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* La buona notizia del venerdì: Eliminare le microplastiche dagli oceani si può!

The Ocean Cleanup Array è il progetto ideato dal 19enne Boyan Slat  per eliminare le microplastiche dagli oceani.

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Dal 2013, quando è stato annunciato per la prima volta, Ocean Cleanup Array ha fatto tanti passi avanti. Ma dal 2016 diventerà ufficialmente il primo sistema di pulizia degli oceani.

Un’idea semplice, ma in grado di raccogliere 7.250.000 tonnellate di rifiuti in soli 5 anni, comeconfermato dallo studio di fattibilità, lo scorso anno. Il dispositivo è formato da una piattaforma a cui sono collegate due lunghe panne, in grado di intercettare e trattenere i rifiuti galleggianti anche di piccole dimensioni.

L’ingegnosa soluzione del giovane Boyan potrebbe salvare centinaia di migliaia di animali acquatici ogni anno, oltre che consentire una riduzione degli inquinanti (tra cui PCB e DDT) che i accumulano nella catena alimentare. Si potrebbe anche risparmiare tantissimi milioni di euro ogni anno, grazie all’abbattimento dei costi di pulizia, di una ripresa del turismo e di una diminuzione dei danni alle navi marittime.

Sul suo sito l’inventore spiega: “uno dei problemi con il lavoro di prevenzione è che non vi è alcun immagini di queste” macchie “di spazzatura, perché i detriti si sono dispersi per milioni di chilometri quadrati. Utlizzando i nostri array, invece, si accumulerebbero lungo i bracci, rendendo improvvisamente possibile visualizzare effettivamente tutta la spazzatura oceanica . Abbiamo bisogno di sottolineare l’importanza del riciclo e ridurre il consumo di imballaggi in plastica”.

È stato lo stesso Boyan, oggi ventenne fondatore e CEO di The Cleanup Ocean, ad annunciare che il suo Array sarà il primo sistema al mondo utilizzato per ripulire passivamente l’inquinamento prodotto dalla plastica negli oceani. La conferma è arrivata in occasione della conferenza dedicata alla tecnologica più grande dell’Asia, il Seoul Digital Forum, in Corea del Sud.

Si parte proprio dall’Asia, precisamente dal Giappone, dove l’Array verrà distribuito e messo in funzione nella seconda metà del 2016. Le prime acque ad essere ripulite dalla plastica saranno quelle al largo della costa di Tsushima, un’isola situata tra il Giappone e la Corea del Sud, oggi oggetto di ricerca.

Come funziona?

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L’Ocean Cleanup Array, lo ricordiamo, è formato da due lunghe braccia che si trovano a pelo d’acqua. Il dispositivo è profondo circa 3 metri, in modo tale da intercettare la maggior parte della plastica che si trova in mare.

I rifiuti vengono così catturati dalle panne che non si muovono dalla loro posizione ma che agiscono come una sorta di grande imbuto, dove la plastica viene spinta proprio dall’angolo dei bracci. Una volta fatta arrivare alla piattaforma di raccolta, viene filtrata, separata dal plancton e conservata per il riciclo.

Quello in funzione in Giappone, il prossimo anno, avrà le due braccia lunghe circa 2.000 metri, diventando così la più lunga struttura galleggiante mai stesa in mare (battendo il record attuale di 1000 metri detenuti dal Tokyo Mega-Float).

Ocean Cleanup Array sarà operativo per almeno due anni, durante i quali eliminerà la plastica prima che essa possa raggiungere le coste dell’isola di Tsushima. Quest’ultima sta anche valutando se i rifiuti raccolti possano essere utilizzati come fonte di energia alternativa.

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Perché Tsushima? 

Una scelta non casuale visto che qui il problema dell’inquinamento in mare è molto grave. Ciò ha portato i il governo locale a cercare soluzioni innovative per risolverlo.

Prendersi cura del problema rifiuti degli oceani del mondo è una delle più grandi sfide ambientali che l’umanità si trova ad affrontare oggi” ha detto Boyan Slat, secondo cui si tratta del primo passo verso l’obiettivo di ripulire la Great Pacific Garbage Patch. “Questa distribuzione ci permetterà di studiare l’efficienza e la durata del sistema nel tempo”.

Diffondere il più possibile questa soluzione è un’importante pietra miliare della missione del Cleanup Ocean per eliminare l’inquinamento della plastica dagli oceani. Entro cinque anni, dopo una serie di installazioni, Cleanup Ocean prevede di implementare un sistema di 100 chilometri per ripulire circa la metà della Great Pacific Garbage Patch, tra le Hawaii e la California.

Fonte:

http://www.greenme.it/informarsi/ambiente/16708-plastica-ocean-cleanup-array-2016

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* Una storia di gatti al ristorante

Miiiiiiioh!…Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!



