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Giove,Nettuno,Venere ,Marte in Pesci e la Luna Piena in Bilancia per l’equilibrio delle nostre future scelte

In questo Aprile 22 gli eventi in cielo si susseguono con grande intensità e altrettanto eccezionali incontri di energie volte tutte a riorientare le coscienze degli esseri umani tutti.

E’ ancora percepibile la potente frequenza energetica del raro incontro di dei due pianeti guida del segno d’acqua dei Pesci, Giove e Nettuno, che si verifica ogni 13 anni ma soltanto ogni 200 circa in Pesci.

Ciò che rende questa congiunzione così speciale è che Pesci trasmette le qualità caratteristiche di entrambe i pianeti .

Giove spinge alla fusione della mente e dell’amore per realizzare la saggezza, Nettuno versa acqua di vita nell’oceano della materia e così illumina il mondo interiore umano.

Entrambi tendono allo scopo di condurre l’umanità alla consapevolezza di essere gruppo che si evolve attraverso un concetto di amore universale. Anche provocando quelle crisi di riorentamento che fanno passare l’individuo dal livello personale al livello collettivo.

Affrontare le paure personali che generano la violenza in ogni genere di comunicazione, guardare oltre l’apparenza per riconoscere i valori che permettono una convivenza sana tra tutti, superare i pregiudizi che inevitabilmente coinvolgono il nostro personale stile di vita e le nostre scelte, mutare l’atteggiamento che ci spinge a vedere il mondo in bianco e nero dividendolo per pure contrapposizioni: buono o cattivo. Giusto o sbagliato. Noi o loro.

Pesci è l’ultimo segno del percorso dello Zodiaco e simbolo del ciclo evolutivo compiuto dell’essere umano. Con Ariete inizia un altro giro di esperienze formative. Pesci quindi indica la fine di un ciclo.

Lasciamo quindi il passato facendo tesoro degli insegnamenti ricevuti e lanciamoci verso il nuovo? I pianeti in questione ci invitano a trovare un giusto equilibrio .per un cambiamento palesemente necessario e le scelte ponderate per il percorso da affrontare per tutta l’umanità.

In Pesci e anche in congiunzione ci sono Venere e Marte!

Marte spinge a concepire la vita come una battaglia in ogni direzione,ad affrontare ogni esperienza con devozione cieca agli ideali romantici e politici,la mente fisica orienta le emozioni del cuore.

Venere è la Signora della Sapienza e della Conoscenza , è l’espressione pura della Mente Universale, veicola il principio vitale di Amore, ha la funzione di trasformare la conoscenza in Saggezza.

Sulla Terra è Amore, e nel cielo è Amore, e attraverso questo Amore si rinnovano tutte le cose, e si riorientano le coscienze in preda a facili entusiasmi e giudizi.

Anche qui tra i pianeti è un rapporto di equilibrio.

Inoltre Venere è il pianeta governatore della Bilancia!

Ed ecco che la Luna si fa piena in Bilancial!

Il segno della Bilancia si distingue per il suo moto alterno, ascendente e discendente, a livello superficiale può sembrare mancanza di passione, indifferenza,propensione ad accettare tutto indiscriminatamente.

In effetti il suo compito è armonizzare le due correnti per spianare la strada a procedere insieme. Si tratta di equilibrare i contrasti dei rapporti interpersonali per arrivare al concetto di collaborazione per costruire insieme, assolutamente necessario a tutta l’umanità.

La Luna in Bilancia ha il compito di espandere le relazioni personali fino alla creazione di una rete impersonale che unisca l’umanità in una totalità coscientemente equilibrata.

Questa Luna Piena non solo ci aiuterà ad avere relazioni più consapevoli, anche con noi stessi e come stiamo proiettando inconsciamente alcune delle nostre incertezze sugli altri,suggerendoci di guardare persone e situazioni da una prospettiva diversa se vogliamo allargare i nostri orizzonti, trovare nuove alternative o soluzioni che non avevamo mai considerato.

Dentro di noi, fuori di noi, molto oltre il nostro piccolo intorno, che nel gruppo umanità siamo piccole componenti che possono fare con l’esempio la differenza.

Per il pianeta che ci ospita, per la natura che ci consente di sopravvivere, per tutto ciò che ha vita,siamo compagni di viaggio da sempre e per sempre.

L’energia dell’universo intero ci sostiene sempre, in ogni momento e mai per caso, anche nostro malgrado!

Love Laurin

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* La buona notizia del venerdì: Amore è un giardino profumato



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Crea un enorme profumato giardino per la moglie non vedente

Una dolcissima storia d’amore lunga 56 anni e centinaia di fiori rosa a testimoniare l’affetto di un uomo per la sua compagna.

Teatro di questa tenera vicenda è il Giappone e protagonisti sono il signore e la signora Kuroki, proprietari di quella che oggi è anche un’attrazione turistica per veri romantici: una sconfinata distesa di fiori profumati, nata dalla perseveranza di Mr. Kuroki, determinato a far tornare il sorriso alla moglie privata della vista.

A raccontarla è il Telegraph.

Da 20 anni non vede più a causa del diabete.

La signora Kuroki ha perso la vista e per un periodo anche la voglia di vivere.

Ma il marito le ha fatto un bellissimo regalo: un enorme manto di fiori profumati, grazie ai quali la donna ha ritrovato il sorriso.

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I due coniugi, prima della malattia della moglie, avevano vissuto una vita felice. Guadagnando da vivere attraverso il proprio caseifico nelle campagne del Giappone, la coppia ha avuto due bei bambini.

Ma la loro esistenza è cambiata quando la signora Kuroki è stata colpita dal diabete e ha dovuto fare i conti con una delle complicazioni più terribili: la perdita della vista.

Nel giro di qualche settimana la donna non riusci a vedere più nulla.

