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*La buona notizia del venerdì: Sporchi la strada? E allora pulisci i giardini. Per tre mesi, gratis, e con la scopa in mano

Sporchi la strada? E allora pulisci i giardini. Per tre mesi, gratis, e con la scopa in mano

 

La storia di Tiziano, che aveva il vizietto di gettare all’aria i cassonetti dei rifiuti, è esemplare.

Invece della solita multa, magari mai pagata, e di un lungo processo, il ragazzo si occuperà della pulizia dei parchi. Nella sporchissima Roma.

In fondo, è solo una ragazzata, considerando l’età del protagonista. 

Tiziano C., 19 anni, aveva il vizietto di gettare all’aria il cassonetto della spazzatura nel quartiere Monte Sacro di quella Roma che viene considerata la capitale più sporca d’Europa. Per colpa di decenni di cattiva gestione dei servizi pubblici, ma anche per le note, pessime e incivili abitudini di tanti dei suoi abitanti.

Tiziano è stato colto con le mani nel sacco, in flagrante, e oltre una multa (150 euro) per imbrattamento, se e quando la pagherà, corre il rischio di un processo, di una condanna, e di una fedina penale macchiata, cosa molto grave per un giovane.

Invece, grazie alla ragionevolezza di un bravo magistrato, il gup Livio Sabatini, e di un avvocato che non cerca solo di allungare i tempi delle cause per gonfiare le parcelle, Andrea Forte, il diciannovenne Tiziano ha concordato una pena alternativa rispetto ai tanti rischi penali che correva. 

Andrà a lavorare, gratis ovviamente, per tre mesi al Servizio Giardini del I Municipio di Roma e in particolare curerà il verde di Villa Borghese, il più grande parco urbano d’Europa talvolta ridotto a una discarica, e della zona dei giardini di Colle Oppio.

Fornito di ramazza e di pennello, Tiziano dovrà raccogliere quelle carte che lui, stupidamente, ha lanciato per aria da un cassonetto, recuperare le foglie morte, fare la pulizia degli alberi, e imbiancare qualche muro sporco. Tutti lavori, o lavoretti, preziosi, utili, nella direzione degli stili di vita ispirati all’idea di Non sprecare.

Innanzitutto il verde urbano, l’ambiente più prossimo nella nostra vita di comunità: parchi, giardini, strade.

Ma la cosa che più convince di questa saggia conciliazione davanti a un giudice, è il fatto che si è evitato un altro spreco.

Di tempo e di risorse della macchina della Giustizia (per un processo comunque lungo, se solo considerate che il reato commesso da Tiziano risale al 2015), e anche di sanzioni.

Già, andare a pulire un parco per tre mesi, dopo che hai insozzato una strada, è un’ammenda molto più efficace dei 150 euro di multa e di una fedina penale macchiata per quella che magari è solo una ragazzata.

C’è sempre una proporzione tra la colpa, il reato, il danno arrecato alla comunità e la pena che poi deve scontare il colpevole: e in questo modo la proporzione regge. Senza chiudere tutto “a tarallucci e vino”, cioè con la solita impunità all’italiana, e senza però andare a perseguitare un ragazzo che ha fatto un gesto grave ma magari con l’inconsapevolezza del giovane ubriaco del sabato sera.

Infine, noi di Non sprecare lo ripetiamo in modo quasi ossessivo: il verde, l’ambiente, la sostenibilità, siamo noi. Tutti noi.

E ciascuno può dare il suo contributo, meglio ancora se lo fa dopo essere stato dall’altra parte del campo, ovvero con chi i parchi non solo non li protegge ma rischia di rovinarli.

http://www.nonsprecare.it/come-cancellare-condanna-penale?refresh_cens

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* La buona notizia del venerdì: La voce delle donne che fa crescere la coscienza del mondo


 

Nel 1964, ero una ragazzina seduta sul pavimento in linoleum a casa di mia madre nel Milwaukee che guardava Anne Bancroft che consegnava l’Oscar come miglior attore durante la trentaseiesima edizione dell’Academy Awards. Aprì la busta e pronunciò sei parole che hanno letteralmente fatto la storia: “The winner is Sidney Poitier”. Sul palco arrivò l’uomo più elegante che io avessi mai visto. Ricordo che aveva la camicia e il papillon bianchi, e ovviamente la sua pelle era nera. Non avevo mai visto un uomo nero celebrato in quel modo. Ho provato tante, tante volte a spiegare che cosa un momento del genere significhi per una ragazzina, una bambina che guarda sua madre che torna a casa stanca morta per aver pulito le case degli altri. Tutto quello che posso fare è citare, e dire che la spiegazione è nella performance di Sidney nel film “I gigli del campo”: “Amen, amen, amen, amen”.