Poso la forchetta… mi metto in ascolto…
Miiiiiiioh!…Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!
E’ un gattino che miagola! Dove può essere?
” Cameriera, lo sente anche lei questo miagolio? Sembra venire da lì, dalla cucina…”
” Stia tranquilla , signora, ora vado a vedere…”
Miiiiiiioh!…Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!
“Abbiamo cercato dappertutto, sotto i mobili, nella dispensa, persino nel forno, non si sa mai dove vanno a ficcarsi questi gattini… sì, sì, una gatta randagia ha partorito proprio l’altro giorno, pensi un po’ sul tetto del ripostiglio…”
Miiiiiiioh!…Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!
” Lo sento anche io! Guardiamo sotto i tavoli…”
” Ecco mi sembra che venga da lì…no,qui è la porta delle toilettes…”
” Qui, qui…lo sento proprio qui!”
” Ma signora, lì c’è il muro divisorio con la cucina,,,”
” Eppure io lo sento qui, proprio qui…”
Miiiiiiioh!…Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!
” Viene dal muro!…”
” Ma signora, come è possibile! Senti un po’, al cuoco, vieni a sentire….”
Miiiiiiioh!…Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!
Ma vuoi vedere che sta nell’intercapedine?Toc..toc…toc…
Un silenzio agghiacciante!
Faccio un buco nel cartongesso Bum..Bum..Bum…
Un buco scuro…niente!
“Mettiamo una ciotola di latte!”
Spunta un coso coperto di polvere e di gesso, un occhio azzurro, un altro pesto…si tuffa nella ciotola, come un aspirapolvere al massimo la vuota, coda tremante…
Miiiiiiioh!…Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!Miiiiiiioh!
Poi si lancia verso il pantalone più vicino, si arrampica fino ad un posto comodo e con un gran sospiro si addormenta vibrando rumorosamente di fusa…
” Ma sarà bene portarlo dal veterinario… Io vado e tu?”
” E pensare che dice di non sopportare gli animali! “

E’ una storia vera!

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* La buona notizia del venerdì: L’uomo che ha riportato acqua in 5 fiumi e in oltre 1000 villaggi in India

 

Lo hanno soprannominato “Waterman of India” per il suo prezioso contributo nel rendere disponibile l’acqua alle popolazioni di centinaia di villaggi. Vivere lontani dalle fonti d’acqua potabile significa percorrere chilometri ogni giorno per raggiungere l’oro blu, un compito molto pesante che di solito viene affidato alle donne.

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Ma Rajendra Singh ha deciso di mettersi in gioco per fare la differenza. Nello stato del Rajastan è considerato un vero e proprio eroe perché da solo è riuscito a riportare acqua in cinque fiumi che risultavano a secco da decenni.

Dopo la laurea in medicina ayurvedica, Singh nel 1985 si trasferì nel quartiere di Alwar Rajastan con l’intenzione di dedicarsi all’agricoltura per occuparsi di guarigione non soltanto rispetto al popolo indiano ma anche per quanto riguarda l’ecosistema sofferente di quella regione semi-arida.

Singh aveva notato che la popolazione della zona stava diminuendo e che la maggior parte degli abitanti del villaggio avevano lasciato le loro case dopo che il fiume Arvari si era prosciugato negli anni Quaranta. Spinto da un forte desiderio di aiutare gli abitanti del villaggio, si assunse il compito di riportare l’acqua in quelle terre.

Per compiere la propria missione ha elaborato una strategia unica attingendo alle conoscenze antiche indiane di geologia, idrologia e ecologia. Ha introdotto il concetto di “johads”, dei serbatoi di stoccaggio dell’acqua piovana costruiti in pietra o con altri materiali disponibili. Questi serbatoi sono serviti per ricostruire i livelli d’acqua sotterranea e superficiale in fiumi e torrenti.

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L’acqua raccolta durante la stagione delle piogge, grazie a questi serbatoi, può essere utilizzata dalle popolazioni dei villaggi per tutto il resto dell’anno. Inoltre l’acqua immagazzinata filtra lentamente nel terreno e va a riempire le falde acquifere.

Ha in seguito costruito delle dighe su piccoli fiumi e torrenti. Queste dighe non fermano completamente il flusso d’acqua ma formano laghetti che gli abitanti possono usare per le proprie esigenze. L’acqua in eccesso continua a scorrere a valle.

Nel corso degli anni la sua strategia ha funzionato. L’acqua catturata dai johads durante i monsoni ha potuto colmare le falde acquifere per la fornitura locale di acqua potabile e ha aiutato a rinverdire la vegetazione di oltre 1000 villaggi.

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Il fiume Arvari è tornato in vita insieme ad altri quattro fiumi della regione. La copertura forestale della zona è aumentata del 33%. Le persone che avevano abbandonato i villaggi lentamente hanno iniziato a fare ritorno a casa, al loro stile di vita tradizionale.

L’aver riportato in vita un fiume che risultava prosciugato da decenni, grazie a strumenti rudimentali, è considerato un vero e proprio miracolo della vita reale. Ispirato dal successo ottenuto,

Singh ha fondato l’organizzazione no-profit Tarun Bharat Sangh (TBS), attraverso la quale aiuta migliaia di persone a risolvere i problemi di scarsità d’acqua.

Dal 1980, TBS ha costruito oltre 4500 johads che raccolgono l’acqua piovana in oltre 850 villaggi in 11 distretti in India.

 

fonte:http://www.thehindu.com/news/national/let-communities-manage-water/article7029329.ece

” Quello che potrai fare potrà sembrarti terribilmente insignificante ma, in realtà, è terribilmente indispensabile che tu lo faccia.”