Allora, cadde in depressione, chiudendosi in casa ed evitando anche di uscire all’aria aperta. Una tragedia per il marito che cercò allora di escogitare una soluzione per farla tornare a sorridere.

Fu la bellezza della Natura ad offrirgli l’idea: far crescere un bel giardino che potesse offrire alla donna il piacevole profumo dei fiori. Non un odore leggero ma una vera e propria nuvola floreale che inebriasse i sensi della moglie, aiutandola a superare la tristezza.

Dopo due anni di duro lavoro e migliaia di fiori apparsi, Kuroki è riuscito nell’intento di rendere felice la moglie. 

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La loro storia ha fatto il giro del mondo e l’enorme distesa di fiori è diventata una meta da visitare.

La coppia vive a Shintomi, nella Prefettura di Miyazaki.

Il loro giardino è oggi un vero e proprio museo a cielo aperto che fiorisce in primavera mostrando un tappeto di fiori rosa chiamati Shibazakura o Phlox.in italiano “muschio rosa”.

La Phlox subulata è una pianta perenne che sia in Giappone che nel nostro pianeta viene chiamata muschio rosa pur non essendolo in realtà.

I suoi fiorellini conquistano l’occhio per via del loro colore spesso acceso. A diversi esemplari corrispondono diverse colorazioni della fioritura con le quali giocare. Proprio come ha fatto il sig, Kuroki, in modo tale da arredare il giardino nel modo più creativo e divertente possibile.

In questo caso l’uomo ha deciso di disegnare tanti cuori per dimostrare amore alla propria compagna di vita. 

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Circa 7.000 persone visitano ogni giorno questo piccolo angolo di paradiso, simbolo dell’amore che come la Natura sa rinnovarsi e superare ogni difficoltà.


http://www.greenme.it/abitare/orto-e-giardino/19318-giardino-profumato-per-la-moglie

altre notizie:

L’uomo che ha piantato migliaia di girasoli in ricordo della moglie

Agricoltore britannico pianta un bosco a forma di cuore in omaggio alla moglie scomparsa

La mamma che pianta milioni di alberi in memoria del figlio per fermare la desertificazione (VIDEO)

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Perchè siam donne: Althea Gibson è stata la prima campionessa mondiale afroamericana di tennis.

Althea Gibson è stata la prima campionessa afroamericana di tennis.

Bisognerà attendere quasi 50 anni dai suoi successi per vedere un’altra giocatrice dalla pelle nera scalare il podio mondiale: Venus Williams, seguita poi dalla sorella Serena Williams (2002).

Oggi la pellicola diretta da Reinaldo Marcus Green intitolata “King Richard” che racconta la vita delle sorelle Williams e del papà “Richard” che è stato il loro maestro di tennis, interpretato da Will Smith, che per il ruolo ha vinto l’Oscar al miglior attore ai premi Oscar 2022.

Althea Gibson è stata una grande sportiva che si è battuta duramente contro il razzismo per il riconoscimento dei diritti delle persone afroamericane.

È stata la prima donna nera a partecipare al prestigioso torneo internazionale di tennis di Wimbledon. Tra le prime dieci dal 1956 al 1958 e prima nel 1957 e nel 1958.

Nacque a Silver il 25 agosto 1927 da Daniel Gibson e Annie Bell, che raccoglievano cotone nei campi della Carolina del Sud. Ha vissuto la sua infanzia a Harlem, dove si erano trasferiti nel 1930. La passione per il tennis è nata dopo che il suo vicino di casa le aveva regalato una racchetta.

Dopo poco tempo Althea Gibson si iscrive ai tornei per persone afroamericane dell’American Tennis Association.

Arriva in finale a un torneo e non riesce a vincere ma il suo talento venne notato da alcuni addetti ai lavori.

Comincia così la carriera sportiva di Althea Gibson, che per dieci anni domina incontrastata nel campionato singolare femminile.

Dopo aver ottenuto una borsa di studio per frequentare la Florida A&M University, prova a entrare negli ambienti in cui la presenza delle persone nere è vietata, come i country club.

Sono gli anni della segregazione razziale negli Stati Uniti d’America.

Alle persone nere viene impedito di salire sugli autobus, entrare nei negozi, hanno scuole separate e il mondo dello sport non viene certo risparmiato. Il tennis, in particolare, è considerato una disciplina sportiva per ricchi e appartenenti alla razza bianca.

La carriera di Althea Gibson arriva a una svolta importante quando l’ex giocatrice di tennis Alice Marble appoggia la sua causa in un editoriale pubblicato sulla rivista American Lawn Tennis Magazine“:

Se il gioco del tennis è uno sport per gentiluomini e gentildonne, è tempo di comportarci un po’ di più come persone gentili e un po’ meno come ipocriti bigotti. […]

Se Althea Gibson rappresenta una sfida per l’attuale raccolto delle donne che praticano questo sport, è giusto che a tale sfida si risponda sul campo.

Da questo momento in poi, per Althea, si spiana la strada del circuito internazionale tennistico, anche se i pregiudizi razziali sono ancora presenti e duri da sopportare: gli alberghi non vogliono ospitarla; deve entrare in campo dalla porta di servizio; non può sostare negli spogliatoi.

È bellissimo essere la regina del tennis, ma non puoi mangiare una corona, e non puoi neanche mandare un pezzo di trono per pagare le tasse. Il padrone di casa, il panettiere e quelli del fisco sono un po’ strani: vogliono i soldi in contanti… io regno su un conto in banca vuoto e non posso pretendere di riempirlo giocando nel circuito dilettantistico.

Nel 1959 recita anche nel film Soldati a cavallo di John Ford.

A 31 anni si ritira dal tennis e si mette a giocare a golf, anche questo considerato uno sport d’élite.

Nel 1971 lascia anche questo sport.

Il 28 settembre 2003, a 76 anni, Althea Gibson muore a East Orange.