Nel 1982, Sidney ha ricevuto il premio Cecil B. DeMille proprio qui ai Golden Globes e mi fa un certo effetto pensare che in questo momento ci siano delle ragazzine che stanno guardando la prima donna nera che riceve lo stesso premio. E’ un onore, un onore e un privilegio condividere questa serata con tutte loro e anche con gli uomini e le donne incredibili che mi hanno ispirata, stimolata, sostenuta e che hanno reso possibile il mio viaggio fino a questo premio. Dennis Swanson che ha creduto in me per “A.M. Chicago”. Quincy Jones che mi ha vista in quello show e ha detto a Steven Spielberg: “Sì, lei è Sophia ne ‘Il colore viola’”. Gayle che è l’incarnazione della parola amico e Stedman che è stato la mia roccia, e molti altri.

Voglio ringraziare la Hollywood Foreign Press Association perché tutti sappiamo quanto la stampa sia sotto assedio in questo periodo. Sappiamo anche che è l’insaziabile dedizione verso la scoperta della verità assoluta che ci impedisce di chiudere un occhio davanti alla corruzione e all’ingiustizia. Davanti ai tiranni e alle loro vittime. Davanti ai segreti e alle bugie. Voglio dire che oggi apprezzo la stampa più che mai, mentre tentiamo di attraversare questi tempi complicati che mi hanno portata a una conclusione: dire ciò che pensiamo è lo strumento più potente che abbiamo. Ed io sono particolarmente orgogliosa e ispirata dalle donne che si sono sentite abbastanza forti e abbastanza emancipate da far sentire la propria voce e condividere le loro storie personali. Noi, ognuno di noi in questa stanza viene celebrato per le storie che racconta; quest’anno noi siamo diventate la storia.

Ma non si tratta di una storia che riguarda solo l’industria dell’intrattenimento. Trascende ogni cultura, geografia, razza, religione, politica o lavoro. Quindi, questa sera io vorrei esprimere la mia gratitudine a tutte quelle donne che hanno sopportato anni di abusi e violenze perché, come mia madre, avevano bambini da mantenere e bollette da pagare e sogni da inseguire. Sono le donne di cui non conosceremo mai il nome. Sono casalinghe e contadine. Lavorano nelle fabbriche, nei ristoranti, all’università, nell’ingegneria, nella medicina o nella scienza. Fanno parte del mondo della tecnologia, della politica e degli affari. Sono le nostre atlete alle Olimpiadi e sono i nostri soldati nell’esercito.

E c’è qualcun altro, Recy Taylor. Un nome che io conosco e penso dovreste conoscere anche voi. Nel 1944, Recy Taylor era una giovane moglie e madre. Stava tornando dalla messa a Abbeville, in Alabama, quando sei uomini bianchi armati l’hanno rapita, stuprata e abbandonata con gli occhi bendati sul ciglio della strada che dalla chiesa portava a casa sua. Le dissero che l’avrebbero uccisa se lei avesse raccontato il fatto a qualcuno, ma la sua storia è stata riportata dalla Naacp dove a capo dell’indagine venne nominata una giovane di nome Rosa Parker e insieme hanno cercato di ottenere giustizia. Ma la giustizia non era una possibilità ai tempi di Jim Crow. Gli uomini che hanno cercato di distruggerla non sono mai stati indagati. Recy Taylor è morta dieci giorni fa, alla soglia del suo novantottesimo compleanno. Lei ha vissuto, come tutte noi abbiamo vissuto, troppi anni in una cultura ferita da uomini potenti. Per troppo tempo le donne non sono state ascoltate o credute quando hanno osato raccontare la loro verità al potere di questi uomini.

Ma il loro tempo è finito. Il loro tempo è finito.

Il loro tempo è finito! E io spero, spero che Recy Taylor sia morta nella consapevolezza che la sua verità, così come la verità di tante altre donne che in questi anni sono state tormentate, o che lo sono tuttora, sta venendo fuori. Doveva essere da qualche parte, nel cuore di Rosa Parks, quasi 11 anni dopo, quando ha preso la decisione di rimanere seduta in quell’autobus a Montgomery ed è qui con ogni donna che ha deciso di dire “Me too”. E in ogni uomo, in ogni uomo che ha deciso di ascoltare.

https://lauracarpi.wordpress.com/2013/12/01/1-dicembre-1955-rosa-parks-prende-un-autobus/

Nella mia carriera, quello che ho sempre cercato di fare al meglio, in televisione o nei film, è di raccontare qualcosa di come le donne e gli uomini si comportano davvero. Di raccontare come proviamo vergogna, amore o rabbia, come falliamo, come ci ritiriamo, come perseveriamo e come vinciamo.

Ho intervistato e ritratto persone che hanno sopportato alcune delle cose più brutte che la vita possa gettarti addosso, ma l’unica qualità che ognuna di loro sembrava avere in comune con le altre era quella di mantenere la speranza in un mattino più luminoso, persino durante le nostre notti più buie. Quindi io voglio che tutte le ragazze che ora stanno guardando sappiano che c’è all’orizzonte un nuovo giorno!

E quando questo nuovo giorno sarà finalmente sorto, sarà grazie a tante donne meravigliose, molte delle quali sono proprio qui, questa sera in questa stanza, e grazie ad alcuni uomini piuttosto fenomenali che stanno lottando duramente per essere certi che loro saranno i leader che ci condurranno fino al momento in cui nessuno dovrà dire di nuovo: “Me too”. Grazie!