” Sii tu il cambiamento che vuoi avvenire nel mondo” 

Gandhi

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* La buona notizia del venerdì : Oslo costruisce la prima “autostrada” per le api del mondo

La prima autostrada per insetti del mondo. 

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È stata inaugurata davvero a Oslo ed è un corridoio verde che attraversa la capitale norvegese con stazioni di polline ogni 250 metri per api, calabroni e vespe. Si tratta di un aiuto concreto per gli insetti impollinatori che lottano ogni giorno negli ambienti urbani, dove ci sono pochi fiori ricchi di nettare, e che di fatto rischiamo di morire di fame.

L’idea è quella di creare un percorso attraverso la città con stazioni di alimentazione a sufficienza per gli insetti lungo tutta la strada. Avere a disposizione cibo a sufficienza aiuterà anche le api e i calabroni a sopportare lo stress ambientale artificiale meglio”, ha detto al giornale locale Osloby Tonje Waaktaar Gamst della Oslo Garden Society.

Negli ultimi anni, sono scomparse moltissime colonie di api, calabroni e altri insetti, danneggiando l’agricoltura che dipende proprio da questi insetti. Anche se la Norvegia non è stata così duramente colpita come gli Stati Uniti, sei specie di insetti impollinatore norvegesi su 35 sono a rischio d’estinzione.

Per questo Gams e il suo team hanno messo dei vasi sui tetti e sui balconi lungo un percorso da est a ovest, attraverso la città.

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Il Comune di Oslo sta cooperando con le organizzazioni ambientaliste per invitare aziende e cittadini a piantare fiori amici delle api. Per aiutare meglio gli insetti, l’organizzazione BiBy ha creato un app per consentire alle persone di vedere le “zone grigie”, ovvero i tratti più lunghi da percorrere che sono ancora senza cibo per le api, al fine di favorire la messa a dimora di fiori utili.

 

Sarà facile vedere le barriere e gli ostacoli sulla mappa. L’obiettivo è quello di ispirare le persone a colmare queste lacune“, ha spiegato Agnes Lyche Melvær di BiBy. I cittadini potranno anche caricare le foto dei loro progetti per salvare le api. La cosa più bella di questo progetto? E’ che possiamo farlo anche noi! Piantiamo i fiori giusti!

Non solo scegliere prodotti biologici. Per aiutare le api basta piantare i fiori giusti. Per questo Greenpeace ha reso nota una lista delle piante più adatte che permettono a questi piccoli insetti di trovare rifugio e cibo col polline.

L’associazione ha invitato tutti a creare delle “aree Salva-Api” dove esse insieme ad altri insetti impollinatori possano trovare rifugio e polline per nutrirsi. Seminando i cosiddetti fiori amici delle apinel giardino, nell’orto, sul balcone o in un parco, senza usare pesticidi chimici, si dà una grande mano d’aiuto agli insetti, messi a rischio dai pesticidi.

Ce n’è per tutti i gusti. Alcuni probabilmente hanno già trovato posto nel nostro giardino o nel nostro balcone. Ecco quali sono le piante e i fiori più apprezzati dalle api: Facelia, Calendula, Veccia, Lupinella, Trifoglio incarnato, Trifoglio alessandrino, Trifoglio resupinato, Erba medica, Coriandolo, Cumino, Finocchio annuale, Pastinaca, Aneto, Borragine, Rosmarino, Timo, Lavanda, Sulla, Girasole, Malva, Tagete, Grano saraceno, Meliloto officinale.

Qui l’infografica di Greenpeace con le immagini delle piante più amate dalle api.

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Scegli semi biologici e di varietà differenti. In commercio esistono diverse selezioni con relative indicazioni per la semina, un gesto concreto che non solo aiuta le api, ma migliorerà anche la salute e la fertilità del terreno” consiglia l’associazione impegnata con varie iniziative nella salvaguardia di queste piccole e preziose creature.

Secondo Greenpeace, per creare l’ambiente adatto alla loro esistenza occorre anche favorire la presenza di siepi, piante e fiori selvatici, e permettere una naturale continuità tra habitat diversi. Ma ovviamente la prima cosa è il divieto dei pesticidi killer.


Anche perché dalla loro salute dipende anche la nostra vita.

Infatti, sia le api domestiche che quelle selvatiche rivestono un ruolo fondamentale per la produzione di cibo. Senza gli insetti impollinatori, molti esseri umani e animali avrebbero difficoltà a trovare il cibo di cui hanno bisogno per la loro alimentazione e sopravvivenza. Fino al 35% della produzione di cibo a livello globale dipende dal servizio di impollinazione naturale offerto da tali insetti. E delle 100 colture da cui dipende il 90% della produzione mondiale di cibo, 71 sono legate al lavoro di impollinazione delle api. Solo in Europa, ben 4000 diverse colture crescono grazie alle api. Per questo, teme Greenpeace, se gli insetti impollinatori continueranno a diminuire, come sta già accadendo, molti alimenti potrebbero non arrivare più sulle nostre tavole.

E un semplice fiore piantato sul nostro balcone può, nel suo piccolo, contribuire a salvare la loro vita.

