Ho scritto questo articolo nel 2021…tante emozioni che mi coinvolgono anche in questa recente occasione. Ammirazione, affetto,
Lei è Monica Contrafatto, caporale maggiore scelto dell’esercito, Primo Reggimento Bersaglieri, prima donna che ha ricevuto la medaglia d’oro al valore dell’Esercito.
Il 9 marzo del 2012 festeggia il suo trentunesimo compleanno e poco dopo decide di partire per la sua seconda missione in Afghanistan. L’ultima cosa che usa sono le armi, il suo unico obiettivo è cercare di aiutare.
Ma il 24 marzo sulla base italiana grandinano bombe.
Le schegge di una la colpiscono a una gamba, all’arteria femorale, all’intestino e a una mano. La gamba destra viene amputata, l’arteria femorale cambiata con la vena safena, l’intestino tolto per mezzo metro, la mano “sistemata” con un osso della gamba.
Monica è forte, supera anche un’embolia polmonare e riesce a tornare a casa.
A fine agosto a Londra si disputano le Paralimpiadi.
Davanti al televisore Monica incontra il suo destino.
L’azzurra Martina Caironi, amputata come lei a una gamba poco sopra il ginocchio, è in pista per correre i 100 metri. Il sogno diventa promessa: “Ci andrò anche io”.
Ad agosto 2016 vince la medaglia di bronzo paralimpica nei 100 metri piani categoria T42 ai Giochi Paralimpici di Rio de Janeiro e nel 2018 si aggiudica la medaglia d’oro nei 100 metri piani agli Invictus Games a Sydney.
Alle Paralimpiadi a Tokyo Monica è impegnata sui 100 metri femminili T63 (amputate di gamba), ma non ha dimenticato la terra che le ha cambiato la vita per sempre: .
E sa già chi omaggerà in caso di vittoria: «Correrò per l’Italia, ma anche per l’Afghanistan e spero di dedicargli una medaglia»,
«Ho fatto la mia prima missione in Afghanistan tra il 2009 e il 2010, a Schindad, e non me l’aspettavo così bello – ha raccontato qualche anno fa, rivivendo la sua prima volta in quella terra -. Quando abbiamo cominciato a fare le prime uscite per fare aiuti umanitari, ho conosciuto un sacco di bambini che con poco sembrava che gli tu dessi la vita e quindi ti riempivano il cuore. Mi sono resa conto che dando poco, ho ricevuto tantissimo. Sono partita vuota e sono rientrata piena dentro»
Così il 4 settembre nella finale dei 100 metri a Tokio conquista la medaglia di bronzo. E la dedica all’Afghanistan
E sul podio dei 100 metri T63 con lei Ambra Sabatini e Martina Caironi , un podio tutto italiano !
“Ci sono tante cose belle nello sport, ma la voglia di riscattarsi per me è la migliore. Quando la vita ti toglie qualcosa lo sport te ne dà 100 in cambio e tra queste il riscatto”.
Quando vuoi puoi e tutto è possibile! Parola di Ambra, Martina e di tutti gli atleti delle Paralimpiadi !
Raphael è il dominatore della costellazione zodiacale della Vergine.
Associato a Mercuriodalla tradizione cabalistica, è l’Arcangelo che dai tempi più antichi ha in custodia la facoltà di guarire. Appartiene all’Elemento Terra, domina la costellazione zodiacale della Vergine e quelle del Toro e Capricorno.
Secondo l’astrologia tradizionale, la Vergine è dominata da Mercurio, e sotto questo segno abbiamo i migliori custodi della salute, infermieri, farmacisti, ricercatori scientifici. E’ anche il custode dell’intelligenza, della speculazione scientifica e dell’indagine. Mercurio, nella sua totalità è all’interno del dominio di Rafael, che controlla l’energia elettromagnetica, detta anche vitalità eterica o prana.
l suo nome significa “Divino Guaritore“, o “Dio Guarisce”. Nel suono nome, Ra-fa-el, Ra sta per Sole, e fa per vibrazione: Sole-vibra-azione-Dio.
E’ il capo degli Angeli custodi, l’Angelo della Provvidenza che veglia su tutta l’umanità.