Traduzione integrale del discorso tenuto da Oprah Winfrey durante la cerimonia dei Gloden Globe celebrata domenica sera

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* La buona notizia del venerdì: Cambiare …punto di vista si può!

Un fiore nel deserto

 Oggi è la prima buona notizia del 2018 e voglio ribadire i motivi che mi hanno suggerito questa iniziativa.

Considero il web una dimensione espansa della Terra costituita  da immagini, suoni e sensazioni di tutta l’umanità.

Correnti di pensiero corrono veloci o sostano a volte a formare vortici di energia o scoppiano in infiniti frammenti che poi si ricompongono in altre correnti.

Tutto è vivo e palpitante e attira le attività mentali e della psiche. Quando ho aperto il blog la mia sensazione era quella di chi è di fronte ad un panorama conosciuto e non ancora esplorato. Come quando ti viene voglia di urlare qualcosa per vedere se c’è qualcuno o è soltanto l’eco.
Mi attirava entrare nella corrente e vedere che effetto avrebbe fatto.

Non mi aspettavo di avere subito riscontri… qualcuno ha messo un like al mio primo articolo…fra milioni di viaggiatori nel web…al mio primo commento su un blog che mi attirava è nata una durevole amicizia…la mia vita si è arricchita di uno spazio nel quale sento di comunicare con l’anima delle persone e di avere la possibilità di condividerne i valori.
La condivisione è spontanea, affettuosa, crea emozione.

Così una nomination è un gesto affettuoso, un dire sono contenta di averti incontrato, siamo in sintonia, mi piace quello che scrivi,  e voglio che altri lo apprezzino come me…A volte basta uno spunto per far dire non ci avevo pensato…
Così puoi agire sul cambiamento ed è gratificante farlo insieme. E sul web è facile essere in tanti.

Quando si è in tanti e ci si scambia nominations per testimoniare interesse, approvazione,fiducia, nasce dalla affinità un gruppo. Affinità può significare condivisione di valori e di obbiettivi. Si è  in sintonia.

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La somma delle parti è maggiore dell’intero e un gruppo che nasce da un’ affinità spontanea ha una grande capacità di incidere sulla cosiddetta opinione pubblica e generare il cambiamento.

Io sono convinta che in questi tempi di cambiamenti è necessario orientarsi verso una visione potenziante del futuro e riscoprire e ribadire i valori propri di una umanità consapevole.

Possiamo come gruppo generare una forma pensiero che possa navigare nel web colorata come infiniti arcobaleni, vibrante di sensazioni ed emozioni, sonora come una orchestra perfettamente accordata…
Una forma pensiero attrae chi è in sintonia e diventa una energia positiva per molti,ma molti, molti di più…per tutti.

Cercare “ buone notizie” diventa un’attitudine a scoprire nella cosiddetta realtà immagini, suoni e sensazioni che passano inosservate nella frenetica corsa che è in genere la nostra vita. Magari possiamo guardarci dentro e tirare fuori dal cassetto sogni che avevamo messo da parte e trovare risorse inaspettate per realizzarli.

Cambiare punto di vista allarga i nostri orizzonti e offre spunti potenzianti per le nostre scelte. Come dire “ la cosa giusta al momento giusto…”o meglio “la notizia giusta al momento giusto”…

Ripropongo che ognuno di noi pubblichi sul suo blog una “buona notizia ogni venerdì. E ce ne sono di buone notizie che le scimmie urlatrici dei media ci nascondono!

Perchè il venerdì?
Venerdì è il giorno dedicato al pianeta Venere, dispensatore di energie di armonia e di bellezza attraverso la scienza e la conoscenza.
Siete pronti a cambiare il vostro punto di vista?
Siete pronti?

Uno…Due…Tre…Via!

view

Questo è quello che ci era apparso come un deserto !

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*Nel sacco di Babbo Natale c’è anche una buona notizia!

 

È lei la nostra #MammaNatale2017.


Si chiama #AliCobbyEckermann, è una straordinaria scrittrice ed ha da poco ricevuto una notizia di quelle che cambiano la vita.

Ha vinto uno dei più ricchi premi letterari del mondo: il #WindhamCampbell2017.

È un premio letterario gestito dall’università di Yale che prevede anche 165.000 dollari.

Il processo di nomina è chiuso e riservato, quindi si viene a sapere di essere in gara solo quando si riceve la notifica della vittoria.

Il premio è uno straordinario riconoscimento per l’opera di Eckerman, che vive in una roulotte in Australia meridionale con la sua madre adottiva.

Lei è una donna #yankunytjatjara / #kokatha, e il premio significa anche riconoscere il dolore delle generazioni rubate dell’Australia, i bambini e le bambine aborigeni/e che sono stati rimossi/e con forza dalle loro madri dal governo australiano dal 1910 al 1970.

Eckermann è autrice di molte pubblicazioni.

