest di Parigi, il 29 ottobre 1930 e naturalizzata californiana, dove muore, alla Jolla.

All’inizio degli anni Cinquanta, ventiduenne moglie e madre, ex modella e aristocratica decaduta, Niki viene ricoverata in manicomio: la sanità mentale le verrà restituita dall’arte, dirà lei più tardi, e per questo è sempre stata convinta che il suo monumentale giardino di sculture avrebbe guarito gli altri.

È il 1955 quando Niki si reca in Spagna, per la prima volta, a visitare le opere di Antoni Gaudí, che segneranno profondamente la sua opera.

Da quel viaggio, infatti, Niki inizia a sognare di costruire il suo giardino di sculture, ispirato alla simbologia delle carte dei tarocchi e realizzato con materiali ed oggetti di diversa natura. Gli anni passano e la scultrice, che continua a lavorare principalmente con il poliestere, viene ricoverata in ospedale per un ascesso ai polmoni causato proprio da questo materiale. Così, nel 1974, è “costretta” ad un periodo di convalescenza a St. Moritz dove rivedeMarella Caracciolo Agnelli conosciuta nel 1950 a New York. che assieme ai fratelli Carlo e Nicola Caracciolo decide di mettere a disposizione dell’artista un loro terreno nella proprietà a Garvicchio in Toscana.

l 21 maggio del 2002 – realizza un unico, incredibile, giardino esoterico ispirato al gioco dei tarocchi. Un parco d’arte popolato di statue giganti ispirate alle figure dei tarocchi.

Ci ha lavorato per diciassette anni, Niki .Ventidue arcani in forma di scultura. Sculture abitabili, passegiabili, attraversabili.

Una vera foresta di sculture rappresentanti le 22 carte degli Arcani realizzate con materiali diversi: vetro, acciaio, porcellana, I colori accesi sono proposti secondo un codice simbolico: il rosso è connesso alla forza creatrice, il verde alla vitalità primigenia; il blu è il segno «della profondità del pensiero, del desiderio ardente e della volontà», il bianco rappresenta la purezza; il nero indica «la vanità e i dolori del mondo», mentre l’oro è simbolo dell’intelligenza e della spiritualità. Sulle stradine del parco Niki incide appunti di pensiero, memorie, numeri, citazioni, disegni, messaggi di speranza e di fede, snodando un percorso materiale e soprattutto spirituale.

Ci sono la Sfinge, la Sacerdotessa, il Mago, il Vescovo, e così via. Queste sculture vengono armate d’acciaio, poi viene steso il reticolo in fil di ferro e dopo una pompa ci stende sopra il cemento, infine il “duro” lavoro: ricoprire a mosaico questa forma malinconica, compito dell’artista affiancata dal suo team che non la lascia mai sola in questo infinito ‘work in progress’.

Le sculture più piccole del giardino vengono realizzate a Parigi, in poliestere, poi ricoperte da mosaici di tessere fatte con vetri provenienti da varie parti del mondo.

È Niki stessa a chiedere, anni dopo, all’architetto Mario Botta “di creare l’ingresso al Giardino dei Tarocchi in contrasto con l’interno del Giardino. Botta costruì uno spesso muro di recinzione simile ad una fortezza, che aveva un aspetto ‘maschile’, utilizzando la bella pietra locale, e in questo modo l’esterno e l’interno furono ben distinti. “Per me il muraglione di Mario è una protezione come lo è il drago che nelle favole è il custode del tesoro”.

Sebben che siamo donne” è il titolo di uno dei tanti canti delle donne mondine che rivendicavano il loro salario come al solito minore di quello degli uomini.
Con questo titolo pubblicherò articoli che parlano di donne che non hanno ricevuto i dovuti riconoscimenti e per il loro ingegno e per il lavoro fatto. Solo per il fatto di essere donne. O temporaneamente dimenticate.

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* Ricordando Virginia…28 marzo 1941

 

Nell’ottobre del 1928 Virginia Woolf viene invitata a tenere due conferenze sul tema “Le donne e il romanzo”.

È l’occasione per elaborare in maniera sistematica le sue molte riflessioni su universo femminile e creatività letteraria.

Il risultato è questo straordinario saggio, vero e proprio manifesto sulla condizione femminile dalle origini ai giorni nostri, che ripercorre il rapporto donna-scrittura dal punto di vista di una secolare esclusione, attraverso la doppia lente del rigore storico e della passione per la letteratura.

Come poteva una donna, si chiede la scrittrice inglese, dedicarsi alla letteratura se non possedeva “denaro e una stanza tutta per sé”?

Si snoda così un percorso attraverso la letteratura degli ultimi secoli che, seguendo la simbolica giornata di una scrittrice del nostro tempo, si fa lucida e asciutta riflessione sulla condizione femminile.

Un classico della scrittura e del pensiero.