Viene spesso raffigurato insieme al giovane Tobia e al suo cane, che accompagna fedelmente come la guida sovrannaturale delle fiabe. E’ protettore dei pellegrini: più che dei viaggiatori in genere, infatti, si prende cura di chi è impegnato in un pellegrinaggio verso Dio. Viaggia col bastone ed i sandali, la borraccia dell’acqua e la bisaccia a tracolla.
E’ l’Arcangelo che dai tempi più antichi ha in custodia la facoltà di guarire.
Anche per i greci Mercurioera il Signore della Medicina: nelle raffigurazioni più antiche, egli tiene in mano una verga sulla quale si attorcigliano due serpenti. Il suo tocco aveva un immediato effetto risanante. Questo il significato occulto: la verga rappresenta la spina dorsale dell’uomo; i due serpenti sono Ida e Pingala (per l’Induismo); il punto da cui i serpenti partono, con le code che si toccano, è Kundalini, nel coccige, la sede dell’energia vitale. Attraverso sette spirali (i sette chakra) i due serpenti si fronteggiano in alto ma non si toccano.
Questo simbolo era così noto e venerato nell’antichità da giungere intatto fino ai nostri giorni ed è tuttora lo stemma con cui si fregia l’Ordine dei Medici e quello dei Farmacisti.
Prima ancora di essere venerato dai romani come Mercurio, o dai greci come Hermes, era ben noto come l’Ermete Trismegisto (tre volte Grande) a sua volta ereditato dai culti egizi ove ebbe nome Thot.
Toth fu venerato per millenni in Egitto, come il Dio della saggezza, della conoscenza, colui che insegnò agli uomini la scrittura e tutte le scienze. E’ a lui che si attribuisce la redazione della cosiddetta “Tavola Smeraldina” le leggi immutabili della Magia, tuttora insuperate.
Raphael è l’Arcangelo capo delle innumerevoli schiere di Angeli guaritori, forse i più vicini a noi. Il loro compito, la legge cosmica a cui obbediscono, è quella di dispensare l’energia risanante. Anche se la maggior parte degli esseri umani non li può vedere nè percepire, ottenebrata come è dalla densità della materia, essi sono una presenza costante di energia che stimola e accresce il livello spirituale.
Le vibrazioni di Rafael hanno un colore violetto, in tutte le sue sfumature. Questo colore deriva dalla mistura di rosso (Michael) e blu (Gabriel), e corrisponde al ruolo di Rafael quale collaboratore di Michael e Gabriel nella creazione del sangue rosso all’interno del corpo umano.
Secondo una leggenda l’Arcangelo Raphael ha donato agli uomini una pianta dalle virtù benefiche ed eccezionali.
Durante il Rinascimento era chiamata Arcangelica per la sua origine “celeste”
L’Angelica o Angelica archangelica, è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Umbrelliferae originaria sia dell’Europa settentrionale che dell’Asia, ed essa fiorisce in tarda estate. E’ sicuramente una delle piante officiali più conosciute, usata ancora oggi in fitoterapia e omeopatia.
Ildegarda di Bingen scrisse nel suo libro di rimedi curativi, un trattamento contro la febbre proprio a base di Angelica e i monaci benedettini nelle loro ricette a base di erbe e nelle composizioni dei loro famosi liquori ne fecero un largo impiego in diversi gin e vermut, nello Strega e nello Chartreuse.
I bambini dell’orfanotrofio “House of Flowers” di Kabul..Seguono la filosofia pedagogica di Maria Montessori, con un set di materiali e un approccio inesistenti nella scuola pubblica del Paese stravolto da 19 anni di conflitto, provando a costruire un futuro diverso
Seduti comodi sul tappeto o sulle sedie, accostate ai tavolini alla loro altezza, i bambini e le bambine della “House of Flowers” cantano la stessa canzoncina in quattro lingue diverse: dari e pashto, le due ufficiali dell’Afghanistan, ma anche inglese e tedesco. “E perché no? -dice la maestraFatima– Ne impariamo una anche in italiano”. Fatima seduta tra loro ripete le strofe e il ritornello ad alta voce. Insieme provano a ricomporre le frasi della canzone nei due diversi alfabeti, con lettere costruite da loro in legno o disegnate e dipinte su carta.