La nostra preferita è la sua biografia poetica #TooAfraidToCry che esplora l’esperienza terribile di essere stata separata con la forza da sua madre. Come accadde anche a sua madre prima di lei.

Ha dedicato il premio “a mia nonna e a mia #madre, che sono state cosi’ dignitose nel loro dolore.” Il premio le permetterà di scrivere il suo primo romanzo in prosa, dando, alla sua famiglia, la sicurezza che non ha mai avuto prima.

“Mio figlio e i miei nipoti stanno tornando nei prossimi mesi e potremo stare insieme sotto un unico tetto. Il solo pensiero di essere in grado di acquistare una casa e stare insieme significa avere una stabilità mai avuta prima. Sono stata molto grata per il riconoscimento del mio lavoro. Non lo immaginavo possibile. Sono affascinata dal fatto che loro sapessero di me.”

Notizie che fanno bene.

Che nutrono dentro di noi l’anima indomita e #bambina che si, tutto è possibile. #

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Fonte:FB “Labodif” https://it-it.facebook.com/Labodif-160791677293126/

Ali Cobby Eckermann è nata nel 1963. Adottata da una coppia luterana, Clarrie e Frieda Eckermann è cresciuta in una fattoria e ha frequentato la scuola presso la Brinkworth Area School e la Clare High School, nell’Australia del nord .

Eckermann, sua madre e sua nonna sono state tutte rapite, ingannate o adottate lontano dalle loro famiglie di nascita.

Lei dopo avere trascorso un’adolescenza di violenze di ogni genere è tornata a casa a 19 anni solo dopo avere scoperto di essere in cinta di suo figlio., anche lui poi adottato.

Ha lavorato in vari luoghi, tra cui un centro di arti indigene ad Alice Springs

Dopo aver cercato per anni la madre solo a 34 anni entra in contatto con lei e successivamente con il figlio.Jonnie.

Dice che “ho imparato a vivere in due modi diversi nella mia vita. Ho imparato un buon esempio di duro lavoro e gentilezza dal crescere con mamma e papà nella mia famiglia adottiva. E sono estremamente grato che la mia famiglia tradizionale mi abbia accolto con tanto amore e onestà. Ho una seconda possibilità di vivere in un mondo onesto ».

Ora vive in Australia meridionale.

La sua carriera letteraria è iniziata nel 2009 dopo aver presentato la sua prima raccolta di poesie a un concorso manoscritto gestito da Australian Poetry.

È stato pubblicato con il titolo Little Bit Long Time, prima in forma di opuscolo dal Poetry Centre australiano e poi in forma di libro, entrambi nel 2009. 

ll soggetto è la storia problematica degli indigeni sin dai tempi coloniali, il che significa che esplora sia la sua vita che l’esperienza, come donna indigena, oltre che a guardare la prospettiva storica.

Ritorna ripetutamente a questa materia nel suo lavoro.

Da allora, ha pubblicato altre tre raccolte di poesie, due romanzi in versi e un libro di memorie.

Il suo terzo libro e Ruby Moonlight, secondo romanzo, è stato premiato sia come libro dell’anno che come premio Kenneth Slessor per la poesia nei Premi letterari del 2013 del New South Wales Premier.

La Eckermann ha fondato la prima casa di riposo degli scrittori aborigeni australiani a Koolunga, in un negozio di 130 anni che ha restaurato.

Nel 2014, ha partecipato al Fall Residency del programma di scrittura internazionale presso l’Università dell’Iowa a Iowa City, IA.

Fonte: Wikipedia

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*Se il Natale è buono…assaggiamolo insieme! Auguri! Auguri!

Qualcuno mi ha detto che 
fare gli auguri di buon natale è banale …
è ovvio che il natale è buono…
beh!…
io li voglio fare lo stesso
tanti di tutti i gusti e di tutti i colori


BUON NATALE


( soprattutto agli amici bloggers)

 

Nessun testo alternativo automatico disponibile.
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* La buona notizia del venerdì: la prima maestra con sindrome di down

Ha dovuto lottare per anni contro gli stereotipi ma ora ce l’ha fatta e in Argentina è diventata la prima maestra di scuola materna con la sindrome di Down. Con le sue lezioni e con i video dove viene intervistata sta ispirando tutto il mondo

Si chiama Noelia Garella, vive a Cordoba e ha 31 anni. La sua esperienza sta dimostrando che avere la sindrome di Down non impedisce di diventare una brava educatrice. La sua storia rompe i tabù e crea un precedente a livello internazionale.

Le persone con la sindrome di Down possono avere un ritardo nello sviluppo fisico e intellettivo e per questo motivo si trovano purtroppo a dover affrontare molti pregiudizi.

Quando Noelia ha presentato la propria domanda per lavorare nella scuola dell’infanzia ha dovuto affrontare una forte opposizione ma ora la sua storia dimostra che ce l’ha fatta e che può benissimo lavorare con i bambini.

Responsabili e colleghi hanno capito subito che Noelia ha una grande vocazione per lavorare con i bambini e che l’aspetto più apprezzabile della sua personalità è anche il più importante, cioè il saper donare amore e affetto ai più piccoli.