I Love Virginia

 

https://lauracarpi.wordpress.com/2018/07/08/quando-il-numero-di-scrittrici-si-dimezzo-ci-sono-anche-notizie-bizzarre/

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* Primavera 2021! Tempo di rinascita!!!Sììììììììììììì!

 

io rinascerò
certo a primavera
oppure diverrò
gabbiano da scogliera
senza più niente da scordare
senza domande più da fare
con uno spazio da occupare
e io rinascerò

amico che mi sai capire
e mi trasformerò in qualcuno
che non può più fallire
una pernice di montagna
che vola eppur non sogna
in una foglia o una castagna
e io rinascerò


amico caro amico mio
e mi ritroverò
con penne e piume senza io
senza paura di cadere
intento solo a volteggiare
come un eterno migratore…
Senza paura di cadere
intento solo a volteggiare
come un eterno migratore
e io rinascerò
senza complessi e frustrazioni


amico mio ascolterò
le sinfonie delle stagioni

con un mio ruolo definito
così felice d’esser nato
fra cielo terra e l’infinito
ah…
e io rinascerò
senza complessi e frustrazioni
amico mio ascolterò
le sinfonie delle stagioni
con un mio ruolo definito
così felice d’esser nato
fra cielo terra e l’infinito
ah…
e io rinascerò
io rinascerò

Riccardo Cocciante

https://youtu.be/fSZjJuJ22nQ

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* Storie di vero amore : Margherita e i suoi gatti.

   

C’è chi sostiene che, in realtà, chi muore non lasci questo mondo finché non viene dimenticato e ignorato. Se questo è vero, noi oggi diamo a un’anima notevole, membro onorevole del pantheon della scienza, la possibilità di brillare: raccontiamo con piacere un aneddoto riguardo Margherita Hack e il suo gatto Ciccino.

La storia, che gira in rete da qualche tempo, recita così ed è narrata dalla voce della Hack stessa:

Si chiamava Ciccino,

è stato con me dal 1932 al 1943,

ho studiato con lui sulle mie ginocchia,

dalla prima media al terzo anno di

università.

Durante la guerra riuscì a

compiere un’impresa storica.

Il cibo era razionato, ma si infilò nella

casa di un federale e gli rubò una forma

di pecorino. Con quel pezzo di formaggio

in bocca più grande di lui riuscì a tornare

a casa. Ma lo videro e dovetti restituire la

forma.

Lui ci rimase così male che per

consolarlo gli cedetti la mia razione di cibo.

Non c’è stato solo Ciccino, nella vita di questa donna dal grande cuore. La dice già lunga il fatto che abbia intitolato uno dei suoi libri nientemeno che “Nove vite come i gatti. I miei primi novant’anni laici e ribelli”. Un altro ancora, forse ancora più significativo, è “I gatti della mia vita”

È stata, narrano alcune storie, mamma adottiva di una colonia felina dell’Osservatorio Astronomico di Trieste nota come “i gatti di Margherita”. E a due sue gattine, ha dedicato queste righe all’interno della sua opera Perché sono vegetariana.

Quando Jenny e Luna erano appena arrivate, per abituarle alla nuova casa, la notte le chiudevamo in una stanza – la stanza dei gatti e anche degli ospiti – dove oltre a un comodo letto, disponevano della loro toilette e acqua da bere.

Dopo qualche giorno, la mattina trovavo sempre la porta aperta. Forse non chiude bene, pensai. E chiusi la porta a chiave.

E il mistero fu svelato. Sentivo ripetutamente smuovere la maniglia su e giù. Una delle due aveva scoperto che saltando e aggrappandosi alla maniglia la porta si apriva. Era Jenny, la solitaria, la più coraggiosa e intelligente, come capii, quando la vidi ripetere la stessa operazione con la porta della cucina. E aveva appena 5 o 6 mesi.

Ora Ciccino è, già da qualche tempo, con la sua celebre umana. E così i felini che prima di lei hanno lasciato questa terra.

Certamente, li ha trovati tutti ad accoglierla!

Gli animali son creature di questa terra, sono nostri fratelli e quindi non è che si devono considerare oggetti a nostra disposizione. Sono esseri viventi che hanno capacità di amare e di soffrire e quindi dobbiamo trattarli proprio come fratelli, come fratelli minori. Noi abbiamo un cervello più potente, però non vuol dire che, per questo, dobbiamo abusare di loro.“

Margherita Hack

Leggi anche:

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https://lauracarpi.com/2018/11/24/i-gatti-di-freddie/

https://lauracarpi.wordpress.com/2015/03/25/i-gatti-di-doris/

 

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* Sebben che siamo donne: Maria Anna Mozart ,sorella ,insegnante e ispiratrice del grande Wolfgang Amadeus Mozart e una delle migliori musiciste d’Europa del suo tempo

 