Alla “House of Flowers” i bambini sono gli unici orfani afghani a poter studiare seguendo la filosofia pedagogica di apprendimento che ha reso la Montessori famosa in tutto il mondo. Un set di materiali e un approccio inesistenti nella scuola pubblica afghana, che però devono obbligatoriamente frequentare. “House of Flowers” è stata fondata nel 2002 a Kabul, la capitale del Paese, da una organizzazione canadese di nome MEPO (Medical, Educational and Peace Organization). La coordinatrice, Allison Lide, per anni ha vissuto in Afghanistan, dopo aver studiato il metodo Montessori a Bergamo. È stata lei per diversi anni a formare le docenti afghane. Ma ormai da tempo sono autonome: le insegnanti, due su tre alunne della stessa Allison, si aggiornano in continuazione e hanno anche tradotto dall’inglese al dari e pashto i libri che lei aveva lasciato loro.
Fatima, dopo la fine del canto multilingue, precisa: “Purtroppo a Kabul le ore di scuola pubblica sono solo tre al giorno e vanno in turni diversi a secondo delle età”. Dopo quasi 19 anni dall’occupazione americana del 2001 e una guerra permanente coi Talebani che avevano limitato fortemente durante il loro dominio l’accesso all’educazione scolastica, molte scuole di Kabul e altrove non sono dotate di un numero sufficiente di aule e di insegnanti. Ogni classe dei cicli primario e secondario è formata da circa 40 studenti, con tre turni da tre ore. I bambini della scuola primaria studiano solo lingua, matematica e religione, mentre i più grandi sei materie (incluse scienza, geografia e studi sociali) spalmate in quelle poche ore. Questo sistema rende assai complicato l’apprendimento in classi affollate e con orari non adatti ai bambini. All’orfanotrofio “House of Flowers” le docenti del metodo Montessori completano con altre tre ore l’insegnamento monco della scuola pubblica, ma di fatto lo stravolgono ed arricchiscono. A loro il doppio compito di insegnare col metodo Montessori quello che troverebbero nei curricula ministeriali e la vera sfida: curare quest’infanzia spezzata dal conflitto senza fine. Nella serenità della classe sembra lontano il tempo di violenza che ognuno di loro ha vissuto.
Il principio di insegnamento montessoriano privilegia il lavoro manuale: è attraverso l’utilizzo delle mani (Montessori parla della “intelligenza delle mani”) che la sfera intellettuale si attiva. I bambini all’interno della “House of Flowers” sono lasciati liberi tra una lezione e l’altra per pensare e giocare, non hanno i rigidi
La maestra Fatima insegna la lingua tedesca, e questo è pensato specialmente per i bambini che un giorno potrebbero avere una chance in più, ma soprattutto perché “l’inglese è obbligatorio, una lingua straniera diversa apre ancora di più le loro menti. Ed è la lingua che io ho studiato e amato, voglio trasmetterla”.
Razia, una delle bambine orfane di “House of Flowers”, è oggi una delle insegnanti montessoriane. Anche lei, a quasi 18 anni ha dovuto lasciare l’orfanotrofio: mentre studiava per gli esami all’Università si è formata come insegnante Montessori. Ora ha 24 anni e continua a sentire casa quel luogo dove da bambina si è ritrovata senza famiglia. “Ho passato l’intera mia infanzia qui, ma non sapevo che ci sarei rimasta pure per la mia giovinezza e in età adulta, con un lavoro che mi rende felice”, esclama Razia. “Quello che provano i bambini l’ho vissuto sulla mia pelle. Alla scuola pubblica molti bimbi parlano di mamma e papà e tu ti senti smarrito. Ma anche grazie alla cura del metodo Montessori, ho superato e sono pronta ad abbracciare questi bambini ogni giorno”.