A Noelia piace molto lavorare a contatto con i bambini, farli giocare e leggere delle storie per loro.  

Per lei poter insegnare è una grandissima vittoria, raggiunta dopo grandi lotte per dimostrare il proprio valore.

In altri Paesi del mondo esistono insegnanti con la sindrome di Down.

Bryann Burgess, ad esempio, insegna musica negli Stati Uniti mentre Hannah Sampson è diventata un’insegnante di danza nel Regno Unito.

Si tratta davvero di grandissimi esempi di lotta e di vittoria contro l’emarginazione e gli stereotipi.

https://www.greenme.it/approfondire/buone-pratiche-a-case-history/21865-maestra-down-argentina?

“Sei una gabbiana […] e ti vogliamo bene perchè sei una gabbiana, una bella gabbiana. Non ti abbiamo contraddetto quando ti abbiamo sentito stridere che eri un gatto, perchè ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa.
Ti vogliamo bene […] Sentiamo che anche tu ci vuoi bene, che siamo i tuoi amici, la tua famiglia, ed è bene tu sappia che con te abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio: abbiamo imparato ad apprezzare, a rispettare e ad amare un essere diverso.
E’ molto facile accettare e amare chi è uguale a noi, ma con qualcuno che è diverso è molto difficile…”

(Luis Sepùlveda – Trilogia dell’amicizia/Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare)

 

Leggi anche: 

LA BELLEZZA DEI BAMBINI CON SINDROME DI DOWN (FOTO)

SINDROME DI DOWN: 5 STORIE PER DIMOSTRARE CHE NELLA DIVERSITÀ C’È BELLEZZA E FORZA

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*La buona notizia del venerdì. La pizza napoletana patrimonio Unesco: premiata l’arte del pizzaiuolo

A Jeju, in Corea del Sud, voto unanime del Comitato di governo dell’organizzazione dell’Onu per l’unica candidatura italiana.

Il sindaco di Napoli, de Magistris: “Riconoscimento storico”

Fare il pizzaiuolo è un’arte e ora questo antico mestiere è riconosciuto patrimonio dell’umanità.  

Il via libera è arrivato nella notte dal consiglio dell’Unesco riunito a Jeju, nella Corea del Sud. Ed è stato voto unanime del Comitato di governo dell’Unescoper l’unica candidatura italiana.

“Congratulazioni Italia”, ha twittato l’Unesco annunciando l’inserimento dell’arte del pizzaiuolo napoletano nella “rappresentativa lista dei patrimoni culturali intangibili dell’umanità”.

Per l’Unesco, si legge nella decisione finale, “il know-how culinario legato alla produzione della pizza, che comprende gesti, canzoni, espressioni visuali, gergo locale, capacità di maneggiare l’impasto della pizza, esibirsi e condividere è un indiscutibile patrimonio culturale.

” Così i nostri giovani non saranno più costretti ad emigrare!”

 

I pizzaiuoli e i loro ospiti si impegnano in un rito sociale, il cui bancone e il forno fungono da ‘palcoscenico’ durante il processo di produzione della pizza.

Ciò si verifica in un’atmosfera conviviale che comporta scambi costanti con gli ospiti. Partendo dai quartieri poveri di Napoli, la tradizione culinaria si è profondamente radicata nella vita quotidiana della comunità.

Per molti giovani praticanti, diventare Pizzaiuolo rappresenta anche un modo per evitare la marginalità sociale.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha premiato così il lungo lavoro del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali che nel 2009 aveva iniziato a redigere il dossier di candidatura con il supporto delle Associazioni dei pizzaiuoli e della Regione Campania, superando i pregiudizi di quanti vedevano in questa antica arte solo un fenomeno commerciale e non una delle più alte espressioni identitarie della cultura partenopea.

Il dossier della candidatura e la delegazione sono stati coordinati dal professor Pier Luigi Petrillo.

Al termine dell’iscrizione della candidatura, l’ambasciatrice italiana all’Unesco, Vincenza Lomonaco, ha ringraziato tutti gli Stati che hanno votato a favore dell’Italia, sottolineando la centralità dell’Italia nel promuovere le tradizioni agroalimentare nel contesto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura.

Subito dopo la proclamazione, in sala è scoppiato un lungo e fragoroso applauso che ha festeggiato il successo italiano a lungo atteso, e molti dei delegati presenti sono venuti ad abbracciare i rappresentanti italiani che nella lunga notte del negoziato finale hanno stretto in mano un cornetto napoletano porta fortuna, rosso come tradizione impone.

Congratulazioni sono arrivate dal sindaco Luigi de Magistris: “Riconoscimento storico: grazie ai pizzaioli napoletani, che vivono ed operano a Napoli e in tutto il mondo, grazie a tutti quelli che hanno firmato per questa petizione. È il segno della potenza di Napoli attraverso la sua arte, la sua cultura, le sue tradizioni, le sue radici,la sua creatività, la sua fantasia. Una grande vittoria per Napoli e per la pizza napoletana”.