Bisognerà attendere quasi 50 anni dai suoi successi per vedere un’altra giocatrice dalla pelle nera scalare il podio mondiale: Venus Williams, seguita poi dalla sorella Serena Williams (2002).

In ricordo di Althea Gibson è stato prodotto un francobollo “first class” durante gli US Open, per la serie dei “Black Heritage”.

#unadonnalgiorno

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Perchè siam donne: Edith Warton e le campane di pace

Edith Warton (1862/1937) è stata una scrittrice e poetessa statunitense.

La prima donna a vincere il Premio Pulitzer per il romanzo “ L’età dell’innocenza” nel 1921.

L’incontro e l’amicizia con lo scrittore Henry James è stato determinante per la sua carriera letteraria. Il tema principale dei suoi romanzi è la difficoltà dei rapporti interpersonali nella società dell’epoca chiusa e discriminante soprattutto con le donne.

Nel 1914 quando la Germania dichiara guerra alla Francia, Edith si trova a Parigi: partecipa attivamente al fronte e in mezzo alle macerie come cronista per documentare tutti gli orrori della guerra.

Si occupa personalmente dei profughi e crea dei laboratori per le lavoratrici disoccupate e prive di assistenza.

Nel 1916 promuove gli “ostelli americani per rifugiati “ una iniziativa per la quale viene insignita della prestigiosa onorificenza del governo francese “La Legion d’onore”.

E ricordando gli ultimi mesi di quei difficili anni, scrive:

Una sera, verso la fine del luglio 1918, ero seduta nel salotto di casa mia, in rue de Varenne, d’improvviso il rumore distante di una cannonata…

Quattro anni di guerra avevano abituato i parigini a qualsiasi rumore che avesse a che fare con allarmi aerei, dal crepitio dei razzi allo scoppio delle bombe devastatrici. La rue de Varenne era vicina alla Camera dei deputati, ai ministeri della guerra e degli interni, e ad altri importanti sedi governative, e le bombe erano piovute intorno a noi e su di noi dal 1914; e poiché eravamo sulla traiettoria mortale della ‘Grossa Berta’, ci era ben noto anche il suo rombo infernale…

Tre mesi dopo, in una calma giornata di novembre, un altro rumore insolito mi fece accorrere allo stesso balcone.

Il quartiere in cui vivevo era così tranquillo, a quel tempo, che, tranne il fragore delle battaglie aeree, pochi altri rumori disturbavano il suo silenzio; mi allarmai, quindi, sentendo, a un’ora insolita, il ‘suono familiare delle campane della chiesa più vicina, Sainte-Clotilde. andai al balcone; e tutti quelli che erano in casa in quel momento mi seguirono.

In un silenzio profondo, d’attesa, sentimmo il rintocco, uno dopo l’altro, delle campane di Parigi; dapprima, il suono parve soffocato, incerto, quasi incredulo; poi si fece più forte, veloce, precipitoso, esultante, finché tutte le voci delle campane si incontrarono e sciolsero in uno scoppio unico, di trionfo.

Eravamo così a lungo vissuti nell’incertezza della speranza, che per un attimo i nostri cuori tremarono e dubitarono.

Poi, come le campane, anch’essi scoppiarono di gioia e capimmo che la guerra era finita.

Da ‘Uno sguardo indietro‘ (1934)

Ci sono due modi di diffondere luce: essere la candela oppure essere lo specchio che la riflette.“


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Storie di gatti: Il gatto sull’oceano

……

Il gatto era uno straordinario gatto-leone, uno spettacolo ed una meraviglia della natura. Grosso, forte, attento e sospettoso. Il grande faccione ed il pelo fulvo e rossiccio incolto e scarmigliato, a raggiera, conseguente ad una esistenza selvaggia, faceva pensare all’apparizione di un essere extraterrestre. Gli occhi grandi e color verde smeraldo, inquisitivi e diretti, di una sua consapevole regalità superiore e sprezzante appartenente ai dominatori del Creato, trasmettevano il suo pensiero e la sua storia.

Il gatto era il signore delle terre emerse e degli oceani del mondo. Già da tempo aveva deciso di visitare tutti i continenti alla ricerca forse di una anima gemella che potesse essere all’altezza delle sue non comuni caratteristiche di dominatore. Con tale disegno esistenziale nella propria testa aveva scoperto che le navi mercantili si prestavano alla perfezione per il raggiungimento di quest’obiettivo. Il gatto pertanto divenne marinaio ed imparò ben presto a conoscere i vari tipi di navi.

Egli imparò a distinguere i leviatani del mare dalle navi più piccole, le navi più popolate da quelle apparentemente deserte, le grandi petroliere dalle navi da carico generale. Spinto dalla sua naturale diffidenza per il proprio simile e consapevole della pericolosità del diventare schiavo dell’uomo che lo avrebbe “civilizzato” annullando la sua indipendenza, egli sceglieva con cura le navi che andavano in lontani continenti dove si poteva più facilmente nascondere e condurre la sua vita di selvaggio ma padrone di sè stesso, attento solo alla sua sopravvivenza.

Fu così che un giorno il gatto decise di imbarcarsi su un leviatano del mare. Il leviatano, con minerale di ferro e carbone dagli Stati Uniti e dal Brasile andava in Giappone da dove proseguiva per l’Australia ove caricava carbone per le acciaierie dell’Inghilterra. Questo leviatano era una nave cosiddetta “ore and oil” cioè si adattava al trasporto di minerale, carbone, altri carichi alla rinfusa e petrolio, a seconda delle circostanze. Il suo scafo cioè conteneva chilometri e chilometri di tante tubazioni, in coperta e sul fondo, che offrivano infiniti nascondigli ove il gatto poteva rimanere tranquillo ed indisturbato nella sua scelta di vita.