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Si tratta di una scoperta tutta italiana. Gli studiosi di Apidologia e Apicoltura del dipartimento di Scienze agrarie dell’Università di Pisa hanno evidenziato l’importanza di piantare vicino agli alveari un fiore ricco di polline e nettare che possa fornire nutrimento alle api anche in autunno, quando le risorse a loro disposizione si riducono.

Il fiore amico delle api è la Cephalaria transsylvanica, una specie meglio conosciuta come Vedovina maggiore, che fiorisce proprio verso la fine dell’estate e in autunno. Lo studio in questione, condotto da Angelo Canale, è stato pubblicato sulla rivista scientifica Plos One.

A parere degli esperti, coltivare strisce di Vedovina maggiore a ridosso degli apiari può rappresentare un’ottima soluzione per fornire polline e nettare alle api, e ad altri insetti, quando le fioriture iniziano ad essere più rare. La Vedovina maggiore è una specie molto rustica e adattabile. Nel corso delle ricerche, i fiori hanno attirato un ampio numero di insetti impollinatori, con particolare riferimento alle api.

“La ricerca in oggetto – ha spiegato Angelo Canale – propone l’inclusione di C. transsylvanica in strisce di fioriture da seminarsi sia in aree ad agricoltura intensiva, al fine di aumentare la diversità degli impollinatori presenti, sia in prossimità degli alveari per garantire limitrofe e abbondanti quantità di polline e nettare utili a irrobustire le famiglie di api, per un più agevole superamento della stagione invernale”.

 

http://www.greenme.it/informarsi/agricoltura/10930-api-fiori-quali-piantare
http://www.greenme.it/informarsi/animali/16626-oslo-autostrada-api-insetti

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* La buona notizia del venerdì: Il Ministero del Futuro in Svezia

Una donna alla guida, giovani collaboratori poliglotti, e una azione che si sviluppa ovunque: da come progettare la vita a come diventare più moderni e solidali, a che direzione prendere nei progetti industriali. E tutti li stanno a sentire, dal governo alle grandi industrie nazionali

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A Stoccolma a Rosenbad, il palazzo barocco del governo svedese nel centro di Stoccolma, tra Opera, Parlamento e Palazzo reale, al secondo piano, ed ecco il regno esclusivo di Kristina Persson.

Potentissima ma non cattiva, né contro i ‘muggles’ (babbani) né contro altri, ma quelle sue stanze segrete, come il Ministry of Magic nei libri del maghetto, contano quanto il numero 10 di Downing Street. O nel caso concreto, quanto i poteri di Stefan Loefvén, il discreto premier socialista.

“La mia missione è il futuro”, dice lei ogni volta, e fa sul serio. Lei in persona, e i suoi ispettori, dal fido Goesta Brunnander a Pezhman Fivrin, bel giovane poliglotta d’antiche origini persiane, sono ovunque: controllano come si progetta e ripensa la vita, dettano legge su come si resta o si diventa insieme sempre più moderni e solidali, come vincere con Saggezza e Bene.

In quelle stanze discrete e celate di Rosenbad, progettano il futuro: da politici di professione sono diventati illuministi del nostro tempo, cercano ogni giorno non più voti bensì di migliorare l’Avvenire. Siamo in quella che Margot Wallstroem, altra ‘supermaga’ (ministro degli esteri e ‘uomo forte’ della situazione) definisce ‘la superpotenza con un cuore’. Magari ti fa aspettare qualche minuto, la “maga” Kristina: “Scusi, ho appena parlato del futuro col numero uno della Volvo e coi sindacati”. Pensare a come vivremo, a quali errori non dovremo commettere, indurre tutti a parlare con lei, concertazione reinventata ogni giorno, su come organizzare il Bene nel domani, ecco la sua missione. La prende sul serio, e il governo la ascolta.

Persino quassù c’è un cattivo che minaccia, è Putin con i suoi sottomarini e bombardieri atomici che si affacciano minacciosi ogni giorno. E allorail ministero del futuro, nel mitico regno delle tre corone, ha escogitato l’idea come con un colpo di bacchetta. Immersi sott’acqua da pacifisti e marinai reali, schermi luminosi proiettano su sensori radar e sonar degli U-Boot intrusi l’immagine luccicante d’un marinaio gay, con la scritta in russo e inglese: “Benvenuti da noi in Svezia, qui siamo liberi d’essere omosessuali, unitevi a noi”.

Pochi uffici ma tanti computer, cervelli e intuiti dei ‘maghettì di Kristina sempre accesi.

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Per il futuro va pensato tutto, contro ogni attacco del lato oscuro: e allora le stazioni della Tunnelbana, la metro locale, sono profondissime.

Il mondo cambia, muta ogni momento e non ci aspetta, dobbiamo ripensare il nostro modo di vivere ogni giorno, è il motto di Kristina.

Aiutare i “ babbani” , vuol dire convincerli a ripensare il welfare, a negoziare i loro rapporti (nel lavoro e nella vita) ogni giorno. Ispettori lanciati in missione ovunque, parlano con padroni e dipendenti, e con i tanti stranieri in fuga da terre disperate che il regno accoglie e cerca d’integrare. E poi è venale, il mondo dei babbani: devi vendere, esportare, per vivere meglio. Ma secondo i tuoi valori.