“E’ un grande riconoscimento per l’Italia, per Napoli e la Regione Campania”. Così il presidente della Regione Vincenzo De Luca ha commentato l’importante successo ottenuto grazie all’impegno del capo dell’Ufficio legislativo della Regione, Luigi Petrillo, che ha seguito personalmente, da Parigi fino in Corea, il dossier che ha portato a questo riconoscimento mondiale.
“La Campania è il luogo in cui l’eccellenza alimentare diventa cultura, questo è quanto dimostra il riconoscimento dell’Arte del Pizzaiuolo quale Patrimonio Immateriale dell’Unesco. Per il futuro la Campania deve muoversi nel sentiero di una valorizzazione innovativa del suo patrimonio, capace di unire la storia millenaria del territorio alla creatività di artigiani e famiglie”.

“L’arte dei pizzaioli napoletani era già nella storia da oltre un secolo ma con il riconoscimento a patrimonio immateriale dell’umanità viaggerà nel mondo con la dignità che merita il popolo napoletano, diffondendone l’indotto e la sapienza”.

pizza unesco

 

La Pizza Napoletana

L’espressione pizza napoletana, data la sua importanza nella storia o nel territorio, viene usata in alcune regioni come sinonimo per pizza tonda.

Le prime notizie riguardo alla Pizza Napoletana vengono fatte risalire al periodo che va dal 1715 al 1725. 

Vincenzo Corrado alla metà del Settecento scrisse un pregevole trattato sulle abitudini alimentari della città di Napoli, in cui osservò come fosse costume del popolo condire la pizza ed i maccheroni con il pomodoro.

L’associazione di questi prodotti e le sue osservazioni diedero di fatto inizio alla fama gastronomica della città di Napoli ed attribuirono al Corrado un ruolo importante nella storia della gastronomia.

Quelle stesse osservazioni costituiscono la data di nascita della Pizza Napoletana, un sottile disco di pasta condito con pomodoro.

Le prime pizzerie comparvero a Napoli nel corso del XIX secolo e fino alla metà del XX secolo esse furono un fenomeno esclusivo di quella città.

A partire dalla seconda metà del Novecento le pizzerie si sono diffuse ovunque nel mondo, sempre con il termine di Pizza Napoletana.

« Perciò nun’ è cercate
sti pizze complicate
ca fanno male ‘a sacca
e ‘o stommaco patì… »

(Scritta nella famosa pizzeria di Napoli “Da Michele”)

La peculiarità della pizza napoletana è dovuta soprattutto alla sua pasta che deve essere prodotta con un impasto simile a quello per pane – ossia di farina di grano tenero ’00’ e completamente privo di grassi – morbido ed elastico, steso a mano in forma di disco senza toccare i bordi che formeranno in cottura un tipico “cornicione” di 1 o 2 cm mentre la pasta al centro sarà alta circa 3 mm.

Un veloce passaggio in un forno molto caldo deve lasciarla umida e soffice, non troppo cotta.

Nella più stretta tradizione della cucina napoletana sono previste solo due varianti per quanto riguarda il condimento:

  • Pizza marinara: con pomodoro, aglio, origano e olio.
  • Pizza Margherita: con pomodoro, mozzarella STG a listelli, mozzarella di bufala campana a cubetti o Fior di latte, basilico e olio.

Alcuni ritengono che il pomodoro debba essere di tipo San Marzano.

Un modo tradizionale di consumare la pizza a Napoli è quello di acquistare versioni “mignon” per consumarla in strada. In questo caso, la pizza viene piegata, insieme ad un foglio di carta per alimenti, in quattro. Questo modo di piegare la pizza viene detto, appunto, a portafoglio o a libretto.

https://it.wikipedia.org/wiki/Pizza_napoletana

 

Al Casamento Torre nel Real Bosco di Capodimonte è ancora attivo il forno di campagna dove fu cotta la prima pizza margherita.

Qui, nell’estate del 1889 il pizzaiolo Raffaele Esposito della pizzeria Brandi preparò le diverse pizze per la Regina Margherita di Savoia: Mastu Nicola bianca con strutto, basilico, pecorino e pepe; pomodoro, alici, aglio, origano e olio; pomodoro, mozzarella, basilico, olio e pecorino; calzone fritto con ricotta e cicoli secondo la tradizione dell’Ottocento.

La regina preferì quella con la mozzarella e il pomodoro che, in suo onore, fu chiamata margherita.

 

Pizza gratis per tutti per celebrare e festeggiare con centinaia di pizzaioli, tutti coloro che hanno contribuito al successo e i forni della più celebre e grande manifestazione dedicata alla pizza napoletana.

L’appuntamento è per giovedì 14 dicembre a partire dalle 11, su iniziativa del Napoli Pizza Village.