Non si riuscì mai a capire dove il gatto avesse timbrato il suo cartellino d’imbarco ma doveva essere stato o il Giappone o l’Australia, visto anche il suo comportamento, per così dire, poco “europeo”.

Il primo ad accorgersi che c’era una presenza extra a bordo fu il cuoco quando si accorse che le fettine di carne, che lui lasciava in cucina per la notte ad uso facoltativo degli stomaci del personale smontante dai servizi di guardia notturni, avevano invece trovato altri sconosciuti consumatori. Finchè un giorno il gatto fu avvistato fra un meandro ed un altro delle tubazioni del leviatano in tutta la sua avvenenza, maestosità e audacia.

Il gatto pian piano iniziò a monopolizzare l’attenzione delle anime a bordo che cercarono invano di stabilire una pur minima forma di amicizia o di relazione. Egli rimaneva sempre nascosto e usciva solo la notte per cibarsi delle prelibatezze che il cuoco ora gli lasciava generosamente in un piatto in coperta, fuori della cucina. Raramente usciva per una passeggiata diurna in coperta, ma scappava appena incontrava un essere umano sulla sua strada. Fu durante questi fugaci incontri che le anime a bordo realizzarono lo splendore di questo fantastico ed inconsueto felino.

Mentre il leviatano solcava gli oceani verso la sua destinazione, la presenza del gatto a bordo iniziò a suscitare l’attenzione e la preoccupazione del capitano perchè il Paese dove si era diretti non permetteva l’ingresso di animali, cani o gatti, e gli inglesi erano particolarmente ligi a questa loro regola di immigrazione intesa a preservare la flora e la fauna naturale ed incontaminata della loro isola. Qualsiasi eccezione a questa regola doveva essere soggetta a quarantena. Il problema che il capitano non riusciva a risolvere era quindi quello di tenere sotto custodia il gatto in modo che all’arrivo egi fosse stato in grado di dichiarare e mostrare il gatto alle autorità sanitarie. Ma come si faceva a mostrare qualcosa che era nascosto chissà dove fra i chilometri di tubazioni???

Ed il capitano non amava rischiare presentandosi senza dir niente perchè se malauguratamente durante la sosta in porto qualcuno avesse notato il gatto non dichiarato a bordo egli, il capitano, avrebbe potuto incontrare serie difficoltà con le autorità sanitarie che sono le più importanti per essere la prima autorità a dare il permesso di accesso al Paese. Inoltre il marconista, o radiotelegrafista, del leviatano del mare era un inglese di cittadinanza inglese e chi poteva giurare che non avrebbe riportato comunque la presenza del gatto alle dette autorità???

Dopo notti insonni alla ricerca della soluzione di questo rebus che gli girava per la testa, il capitano si convinse che era necessario approntare un piano d’azione per catturare il gatto e tenerlo sotto custodia vigilata al fine di poterlo mostrare quando necessario. Il capitano chiamò il carpentiere, gli spiegò il problema e gli commissionò la costruzione di una gabbia speciale. Il carpentiere si mise all’opera e dopo qualche giorno completò quanto richiestogli.

La gabbia era di forma cubica, gli spigoli di circa un metro e mezzo, dall’intelaiatura di legno e le facciate composte di robusta rete metallica. Una delle facciate della gabbia era scorrevole, si poteva alzare ed abbassare per permettere il libero ingresso nella stessa gabbia. La gabbia fu posizionata al centro della boccaporta poppiera, proprio sotto e davanti al ponte di comando una decina di metri più in alto. Una cordicella, o sagola, prolungantesi dalla plancia, era legata alla porta della gabbia per mantenerla sollevata ed aperta, mentre il piatto con le prelibatezze del cuoco fu spostato dentro la gabbia.

Per qualche giorno il gatto, forse sospettando che qualcosa non andava per il verso giusto, non si fece vivo. Poi un giorno, verso l’alba, il marinaio di vedetta intravide il gatto che, furtivo, si dirigeva verso il piatto dentro la gabbia. Mollò la sagola, la porta scivolò per chiudersi ma non tanto velocemente da impedire la fuoriuscita del gatto che, dopo essere rimasto per alcuni momenti incastrato sotto il battente, si divincolò con la sua grande forza ritornando nel suo nascondiglio. L’attesa ricominciò ed a tre giorni dall’arrivo il gatto ritormò e questa volta si lasciò intrappolare nella gabbia.

Non si saprà mai cosa passò nelle menti del gatto e del capitano ma fatto è che il gatto, con quest’ultimo avvenimento, risolse tutti i problemi del capitano e questi, forse in segno di riconoscenza ed intravvedendo quali fossero le reali intenzioni e programmi del gatto, dopo la partenza dall’Inghilterra, con il leviatano diretto verso terra americana, lo liberò dalla gabbia lasciandolo alla sua preferita vita selvaggia e solitaria.

All’arrivo in terra americana, mentre il leviatano si avvicinava lentamente al pontile, le anime a bordo all’improvviso videro il gatto sul “capodibanda” pronto a saltare. Ad alcuni metri dal pontile il gatto scattò in un salto prodigioso e, una volta atterrato, si lanciò in una corsa sfrenata fino a perdita d’occhio.

Forse sapeva di aver ritrovato la sua terra originale dove c’era la sua Pocahontas che l’attendeva da sempre per sempre.

Dal Diario di Bordo del Capitano delle Stelle

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* Giornata Internazionale della Felicità : ecco la nuova materia scolastica Positive Education

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Felicità: ecco la nuova materia scolastica

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La felicità è l’obiettivo che accomuna ogni persona.

Educare i bambini alla felicità si può ed è di fondamentale importanza per fare di loro persone solide, capaci di far fronte ad ogni accadimento della vita.