Maria Anna Mozart nacque il 30 luglio 1751 a Salisburgo, la stessa città in cui, quattro anni e mezzo dopo, sarebbe nato suo fratello Wolfgang Amadeus. Era la quarta figlia di una coppia di musicisti, Leopold e Anna Maria Mozart, che sembravano essere stati maledetti: la piccola Maria infatti non conobbe mai i suoi fratelli maggiori, tutti morti tutti poco dopo la nascita, così come sarebbe successo ai due fratelli nati dopo di lei. Solo la bambina e il settimo figlio della coppia, Wolfgang Amadeus, sopravvissero fino all’età adulta. Forse da qui deriva il soprannome della piccola: Nannerl, un nome di origine ebrea che significa “benedizione di Dio”.

l padre di Maria Anna e di Amadeus, compositore e musicista di professione, si sforzò fin da subito nel coltivare il talento musicale della figlia, alla quale impartì personalmente lezioni fin dall’età di sette anni. Maria Anna era particolarmente dotata nel suonare il pianoforte e il clavicembalo, tanto da sorprendere perfino il padre. All’epoca il giovane Amadeus aveva circa tre anni ed era molto unito alla sorella, che osservava suonare per ore. Fu lei a trasmettergli la passione per la musica.

Nel 1762 Leopold Mozart ricevette un’invito sorprendente: l’imperatrice austriaca Maria Teresa voleva che Maria Anna e Amadeus suonassero davanti alla corte imperiale di Vienna, dove riscossero molto successo. Fu allora che Leopold decise di portarli in tournée per l’Europa, tra il 1763 e il 1766. Durante il viaggio fratello e sorella acquisirono una fama ogni giorno maggiore, la loro esperienza e il loro talento crebbero e i due iniziarono a comporre le prime opere. Leopold affermava che sua figlia era una delle migliori musiciste d’Europa, e non era il solo. Diverse persone garantivano che il talento di Maria Anna fosse addirittura superiore a quello di suo fratello.

Eppure la bravura di Maria Anna e l’orgoglio paterno non bastarono a far continuare la ragazza su quella strada: non appena raggiunti i diciotto anni, ovvero l’età da marito, Leopold prese l’inaudita decisione di allontanare la figlia dalle scene. Anche se la ragazza continuava a dedicarsi alla musica e a comporre in privato, smise di affiancare suo fratello nei concerti.

I biografi della famiglia non sono concordi nello stabilire la ragione che spinse Leopold a prendere questa decisione: fu forse il suo carattere autoritario, o magari il timore che una donna non potesse guadagnarsi da vivere solo con la sua musica. In effetti, a riprova di questa seconda ipotesi sappiamo che Leopold si oppose al matrimonio di Maria Anna con l’uomo che lei aveva scelto, un insegnante privato, preferendo invece un ricco magistrato.

Amadeus, che al contrario della sorella non tollerava le intromissioni paterne nella sua vita privata, cercò invano di aiutarla.

In molti affermavano che il talento di Maria Anna era perfino superiore a quello del fratello, ma quando la giovane raggiunse la maggiore età il padre l’allontanò dal palcoscenico

talenti femminili scon

Invece la relazione con suo fratello, al quale Maria Anna era sempre stata molto unita e che l’aveva sempre appoggiata davanti al padre, si raffreddò dopo il matrimonio. Nonostante questo, Amadeus continuò a scriverle lettere e a comporre opere perché lei continuasse a suonare. L’allontanamento tra i due fratelli si deve forse alla figura di Costanze, la moglie di Amadeus, con cui Maria Anna non ebbe mai altra relazione se non quella che imponeva la cortesia; la depressione che Amadeus patì negli ultimi anni di vita a causa dei debiti fece il resto, e i due non s’incontrarono più fino alla morte di lui, nel 1791.

Nel 1801 morì anche il marito di Maria Anna, che a cinquant’anni si ritrovò sola a prendersi cura dei suoi due figli e di quattro figliastri. Ma questa difficile situazione comportò, paradossalmente, la possibilità di ricominciare a vivere: tornò a Salisburgo e lavorò come professoressa di musica, riuscendo a mantenersi comodamente fino alla fine dei suoi giorni. Negli ultimi anni la sua salute peggiorò notevolmente e nel 1825, quattro anni prima di morire, perse la vista.

Di Maria Anna Mozart non si conserva nessuna composizione, anche se si discute sulle prime opere di Mozart: secondo alcuni studiosi potrebbero essere piuttosto creazioni della sorella, visto che è noto che Maria Anna componeva per Amadeus dei brani perché il bambino imparasse a suonare e che era lei a trasporre su carta le melodie che il giovane musicista componeva da piccolo, quando ancora non sapeva scrivere da solo. Ma sul suo talento, elogiato dal fratello e dal padre, ma anche dal pubblico che catturò nella sua breve ma brillante carriera, non ci sono dubbi.

https://www.storicang.it/a/maria-anna-mozart-sorella-che-ispiro-amadeus_15024

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Solo per il fatto di essere donne.