Allora rieccolo, il Ministero  del futuro (Ministeriet foer strategi-och framtidsfragor nella magica lingua locale): ispira ogni ripensamento, da Volvo che lancia sul mercato suv modernissimi comodi e potenti ma non inquinanti e apre una fabbrica in Usa ma con diritti sindacali svedesi, alla vendita delle migliori ‘bacchette magiche’del regno contro il signore delle tenebre. Saab 39 Gripen, si chiama la bacchetta magica supersonica, lo vogliono tutti, brasiliani e cèchi, sudafricani e thai, “ma è solo per le democrazie”, impongono i valori del governo visibile e del Ministero del Futuro.

Perché come conviviamo con fiducia reciproca, dobbiamo essere degni di fiducia nel mondo“. O ancora: sulle spese per istruire i giovani, dall’asilo alle università di livello angloamericano, o sulla ricerca scientifica, non si risparmia una sola corona,  priorità del Futuro pensato dietro il binario 9 e ¾ di Rosenbad.

Senza dogmi: “Se un’idea è buona, etica, pulita, efficace, adottiamola“, dicono gli economisti ribelli ascoltati come consiglieri. Idea sempre buona, dice il Ministero del Futuro, è anche sovvenzionare editoria musica rock  startups e cultura giovanile, parte della vita. O avere un governo ufficiale  dove dieci sono le donne e 4 i figli di migranti.

Crescita quasi al 3 per cento, occupazione e nascite sempre in aumento, aziende internettiane ai vertici mondiali, gente che nelle strade ti sorride ovunque, e ti dà sempre del tu perché qui il ‘lei’ è in disuso, come espressione di distanza diffidente.

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E’ cambiata da tempo anche la lingua, nel paese che il Ministero del Futuro ispira. Lo fa anche con leggi per difenderti dai tuoi difetti: se una coppia di qualsiasi tipo ha o adotta un figlio, ciascuno ne è responsabile al 50 per cento anche se poi si lasciano. Quindi addio paura di restare ragazze madri povere e sole. Oppure, prostituzione vietata, ma punendo i clienti che comprano sesso, non la donna che lo vende per bisogno di soldi.

Certo, è solo un esperimento, come ogni magìa, quello del paese del Ministero del futuro.

http://www.repubblica.it/esteri/2015/05/31/news/svezia_ministero_del_futuro-115713276/?ref=HREC1-32&refresh_ce

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* La buona notizia del venerdì: In Indonesia cure mediche gratis in cambio di rifiuti da riciclare

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Garbage Clinical Insurance, ecco un progetto probabilmente unico al mondo che in Indonesia permette di ottenere cure mediche gratuite grazie ai rifiuti.

I cittadini di Malang che non possono permettersi un’assicurazione sanitaria in questo modo possono comunque ottenere le cure di cui hanno bisogno.

L’idea è nata dal dottor Gamal Albinsaid, 24 anni, medico indonesiano che ha voluto trovare una soluzione per fornire assistenza sanitaria alle persone bisognose e cercare nello stesso tempo di risolvere anche il problema dei rifiuti.

Il problema dei rifiuti e della povertà riguarda soprattutto i villaggi rurali dell‘Indonesia, dove la popolazione si ammala e non ha a disposizione il denaro necessario per curarsi. Gamal allora ha deciso di fornire assistenza sanitaria gratuita alle persone utilizzando i rifiuti come risorsa finanziaria.

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Ha dunque creato la società Global Clinical Insurance che si occupa di vendere alle imprese che riciclano i rifiuti la spazzatura raccolta dai pazienti. Il denaro guadagnato dalla vendita viene utilizzato per pagare le medicine e l’assistenza sanitaria delle persone che si sono impegnate nel progetto.

Quello che portiamo avanti è un modello che si propone di ottenere un positivo impatto sociale – dice il fondatore, Gamal Albinsaid -. L’obiettivo è anche il profitto, ma non a scopo di lucro. I ricavi generati vengono reimpiegati per finanziare il nostro programma”.

Fino a questo momento l’iniziativa ha aiutato migliaia di persone che altrimenti non avrebbero accesso al sistema sanitario.

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Nel 2013 Gamal ha vinto un importante premio di 50.000 sterline come giovane imprenditore per la sostenibilità, dato che il suo progetto favorisce sia il rispetto dell’ambiente che la salute e l’aiuto ai bisognosi,il “Prince of Wales Young Sustainability Entrepreneur Prize” consegnatogli dal Principe di Galles.

Gli aspiranti a questo riconoscimento sono stati ben 500 da 90 paesi nel mondo.

Le persone povere in questo caso pagano le cure mediche con le risorse che hanno a disposizione, cioè i rifiuti, di cui i villaggi rurali indonesiani abbondano. I rifiuti organici vengono trasformati in compost, mentre plastica e cartone vengono riciclati.

Può darsi che un’idea simile, ora in corso per le cure mediche, possa essere estesa anche all’istruzione, in modo che anche i bambini più poveri abbiano la possibilità di andare a scuola.