E’ infatti questo l’obiettivo principale della Positive Education, un nuovo modello educativo basato sulla sinergia esistente tra le emozioni positive e l’apprendimento. Grazie ad esso è possibile usare l’esperienza ottimale per migliorare le performance scolastiche, il benessere psico-fisico e la determinazione a voler conseguire gli obiettivi prefissati.

In Australia ci sono circa 160 mila ragazzi che  ogni anno soffrono di depressione, la scuola basata sull’Educazione alla Positività nasce proprio per aiutare questi giovani a reagire al disagio, a combattere questa tristezza adolescenziale.

La felicità è l’obiettivo che accomuna ogni persona.

A scuola spesso si vedono ragazzi annoiati, frustrati, stufi e ansiosi difficilmente sono felici. Ma il nuovo programma di insegnamento che sta prendendo piede in alcuni stati del mondo sta modificando questo stereotipo di scuola. L’Educazione Positiva è un approccio formativo che vuole combattere e aiutare gli studenti a prevenire le malattie legate alla “non felicità“, allo stress.

Una scuola che si basa sulla positività è una scuola dove fiducia e collaborazione stimolano i ragazzi e dove vengono aiutati anche a meditare e rilassarsi prima di un evento importante come può essere un esame.

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Nel Bhutan, sull’Himalaya, è stato costituito l’acronimo FIL (Felicità Interna Lorda) che è praticamente uno degli obiettivi del Regno. Meditazione, preghiere e felicità per i bambini delle scuole che formano bambini sani, intellettuali e di valore che saranno cittadini produttivi e felici.

La Positive Education è un modello di insegnamento basato sulla sinergia esistente tra le emozioni positive e l’apprendimento. I risultati che si ottengono sono misurabili in termini di performance scolastiche, di benessere psico-fisico e di determinazione a voler conseguire gli obiettivi prefissati. L’efficacia di queste metodologie ha un riscontro scientifico supportato da numerose ricerche e studi a dimostrazione di quanto la positività abbia un ruolo reale all’interno della società.

La Scuola di Palo Alto, annoverata da anni tra le Business School più accreditate del nostro Paese, è una realtà unica nel suo genere. All’ampio catalogo di corsi, affianca un ricco ventaglio di action learning non convenzionale e una brillante attività editoriale che pubblica successi sui grandi temi del management, della crescita personale, del business.

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Nelle scuole di alcuni paesi del mondo sta prendendo piede un nuovo e rivoluzionario metodo didattico che prende il nome di Educazione Positiva: si tratta di un percorso formativo psicologico basato sulla felicità e sul benessere degli studenti.

Sì perché quando si affronta la questione “essere felici” i dati statistici hanno un ruolo marginale. Non è il PIL (Prodotto Interno Lordo) a definire lo stato di salute di una paese ma può esserlo la felicità. Mentre in Italia, su questi temi, siamo sempre un po’ in ritardo in diverse scuole straniere sono già state predisposte nel programma annuale le ore dedicate all’Educazione Positiva. Tra queste così all’avanguardia troviamo:

Il liceo Geelong in Australia che ha sviluppato un intero programma di insegnamento per promuovere il benessere degli studenti ed aiutarli a vincere la depressione;

il liceo Lerchenfeld di Amburgo che, come in un centinaio di scuole tedesche, è stata introdotta la Felicità come nuova materia di apprendimento.

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Insegnare la felicità non è un fatto esclusivamente teorico. I docenti di queste scuole innovative fanno il possibile per dare un contributo reale e concreto al raggiungimento della felicità personale e ci riescono, spesso, ricorrendo ad esercizi pratici, come il “tuffo dal palco” o la “doccia tiepida”. Si tratta di espedienti molto utili e capaci di stimolare e sviluppare negli studenti il senso di appartenenza alla comunità ma soprattutto l’autostima, la capacità di credere in se stessi.

La felicità non è un soffio o un momento: è il prodotto di una scelta lungimirante fatta pensando alla comunità e al futuro.  Perché è vero che la felicità si percepisce individualmente, ma si deve ricercare insieme.

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Di seguito il video di learning world che spiega nel dettaglio cosa significa un’Educazione Positiva, un’educazione alla Felicità.

http://youtu.be/U4hG9UHXO0M

Fonti:

http://www.ilquotidianodellapa.it/_contents/news/2014/luglio/1404573626413.html

http://www.wired.it/economia/2014/06/06/felicita-buthan/

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Perchè siam donne: Liza Djakonova è stata la prima femminista russa

Prima che la nozione di femminismo diventasse popolare, Liza scriveva nel suo diario:“

Non mi serve che le donne abbiano pari diritti con gli uomini, che lavorino negli uffici statali o governino il Paese. No, ci sono abbastanza uomini per quello. Ma bisogna dare alle donne una sfera d’azione più ampia, i diritti generali dell’essere umano; dare il diritto allo sviluppo dell’intelletto e del cuore, a quelle di loro che non hanno l’opportunità di sposarsi, e il diritto di guadagnare soldi per conto proprio. E se tra quelle donne appaiono alcuni intellettuali e talenti straordinari, non opprimerle, dar loro i mezzi per uno sviluppo libero… Suppongo che ci saranno comunque abbastanza donne che vorranno sposarsi”.

Liza Djakonova, nata nel 1874, sorella maggiore di una grande famiglia, non voleva seguire le usanze dell’epoca di sposarsi non oltre i 19 anni e le speranze della madre che la voleva sistemata finanziariamente. Lei amava solo leggere e studiare.

Liza aveva conseguito il diploma in un ginnasio di Jaroslavl (272 chilometri a nordest di Mosca), e voleva continuare a studiare e ottenere una buona istruzione e un lavoro.

Ma prima dei 21 anni Liza non poteva accedere ai corsi di istruzione senza il consenso della madre, né usufruire della piccola eredità che il padre le aveva lasciato. E non avendo nemmeno né padre né marito!

La sua passione conquistò il direttore dei corsi di San Pietroburgo che le permise di frequentare.