 Fonte:

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/12/07/news/l_arte_della_pizzaiuolo_napoletano_diventa_patrimonio_dell_unesco-183325106/

http://www.lastampa.it/2017/12/07/multimedia/societa/cucina/ecco-come-si-prepara-la-vera-pizza-napoletana-il-segreto-la-lievitazione-29svcx1PlaAgSj4LAsyI3N/pagina.html

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*La buona notizia del venerdì:I Ricercatori Fanno Una Scoperta Sorprendente a Chernobyl

25 years abandoned city near Chernobyl, apocalyptic landscape all over, vegetation has taken over

La catastrofe che ha colpito la centrale nucleare di Chernobyl il 26 Aprile del 1986 ha costretto il governo ad evacuare totalmente le città e le zone adiacenti. Studiati gli effetti della fuga di radiazioni nell’ambiente è stato stabilito che la vita umana era incompatibile con la situazione che si era creata. A 30 anni di distanza la zona evacuata è ancora chiusa.

Pattuglie di polizia controllano attentamente che il perimetro della zona a rischio non venga sorpassato dalle migliaia di visitatori e curiosi che tutto l’anno vogliono girare per le piazze e gli edifici abbandonati, attratti dall’atmosfera desolata.

 

I ricercatori hanno individuato un anello centrale in cui la concentrazione di radiazioni è molto elevata, ma nell’anello più esterno, ugualmente abbandonato dalla popolazione, il livello di radiazioni è più basso e gli osservatori della fauna hanno fatto una scoperta sorprendente…

 


Spiegano i ricercatori che dopo 30 anni di assenza di vita umana nella zona più esterna,la natura ha cominciato a crescere rigogliosa, i boschi e i prati hanno aumentato la loro estensione. Con una vegetazione così ricca è aumentato anche il numero di animali erbivori, e la zona si è riempita di cervi, cinghiali, lepri e roditori.

E dove ci sono tanti erbivori non possono mancare i predatori. Orsi, lupi, volpi e persino un maestoso esemplare di lince iberica sono stati avvistati nei boschi. 

In totale la zona di esclusione ha un raggio di 30 km: il suo centro è molto pericoloso ma l’area esterna ha un livello più basso di radiazioni.

È tornato ad abitare i boschi dell’Ucraina anche l’orso bruno europeo, dopo 100 anni dall’ultimo avvistamento.

Si possono trovare poi alci, cavalli selvaggi e bisonti. 

I ricercatori sono stupiti da una fauna così rigogliosa in quelle zone che ormai si davano per devastate per sempre. Sembra che gli animali non risentano ad oggi delle radiazioni esistenti e per qualche ragione sconosciuta rimangono laddove il livello è tollerabile e non si inoltrano verso il centro.

Nel bosco i ricercatori hanno posizionato 42 telecamere per monitorare la crescita di queste meravigliose specie selvagge.

Il professore Jim Smith dell’Università di Portsmunta non ha dubbi: si è creata una vera e propria riserva naturale nei boschi di Chernobyl.

 

http://www.curioctopus.guru/read/6085/dopo-30-anni-dal-disastro-di-chernobyl-i-ricercatori-fanno-una-scoperta-sorprendente?utm_source=fb&utm_medium=EVERGREEN&utm_term=6085

La rinascita della natura a Pripyat e Chernobyl

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*La buona notizia del venerdì: Le miss peruviane sfilano per fermare la violenza sulle donne

Miss Perù, le misure delle candidate? Sono i numeri dei femminicidi

«Il mio nome è Camila Canicoba e rappresento il dipartimento di Lima. Le mie misure sono: 2202 casi di femminicidi registrati negli ultimi nove anni nel mio Paese».

Le partecipanti a Miss Perú 2018 sfilano sulla passerella, avvolte in fascianti abiti di lamé, e danno i numeri. Non quelli di petto, vita, fianchi, bensì i numeri della morte per mano dell’uomo sulle donne.

E sulle bambine, come ricorda un’altra concorrente: «Le mie misure sono: l’81 per cento degli aggressori delle piccole sotto i cinque anni sono vicini alla famiglia».

Durante la sfilata di presentazione, le reginette di bellezza hanno lanciato un messaggio contro la violenza sulle donne. Anzichè i propri centimetri, hanno comunicato i dati sugli abusi e alla loro campagna si sono uniti anche gli organizzatori del concorso

“Le mie misure sono: 2.202 casi di femminicidio registrati negli ultimi nove anni nel mio Paese”. Camila Canicoba, aspirante Miss Perù 2018, è la prima a presentarsi sul palco della finale a Lima. Lo fa scegliendo di non far sapere al mondo quale sia la circonferenza della sua vita o del suo seno. Ma quante sono le donne che sono state uccise in Perù dal 2008 a oggi. E non è l’unica. Lo fanno tutte, sfilando in passerella per il tradizionale momento in cui le reginette di bellezza comunicano i propri centimetri al pubblico.

Le misure delle Miss

Le 23 miss, una dopo l’altra, guardano la telecamera e presentano un dato: “Le mie misure sono: l’81 per cento degli aggressori delle piccole sotto i cinque anni sono persone vicine alla famiglia” oppure “Il 65 per cento delle donne all’università vengono assalite dal loro partner”.