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Leggi anche:

In Messico cibo e buoni pasto in cambio di rifiuti da riciclare
Plastic Man: l’uomo che in India trasforma i rifiuti di plastica in nuove strade
Tibagi: in Brasile dai rifiuti nascono fiori e solidarietà

Fonte.

http://www.greenme.it/approfondire/buone-pratiche-a-case-history/16554-rifiuti-in-cambio-cure-gratis

 

 

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* La buona notizia del venerdì: Economia domestica: in Finlandia si insegna a scuola. Anche ai maschi.

 

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Chi ha detto che i lavori domestici debbano pesare tutti e sempre sulle spalle delle donne? Nessuno.

 E in uno dei paesi dove la parità dei generi non è uno slogan per il solito cicaleccio politico, sto parlando della Finlandia, scopriamo che i lavori domestici si imparano a scuola. Maschi compresi.

Che cosa si insegna durante questi corsi? Tutti i lavori generalmente affidati alle donne-casalinghe che quasi al 90 per cento coprono le fatiche domestiche. I ragazzi imparano a cucinare, a stirare, a lavare a mano i capi delicati, a fare la maglia, a rattoppare un calzino, a costruirsi una slitta per divertirsi sulla neve.

Ma durante le lezioni i docenti insegnano anche a non sprecare il cibo, l’acqua, i soldi con gliacquisti compulsivi; a essere responsabili con l’uso del denaro e perfino a riconoscere una intolleranza alimentare. La cosa più sorprendente è che si tratta di ore di lezioni (tre-quattro alla settimana) che gli studenti gradiscono molto, fino a considerarle le preferite.

L’economia domestica a scuola procura molti vantaggi alle nuove generazioni finlandesi. Innanzitutto la scuola insegna alla parità di genere molto concretamente, e quando si diventa coppia nessun maschietto potrà dire, per rifiutarsi di stirare una camicia o di cucinare: «Io non lo so fare». Inoltre il programma sui lavori domestici ispira un senso di autonomia: questi ragazzi sapranno cavarsela da soli, in casa, appena usciti dalla scuola dell’obbligo. E non avranno sempre bisogno di mamma e papà per andare avanti: una lezione di vita che conta molto in tempi difficili come questi.

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In America il libro “ Getting to 50-50, how working parents can have it all “(Arrivare a 50-50, come i genitori che lavorano possono avere tutto), scritto da Sharon Mears e Joanna Strober, è in testa alle classifiche della saggistica, e propone tutta una serie di consigli per la condivisione tra maschi e femmine del carico dei lavori domestici. Arrivando alla seguente conclusione: con il 50 & 50 la coppia è più felice e dura più a lungo.

Ma in un paese dove sono tante le donne in carriera, anche ai vertici delle multinazionali, ha destato impressione il fatto che Sheryl Sandberg, 44 anni, amministratrice delegata di Facebook, scrivendo l’introduzione alla nuova Bibbia per la parità dei sessi abbia fatto partire una vera crociata su questa frontiera dei rapporti tra uomini e donne.

Dividere il carico dei lavori domestici non solo è giusto, ma è la cosa migliore che possa capitare a una famiglia“, scrive la Sandberg. “Permettere agli uomini di fare la loro parte in casa fa bene alla donna perché le dà più scelte, così come fa bene agli uomini ed ai figli. Il padre si sentirà più partecipe, i figli cresceranno più forti e sicuri, in un ambiente non conflittuale”.

La presa di posizione di una donna considerata una delle più potenti del mondo, ha fatto molto discutere. Ma, polemiche a parte, resta il fatto che condividere pappe e pannolini, pulizie e cucina, è un obiettivo importante per la parità dei diritti delle donne.

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E in Italia siamo molto indietro: negli anni Novanta la percentuale del lavoro domestico svolto dalle donne era pari all’80 per cento, oggi siamo al 71,5 per cento, e le donne sono occupate in media 5 ore al giorno in attività a casa. Una distanza siderale che significa solo una cosa: le donne continuano ad avere due lavori, gli uomini uno. E questo non è giusto.

Oltre le parole e le paure, restano i dati. Con la Finlandia che nella classifica del «World Economic Forum» sul «Gender Gap», che misura la parità tra i generi, quest’anno si è piazzata al secondo posto, subito dopo l’Islanda. L’Italia al 69esimo.

«Cambiare la quotidianità, insegnando ai bimbi e alle bimbe come fare i lavori domestici, significa passare da un’idea di conciliazione a una di condivisione, favorendo altresì il passaggio dal concetto di maternità, con le donne uniche responsabili della cura della casa e dei figli, a quello di genitorialità», riprende Emanuela Abbatecola. «Liberare i bambini e i ragazzi dagli stereotipi, che considerano il vero maschio diverso dalle femmine, significa in ultima istanza fare crescere (nuovi) adulti più liberi anche nella vita privata oltre che nel mercato del lavoro».

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http://www.nonsprecare.it/lavori-di-casa-e-se-li-dividessimo-tra-uomo-e-donna

http://reportage.corriere.it/esteri/2015/nelle-scuole-finlandesi-dove-leconomia-domestica-e-roba-anche-da-maschi/

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* La buona notizia del venerdì: Una casa foresta a Torino

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Un palazzo alto ben 5 piani circondato da alberi che crescono in vaso anche sulle terrazze e con tanti laghetti nel cortile, in cui gli abitanti possono rinfrescarsi durante la bella stagione: si chiama 25 Verde, è un “edificio-foresta e si trova a Torino in via Chiabrera 25.