Nonostante tutte le difficoltà, Liza ebbe la fortuna di ricevere la migliore educazione che la Russia potesse offrire alle ragazze in quell’epoca. Cosa che non la favorì comunque nella ricerca di un lavoro stabile.

Determinante per la sua formazione fu la lettura delle opere di Lev Tolstoj, scrittore che aveva un’autorevolezza indiscutibile su tutti i suoi contemporanei.

Soprattutto un romanzo attraeva i lettori dell’epoca “ Sonata a Kreutzer” che era stato censurato e ufficialmente bandito per gli argomenti scabrosi che trattava.

Non tanto per la vicenda di gelosia, ma perchè Tolstoj negava il senso positivo del matrimonio, esprimendo giudizi sulla unione di un uomo e una donna, benedetti dalla tradizione cristiana.

Per Tolstoj l’amore nel matrimonio e solo un atto fisiologico che obbedisce all’istinto, è vizio e lussuria; e da perfetto asceta egli sacrifica volentieri la perpetuità della specie a questa perpetuità del male”.

Liza lesse in segreto il libro, che esercitò una profonda impressione su di lei.

Scrisse persino un articolo “Sulla questione della donna”, dove sosteneva che “il cristianesimo ha sostenuto la schiavitù delle donne su base religiosa”.

Era inimmaginabile che una ragazza della sua epoca , molto religiosa da giovane, potesse superare tutti gli stereotipi e l’educazione delle donne, solo attraverso la cultura e le riflessioni sul suo diario.

La fine del XIX secolo fu contrassegnata dal crescere del movimento rivoluzionario e da un numero di donne rivoluzionarie che in realtà sostenevano i rivoluzionari maschi, piuttosto che condurre la lotta per sé. Liza fu sì affascinata dal loro coraggio ma poi quasi tutte poi si sposavano. Contravvenendo, secondo lei , ai loro obbiettivi di libertà ed emancipazione femminile.

Per questo si trasferì a Parigi.

Gli appunti di Liza intitolati “Diario di una donna russa” furono pubblicati all’inizio del XX secolo, dopo la sua morte misteriosa a 27 anni: il suo corpo fu trovato tra le montagne del Tirolo austriaco nell’estate del 1902

Liza Djakonova aprì da sola, in Russia, la strada al femminismo. Non poteva sopportare che le donne trovassero la ragione della loro vita solo nel matrimonio, e che fosse loro impedito di svilupparsi autonomamente; studiando e trovandosi un lavoro.

Fonte:

Come una donna di provincia divenne la prima femminista russa – Russia Beyond – Italia (rbth.com)

”.Perchè siam donne e per noi non esistono confini ! Il mondo è la nostra casa!

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* l buona notizia del venerdì:Internet scaccia depressione: i “silver surfer” (navigatori non più giovanissimi)che navigano stanno meglio

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I ” silver surfer “, benché non ci si pensi, sono sempre più attivi sui social media.

Addirittura una compagnia australiana, Optus, ha rilevato come più di tre quarti degli stessi in Australia fanno uso di Facebook per tenersi in contatto con amici e familiari e i nonni lo utilizzano come strumento per tenersi aggiornati con i nipoti.

Recenti pubblicazioni dimostrano come circa l’80% delle persone con più di 60 anni ha utilizzato Internet almeno una volta. Ma non solo: dal 2005 ad oggi le persone fino ai 67 anni che utilizzano Internet sono passate dal 10,8 al 22,8%, e quelle fino ai 74 anni sono balzate dal 5,5 al 9,9%.

Che cosa significa questo? Che la figura del «nonno» che guarda con sospetto quelle «strane scatole», illuminate e piene di colori come i PC, sembra un lontano ricordo.

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Per essere al passo con i tempi le persone anziane usano quello che la tecnologia mette a disposizione, forse con un po’ meno di abilità manuali ma: però una volta imparate le dinamiche e i trucchi, sono assolutamente in grado di districarsi tra le innumerevoli opzioni che offre la moderna tecnologia. Non è insolito vedere nelle corsie degli ospedali persone anziane che usano il cellulare come fosse il telefono di casa, o, addirittura, le ultime innovazioni tecnologiche, i cosidetti tablet.

Internet allontana la depressione. Almeno per gli anziani. Lo sottolinea uno studio del Michigan State University pubblicato su The Journal of Gerontology.di Boston.

Uno su tre lo è di meno grazie alla possibilità fornita dal web di chattare, parlare, vedere i propri figli e nipoti anche lontani. Grazie ad email e social network, a Skype e chat varie, le persone, soprattutto quelle in avanti con l’età, si sentono meno sole e stanno meglio.

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I ricercatori hanno seguito oltre 3mila pensionati americani, sia uomini sia donne, e osservato i loro stili di vita. Gli anziani sono stati anche sottoposti ad alcuni questionari psicologici.

Il 30% del campione, cioè quasi uno su tre, usava il computer a casa ed era meno depresso, con sintomi inferiori in media del 33% rispetto a chi invece non aveva accesso alla rete.

Inoltre in chi vive da solo gli effetti benefici sono ancora superiori, sottolineano gli autori, che incoraggiano figli, nipoti e parenti ad insegnare agli anziani ad usare il computer anche quando superano gli 80 o i 90 anni di età.

Internet è un ottimo strumento di integrazione sociale e, con un po’ di esercizio, anche ad una età avanzata si può imparare facilmente a scrivere email, allegare foto, chattare e navigare e distrarsi”.


Fonti:
http://tech.fanpage.it

http://www.ladyblitz.it/psicologia/internet-scaccia-depressione-1534462/

Altre buone notizie:

” adottare una villa di Roma antica” di marisamoles.wordpress.com

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“24 Febbraio 1955 Steve Jobs

E l’unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate.

Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, continuate a cercare, non fermatevi, come capita per le faccende di cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l’avrete davanti. E, come le grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continuate a cercare finché non lo trovate.

Non accontentatevi…. Rimanete affamati. Rimanete sciocchi.”

Steve Jobs

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Mi viene in mente, osservando il complesso Tema Natale di Steve Jobs, di tutti i malintesi che possono sopraggiungere, in un’affrettata lettura di un pianeta come SATURNO in Casa III  spesso interpretato come un grosso blocco, o limitazione del movimento. Una percezione di isolamento avvenuta nell’età dello sviluppo del linguaggio e dell’intero sistema nervoso che si occupa di poter effettuare il movimento, tra l’anno e mezzo e i tre anni di vita. Una limitazione che spesso poi da adulti si trasforma spesso in insicurezza riguardo la propria intelligenza, l’orientamento spaziale, la fluidità del comunicare e il non riuscire a vivere una sana leggerezza.

Saturno “appesantisce”, comprime, definisce ma anche fa maturare in un senso più profondo.

La posizione di Saturno in una determinata Casa, ci segnala un’area molto importante in cui qualcosa è accaduto (un trauma, una grande privazione, un blocco), e la nostra Coscienza ha dovuto mettere una barriera al dolore e la frustrazione che erano troppi da sostenere in un’età in cui il nostro Io, non era ancora formato.

La barriera difensiva è rappresentata da Saturno. La scorza e la seconda pelle che abbiamo dovuto indossare, spessa e dura. E’ una zona – settore,  da andare a rivedere e scoperchiare, durante il corso della vita dell’individuo – dove abbiamo Saturno, c’è la nostra “zona” più difesa, più rigida, proprio perchè più fragile, vulnerabile e ferita, e che sia la CASA III dove Steve Jobs ha il suo Saturno natale, la casa propriamente governata da MERCURIO, è davvero curioso oltre che molto interessante.

L’Ascendente VERGINEmi porta subito ad andare a riscontrarejobs che SATURNO e MERCURIO, siano davvero la strada maestra, croce e delizia nel suo percorso di vita. Ambizione e frustrazione, lato duro e esigente con se stesso e guizzo geniale e creativo. E quale archetipo e simbolo può meglio identificare il cammino che Jobs, ha intrapreso se non Mercurio? Il piccolo dio alato che traghetta e porta informazioni tra gli umani e gli dèi, un Hermes di insaziabile curiosità, che volando e spostandosi da una parte all’altra del globo, mette insieme, connette, comunica e spazia, affinchè possano circolare tutte le informazioni? Tutto questo è confermato dalla Casa X di Steve proprio nel segno mercuriale dei GEMELLI e dal suo Mercurio nel brillante segno d’aria come l’ACQUARIO IN CASA V.

Ma torniamo un attimo al discorso di quel Saturno in Casa III, un Saturno nello Scorpione,  in un bel mix di elementi d’acqua sparsi nel suo Tema Natale: SOLE in PESCI, nel delicato settore Casa VI, associato all’equilibrio corpo- mente- anima e salute, GIOVE eURANO in CANCRO in Casa X, in aspetto proprio a SATURNO in SCORPIONE.
Io credo che gran parte delle cosìddette manie di Steve Jobs, siano da imputare molto a quel Saturno in III Casa, che limita stringe, esige e comprime, ossessiona e scava, ma che è stato anche la chiave della sua genialità, (compie un Trigono a Urano e Giove) e del suo lavoro costante e meticoloso, scrupoloso e profondo, rigido e spesso senza sconti, ossessivo. Come hanno contribuito molto anche i valori del Sole in VI Casa in sestile a Nettunoin Casa II – spinta assoluta alla trascendenza e all’andare oltre –  e l’aspetto di Mercurio- Saturno in quadratura.

Gran parte della tensione nervosa di Steve Jobs, la sua spinta ad aprire frontiere e ponti, può essersi sentita spesse volte bloccata a livello energetico, un’insicurezza di fondo del proprio pensiero e un’accanimento Saturnino, che per paura ha congelato emozioni e disagi interiori.

Ricordiamoci che il suo Segno – Progetto – missione e mito solare appartiene al segno dei PESCI, quindi vi dovrebbe essere, cosciente o meno, una spinta enorme a trascendere ogni tipo di confine, mentale, corporeo, emotivo, di razza e religione. E pensandoci bene, non è forse quello che ha provato a fare mantenendo tutti quanti connessi tramite le sue scoperte tecnologiche?

Credo abbia pagato a caro prezzo non potersi liberare del suo stesso demone, la lotta tra l’elemento ACQUA e l’ARIA, cioè tracuore e il cervello. Credo che dentro di lui abbiano convissuto a lungo, la ricerca mischiata a paura di un abbandono e resa totale riguardo mondo dei sentimenti e delle emozioni, e dall’altra il controllo, la rigidità e la supremazia da parte della mente. Questi due mondi hanno combattutto e si sono strattonati a vicenda, ma il mondo dei sentimenti e della iper sensibilità, è stato soffocato dalle manie e il la tensione verso il futuro della super mente, che ha creato cose incredibili, ma ha finito per ingabbiarlo, invece di portarlo alla liberazione ricercata.

Quel SATURNO in Scorpione, mi porta a credere che la ferita del non ascolto e del sentirsi incompresi, del non riuscire a dire quello che si sente e a dover tradire la propria verità interiore fin dall’infanzia, sia stata la prima della sua vita, insieme alla ferita dell’abbandono. 

Steve è stato adottato, e credo che i primi anni di vita siano tutti racchiusi lì: Saturno nella Casa III, potrebbe appartenere a un bambino timido, profondo e introverso trovatosi in una ambiente ostile, e la VENERE in Capricorno, rappresenta bene è la freddezza affettiva che deve aver percepito, la maturità e l’adultità che ha dovuto prendere il posto dell’infanzia e la perdita della spensieratezza dei bambini, ingenui ma felici.