La vincitrice del concorso di quest’anno è Romina Lozano e le sue misure sono: “3.114 donne vittime di tratta fino al 2014”. 

I dati della violenza in Perù

Le autorità peruviane quest’anno hanno registrato più di 6 mila casi di violenza sessuale. Sono 17 casi al giorno, di cui la metà sono stupri. La metà delle vittime sono minorenni. Secondo le cifre del governo, nel primo semestre del 2017 nel Paese ci sono stati 59 femminicidi.

Anche gli organizzatori si sono uniti alla protesta

Oltre alle concorrenti, anche gli organizzatori hanno voluto unirsi al messaggio contro la violenza sulle donne.

Durante la sfilata in costume da bagno, sono stati mostrati sugli schermi del palco ritagli di giornali relativi a casi di femminicidi e abusi contro le donne.

Le donne se vogliono possono uscire di casa nude. Nude. È una decisione personale”, ha detto una delle organizzatrici, Jessica Newton, al sito Buzzfeed News. “Se vado in giro in costume da bagno ho la stessa dignità di chi indossa un vestito da sera”.

“Chi non denuncia e chi non fa qualcosa per fermare tutto questo – ha aggiunto – è complice “

http://tg24.sky.it/mondo/2017/10/31/miss-peru-misure-numeri-femminicidi.html

 

“Il problema da qualche anno nel nostro paese si va facendo sempre più gravoso fino a diventare insopportabile”.

“Questo tipo di violenza che spesso e volentieri arriva all’omicidio – magari effettuato nei modi più crudeli e più barbari – ha una caratteristica: nella maggior parte dei casi viene compiuto da fidanzati ex fidanzati, mariti, ex mariti.

Viene fuori un desolante quadro di arretratezza dei nostri costumi, di sconsolante angustia mentale”.

“In Italia una gran quantità di maschi, di qualsiasi classe sociale, considerare la donna oggetto di sua proprietà in eterno, come se non dovesse avere mai più la libertà…

Questa concezione è il modo più degradante e più abietto di considerare la persona umana.

Il rifiuto alla sottomissione non ha che un verdetto possibile: la morte, l’annullamento totale dell’esistenza di una donna che osato opporsi.

Potremo vantarci della ripresa economica, della disoccupazione diminuita, di tanti passi avanti ma fino a quando non raggiungeremo questo concetto di parità assoluta tra uomo e donna noi faremo dei falsi passi in avanti”.

Andrea Camilleri

Introduzione alla miniserie “ Montalbano e il grido delle donne”

Giornata Mondiale contro i femminicidi 25 novembre

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* La buona notizia del venerdì: C’è fondente, al latte o bianco. E chi ne ha mai immaginato uno rubino? E per di più del tutto naturale?

Creato in Svizzera il cioccolato rosa senza conservanti e coloranti

Il cioccolato, si sa, è disponibile in 3 varianti e relativi colori: fondente, al latte o bianco. Adesso dobbiamo aggiungere però anche quello rosa!

L’idea è venuta alla società Barry Callebaut, il più grande produttore al mondo di cioccolata e cacao di qualità. Erano anni che l’azienda, non a caso Svizzera (sappiamo come la produzione di cioccolata sia parecchio cara a questa nazione), stava cercando di produrre cioccolato rosa in maniera del tutto naturale ricavandola dalle fave di cacao rubino.

Ecco allora che ben 80 anni dopo l’introduzione del cioccolato bianco arriva finalmente una novità per gli amanti del cioccolato: un nuovo prodotto che punta non solo sul colore accattivante ma anche su un sapore caratteristico e sulla naturalezza della produzione.

Si produce da una varietà di cacao particolare che cresce in diverse parti del mondo tra cui Ecuador, Brasile e Costa d’Avorio.

La società svizzera è la prima al mondo ad essere riuscita a trasformare queste fave dal colore tanto caratteristico in cioccolato rosa o cioccolato rubino come lo definiscono i produttori.

Ciò è stato possibile grazie ad un processo sofisticato che però, come ha dichiarato Peter Boone, capo dell’innovazione e della qualità di Barry Callebaut, non si serve di nessuna sostanza artificiale:

Non aggiungiamo aromi né coloranti o additivi: il cioccolato rosa (n.d.r) è semplicemente uscito da queste fave, è tutto naturale. Deriva dalla dedizione ad anni di ricerca sui processi artigianali della produzione di cioccolato”

Lanciato in esclusiva a Shanghai, in Cina, il cioccolato rosa ha ricevuto buoni riscontri per il suo sapore dolce ma leggermente acido che i produttori definiscono fruttato e un po’ aspro come quello dei frutti di bosco.

Ci si aspetta adesso grande successo sul mercato soprattutto in occasione della festa di San Valentino.

Per assaggiarlo in Italia dovremmo però aspettare almeno altri sei mesi dato che la società svizzera ha annunciato che i prodotti a base di cioccolato rosa saranno in vendita in altre parti del mondo in un lasso di tempo che potrà oscillare tra 6 e 18 mesi

https://www.greenme.it/mangiare/altri-alimenti/24982-cioccolato-rosa