Una vera e propria isola felice per chi ha la fortuna di abitarvi: l’edificio assomiglia a un gigantesco albero in cui gli appartamenti, ben 63, sembrano tante tane scavate al suo interno. Un progetto pensato e sviluppato per far convivere al meglio le persone e la natura pur rimanendo all’interno dell’ambiente urbano.

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Progettata dall’architetto Luciano Pia, la struttura si presenta come una vera e propria una foresta abitabile in cui il verde è presente in ogni angolo dell’edificio. Circa 150 gli alberi ad alto fusto e 50 le piante più piccoleche, ogni ora, producono circa 150mila litri di ossigeno, mentre nel corso della notte assorbono circa 200mila litri di anidride carbonica all’ora. A questo si aggiunge l’assorbimento delle polveri sottili provocate dal traffico in città.

Senza contare che le piante sono in grado di mantenere sotto controllo le temperature sia in estate che d’inverno e che i listelli di legno massello che pavimentano i terrazzi irregolari sono in grado di filtrare i raggi del sole in estate e far passare la luce all’interno dei diversi appartamenti durante l’inverno. Gli alberi inoltre sono in grado di proteggere gli appartamenti dai rumori esterni.

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Una struttura unica nel suo genere in cui isolamento “a cappotto”, pareti ventilate, protezione dall’irraggiamento solare diretto, impianti di riscaldamento e raffrescamento, recupero dell’acqua piovanae riutilizzo per l’irrigazione del verde che contraddistingue la struttura contribuiscono al mantenimento di una buona efficienza energetica.

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Ogni passo nella progettazione dell’edificio è stato fatto con l’intenzione di fondere uomo e natura. L’asimmetrica disposizione delle terrazze permette agli alberi in vaso (ne sono stati piantati ben 150) di spuntare qua e là, con un disegno a intervalli casuali. Gli stagni nel cortile offrono un posto rinfrescante per rilassarsi in estate. L’edificio aiuta a mantenere pulita l’aria della città, ed è un’isola felice per chi ha la fortuna di abitarvi. Il palazzo, completato nel 2012, si trova in Via Chiabrera 25 nel capoluogo piemontese

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(Fonte immagini: Blog.casa.it)

http://www.corriere.it/foto-gallery/cultura/15_marzo_12/casa-bosco-cuore-torino-6741382e-c8d3-11e4-9fa6-f0539e9b2e9a.shtml

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* La buona notizia del venerdì: “Te lo regalo se vieni a prendertelo” : il riutilizzo in Facebook

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LUGANO – Dare una seconda vita agli oggetti che non si usano più. E’ questo lo scopo di “Te lo regalo se vieni a prenderlo”, gruppo su Facebook che promuove il re-utilizzo tramite regalo di qualsiasi tipo di oggetti. La prima finalità è quella di diminuire l’inquinamento, evitando di sovraccaricare le discariche con prodotti ancora funzionanti.

L’ideatore – Il promotore dell’iniziativa è Salvatore Benvenuto, cittadino ticinese che ha avuto l’idea di questa rete sociale un giorno in discarica: “Io vado ogni tanto a Bellinzona e rimango sempre stupito dalle cose che vengono buttate, e che sono funzionanti”. L’esperienza personale, la sua attuale situazione lavorativa (formatore di adulti attualmente disoccupato) e un video su Youtube chiamato ‘La storia delle cose’ gli hanno dato le motivazioni per far nascere l’iniziativa.

Il gruppo – Questa idea, nata in Ticino lo scorso settembre (oltre 1800 iscritti al gruppo) si sta rapidamente diffondendo anche in Italia, con vari gruppi regionali nati in questi giorni.”Ogni giorno ricevo un sacco di richieste, e il gruppo veneto ha ottenuto 850 iscritti in due giorni”. Un’idea semplice e geniale: sulla bacheca si fanno offerte di oggetti e richieste, e i membri si mettono d’accordo sull’andare a prenderli a domicilio. Non esiste un punto di raccolta centralizzato al quale portare gli oggetti, come avviene in alcune realtà italiane, ma tutto quanto è delocalizzato e lasciato all’iniziativa del singolo. “In questo momento non penso ad un evento di raccolta, tipo mercatino delle pulci, ma sono aperto ai consigli e alle suggestioni” spiega Benvenuto.

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Rapporto tra le persone – Si propone anche un modello diverso di relazione tra le persone e le cose: non solo il classico rapporto venditore-cliente, ma un interscambio tra i consumatori in modo da allungare la vita dell’oggetto. Non è solo una scelta ecologista che ha spinto Benvenuto a far nascere il gruppo, ma anche il desiderio di creare una nuova connessione tra gli individui.