Grazie al meccanismo di difesa, messo in atto da Saturno, ha potuto spingersi verso lo sviluppo massimo della mente e delle sue potenzialità, ha dato struttura e forma alle sue idee tramite tutte le invenzioni tecnlogiche che ha portato nel mondo (Casa X), ma forse, qualcosa ha scordato di sè, che faceva troppa paura.

Steve ha scordato di nutrire ed essere tenero con quel bambino fragile e insicuro, nel cui animo risiedeva un piccolo o enorme complesso di inferiorità rispetto alle sue vere doti intellettive, il lontano vissuto degli anni scolastici percepiti come una prigionia, una desiderio enorme e forse mai colmato di trovare un senso più grande alla sua vita (un viaggio in India non casuale dopo gli studi) e una salute fragile unite a una sensibilità spiccatissima. Così immensa da venir rimossa e tagliata via, come forse nell’infanzia, qualcuno doveva aver fatto a sua volta con lui, e come lui ha fatto da adulto rinnegando la sua paternità sofferta e combattuta nel rapporto conflittuale con la figlia Lisa.

La presenza di una figlia mai voluta riconoscere e la possibilità di costruire affetti duraturi, hanno  provato ad essere richiamo alla sua Anima e di metterlo a confronto con la sua umanità e la pienezza di sentimenti a cui deve aver tanto anelato, così tanto da rifiutarli e non essere più in grado di attingervi.

E’ questo, nel suo intimo, che racconta quel Saturno – corazza in Scorpione, Steve ha cercato di parlare al mondo con le sue creazioni, dalla sua torre di diffidenza e la sua famosa non simpatia (contrario di empatia), ma al suo interno la verità è rimasta coperta. Ha tenuto nascosta per tutta la vita, la grande paura di tutti gli esseri umani: il rifiuto, l’abbandono e il tradimento emotivo. Riperpetuata in prima persona, interpretando lui stesso il ruolo del carnefice, nel suo castello di soddisfazioni pubbliche ma non private, verso chi gli stava accanto, colleghi, amori, e al suo corpo che si è ammalato precocemente portandolo alla fine della sua vita terrena.

La mia fonte preferita:

STEVE JOBS – Sentiero astrologico

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Perchè siam donne: Eleonora D’Arborea, la prima e unica donna a ricoprire il ruolo di giudicessa

Eleonora nasce a Molins de Rei (Catalogna, regno di Aragona, ),intorno al 1347 e trascorre la giovinezza ad Oristano.

Il padre Mariano viene eletto dalla Corona de Logu come primo giudice del Giudicato occidentale della Sardegna.(un’assemblea dei notabili, prelati, funzionari delle città e dei villaggi) ed è per lei un modello di esemplare stratega e condottiero.

La sua educazione è volta a creare una donna colta e raffinata e destinata a fare un matrimonio di convenienza.

Ma Eleonora si appassiona alla storia del suo paese impegnato nella guerra di indipendenza dal regno di Aragona e si orienta con grande perizia nella movimentata vita politica del ‘300 basata su alleanze, intrighi,contratti e matrimoni .

Sarà decisivo il suo comando per l’indipendenza dell’Arborea e, soprattutto, cambierà per sempre la storia del diritto del suo paese, aggiornando un codice, la “Carta de Logu”, che resterà in vigore fino al 1827.

Eleonora sceglie di far redigere la Carta in arborense, chiaro segno del suo intento di farne conoscere il contenuto al popolo (carta de logu = carta del popolo).

La Giudicessa introduce concetti giuridicamente arditi per quei tempi, di una sconcertante attualità.

Sancisce che tutti gli uomini sono uguali davanti alla legge (siamo nel 1300!). Dà importanza al valore soggettivo del reato distinguendo chi uccide con animo delliberadu e pensadamenti da chi lo fa senza intenzione.

Regola lo stupro. Che poteva riguardare donna maritata o fidanzata. Nel primo caso il violento veniva colpito con una multa. Nel secondo caso oltre alla multa e sussidiariamente al taglio del piede, aveva l’obbligo di sposare la donna ma solo si plaquiat a sa femina.

Regola l’adulterioSi alcunu homini entrarit pro forza a domo de alcuna femina cojada et non l’happat happida carnalmenti paghi lire cento e se non paga entro quindici giorni abbia mozzo l’orecchio.


Regola il
bruciare delle stoppie, che ancora oggi in Sardegna provoca gravissimi incendi. Le stoppie debbono essere bruciate prima del giorno di S. Maria chi est a die octo de capudanni, l’otto settembre.

Regola il testamento. La cultura del giudicato è molto scarsa, mancano i notai, Eleonora quindi abilita i parroci e gli scrivani di curatoria a ricevere i testamenti affinchè il volere dei defunti venga sempre rispettato.

Regola ancora le aggressioni, i furti, l’usura, i falsi, le negligenze dei giudici, le testimonianze, le usucapioni, la caccia, la pastorizia, le questioni fiscali, il commercio e tutto ciò che riguarda la vita giuridica, amministrativa e sociale del giudicato.

Ma una grande e terribile piaga si propaga in quegli anni in Sardegna, la peste, che nel 1403 si porta via anche Eleonora, la regina guerriera, la saggia legislatrice.


Gli stessi spagnoli, suoi grandi nemici, le renderanno omaggio estendendo la Carta de logu a tutta la nazione sarda.

“Il futuro dell’umanità sarà migliore, quando alle donne verranno date le opportunità che si meritano. Non ho dubbi, sul fatto che riusciranno a eccellere in qualsiasi attività.(Rita Levi Montalcini)

Eleonora d’Arborea | enciclopedia delle donne

E’ sarda la prima giurista che emanò la prima Costituzione – Tiscali Cultura