“Si crea una comunicazione, un dialogo”; dinamiche che una volta erano usuali, e che negli ultimi anni si erano perse, specie per i ritmi frenetici della vita quotidiana. “Bisogna sfatare il luogo comune dell’egoismo, e delle persone che pensano a sé stesse. Dando loro un mezzo, la gente è disposta a fare le cose, e vedo che molti si vengono incontro, soddisfacendo i propri bisogni scambiandosi oggetti. Infatti non mi aspettavo il successo che il gruppo sta avendo”.

In tempi di crisi il valore di un oggetto viene rivalutato. In molti scoprono (o riscoprono) concetti quali il baratto, la condivisione e una filosofia come quella decrescita.

Come dice l’intestazione del gruppo:

“Evolversi vuol dire “utilizzare al meglio le risorse“”.

E’ un discorso di maggiore sostenibilità e collaborazione tra le persone” continua Benvenuto. “In questo gruppo si chiede, e si dà. Punto su questo aspetto: si può fare qualcosa l’uno per l’altro. Ho regalato tanti oggetti, e ogni volta che ho incontrato le persone è stato un momento particolare, per me e anche per loro”.

 

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Questo il link del gruppo originario partito in Svizzera (Ticino):

https://www.facebook.com/groups/222970677758752/

http://www.nonsprecare.it/te-lo-regalo-se-vieni-a-prenderlo-2

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*La buona notizia del venerdì:Nonna Leo apre un home restaurant a 96 anni

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Si chiama Leonilda Tomasinelli ma da tutti è conosciuta come Nonna Leo, ha 96 anni e per il suo compleanno si è regalata l’apertura del suo “Home restaurant”, proprio a casa sua.

Vive a Genova nel quartiere di Albaro da dove aprire le porte della sua abitazione per deliziare il palato dei clienti. 

Troppo spesso sento dire che è troppo tardi per prendere in mano la propria vita.

E a dirlo sono 40enni o 50enni.

Poi scopri storie come quelle di Nonna Leonilda e allora tutta la prospettiva cambia. Nonna Leo, come le piace farsi chiamare, ha 96 anni e ha deciso di impegnarsi in un progetto di sharing economy.

Davvero, non sto delirando. Complice la passione per la cucina e la tradizione, la nonnina genovese ha avviato un home restaurant nel cuore di Genova.

Le ricette vere, quelle della tradizione culinaria italiana, spesso si perdono. Ecco perché Nonna Leo ha deciso di dare voce a questi segreti della cucina con un progetto che personalmente amo alla follia.

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Nonna Leonilda, supportata dal nipote Fabrizio, ha messo in piedi un home-restaurant. 

Lei cucina per i suoi ospiti in cambio di un contributo alla spesa o una piccola cifra. L’idea è proprio quello della sharing economy: condividere cibo genuino fra sconosciuti a casa propria.

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“Oggi le cene in casa sono una delle tante facce della sharing economy, un’economia di condivisione e socializzazione – spiega il nipote Fabrizio – grazie agli home-restaurant si condivide cibo genuino fra perfetti sconosciuti, contribuendo alla spesa o facendo pagare una piccola cifra all’ospite. Tutto viene fatto alla luce del sole perché il contatto fra chi apre un home-restaurant e chi vuole venire a mangiare in quell’abitazione si stabilisce sul web”. 

Di questi progetti abbiamo già sentito parlare in altre città, ma quello di Nonna Leo ha qualcosa in più. Per prima cosa perché lei ha 96 anni e poi perché le sue ricette arrivano anche dalla tradizione dell’Ottocento.

Cosa cucina la nonna genovese? Seppie con i piselli, stoccafisso accomodato, panissa, polpettone, torta Sacripantina, castagnaccio, focaccia al formaggio, coniglio alla genovese. Solo per citare qualche piatto.

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“Le mie ricette? Sono un segreto, non ve le dirò mai. Se volete assaggiare i miei piatti, però, potete venire a trovarmi nel mio home-restaurant”.

 Una nonnina social con tanto di sito internet, pagina facebook, twitter, google plus, instagram, youtube e pinterest.

Se vi trovate a passare da Genova (la casa di nonna Leo è in zona Albaro) approfittatene per vivere questa esperienza unica.

Potete prenotare la vostra cena attraverso il sito web di Nonna Leo o il suo profilo Nonna Leonilda.

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E’ la realtà della sharing economy, una forma di organizzazione socio-economica basata sull’accesso anziché sul possesso, sull’utilizzo anziché sull’acquisto.

Un modello di business da non confondere con il no-profit, perché non si basa sul volontariato ma sull’eliminazione dei soggetti intermediari grazie alla community e sulle opportunità del do-it-yourself.

Perno del sistema è l’Internet delle Cose: 13 miliardi di sensori che collegano tra loro persone, oggetti e dati e consentono di avere subito ciò che vogliamo e solo per il tempo in cui ci serve.

Secondo Collaboriamo.org, database sull’economia collaborativa, il13% degli italiani ha già utilizzato almeno un servizio di sharing

Fonti:

http://thatsgoodnewsblog.com/home-restaurant/

http://www.leggo.it/NEWS/ITALIA/nonna_leo_apre_ristorante_casa_96_anni_foto/notizie/1299503.shtml

http://www.wired.it/economia/business/2014/12/11/condividi-fai-cosi-sharing-economy-conquista-litalia/