La terza insegnante, Basira, ha invece una storia più fortunata e ha fatto dei bambini orfani della “House of Flowers” i suoi figli. “Quando mi sono sposata, li ho invitati tutti al mio matrimonio”, racconta con un gran sorriso. “Per loro è stata una bellissima occasione di festa, siamo come le loro madri, come dei genitori, non potevano mancare al mio matrimonio”. I bambini per l’occasione hanno organizzato un gioco e disegnato, e si sono poi lasciati mascherare con l’henna tradizionale, che adorna invitati e invitate alle nozze afghane. Oltre al momento eccezionale di festa, i bambini trascorrono con le tre insegnanti diversi momenti di convivialità quotidiana: il pranzo, ma anche l’ora di pausa in giardino. Spesso si unisce anche la direttrice. Lei e una delle insegnanti portano alla “House of Flowers” anche i loro figli piccoli. Per Fatima e Basira, invece, la più grande soddisfazione è poter supportare economicamente la famiglia con il loro lavoro. Un circolo virtuoso beneficia gli orfani che apprendono e le donne che insegnano.
I bambini sono lasciati liberi tra una lezione e l’altra per pensare e giocare, non hanno i rigidi orari degli altri orfanotrofi del Paese
“La ricchezza di questo orfanotrofio e di molti altri è che ci sono tantissimi gruppi etnici diversi che rappresentano tutto l’Afghanistan”, dice la direttrice Jamila. “Alcuni dei bambini dalla provincia del Nuristan parlavano solo la loro lingua locale ed è stato qua che hanno imparato le due lingue ufficiali dell’Afghanistan, il dari e il pashto”, continua Fatima.
Questa miscela di hazara, pashto, tagiki, baluci, nur e altri permette alle insegnanti di lavorare sulla bellezza della diversità e sulla convivenza pacifica. Ed infine, le uscite in città, una decisione non indifferente sapendo che in ogni momento un’esplosione può rovinare non la giornata ma la vita intera. Le uscite fanno parte del metodo: prendere contatto e orientarsi nel mondo esterno, sentirsi parte di una comunità più grande che è la società, conoscere diritti e doveri.
Il Garden of Flowers, realtà unica e multietnica nel Paese ispirata alla pedagogista italiana, ha chiuso. Le insegnanti sono tornate a casa e hanno cancellato dal telefono i loro contatti occidentali. “Se non ci faranno riaprire abbiamo un Piano B” dicono: “Come tra il 1996 e il 2001 faremo scuola a casa”
Le Afghan dreamers, sono riuscite a lasciare il Paese.
Il team, composto da venti giovani donne tra i 12 e i 18 anni cresciute con la passione della robotica, è stato accolto a Cittàdel Messico, dopo essere fuggite da Herat.
La loro storia è diventata nota nel 2017, quando sono arrivate sul podio al campionato di robotica di Washington, nonostante le iniziali difficoltà a entrare negli Stati Uniti a causa del muslim ban.
l loro nome è Afghan Dreamers e sono un gruppo di ragazze accomunate dalla passione per la robotica che hanno fatto per la prima volta parlare di sé nel 2017, quando parteciparono ai campionati mondiali giovanili della robotica di Washington dopo aver superato non pochi ostacoli legati a permessi e visti.
Nei giorni scorsi, all’indomani della presa di Kabul da parte dei talebani e al loro repressivo ritorno al potere, le “sognatrici afghane” avevano lanciato un appello per riuscire a fuggire dal Paese e rifugiarsi in Canada, che ha promesso di accogliere 20mila rifugiati dall’Afghanistan. La disperata richiesta d’aiuto, appoggiata dall’appello siglato dall‘avvocatessa per i diritti umani Kimberly Montley e la presidente del Malala Fund Meghan Stone, aveva fatto il giro del mondo catalizzando l’attenzione dei media e dando ulteriore evidenza della grave crisi umanitaria che sta dilaniando l’Afghanistan, minando ancora più rovinosamente una già precaria condizione sociale.
Tra i benefattori che hanno permesso alla squadra di lasciare l’Afghanistan spicca il nome di Allyson Reneau, una madre di 11 figli originaria dell’Oklahoma che ha incontrato per la prima volta le ragazze al Summit Humans to Mars nel 2019 e che, da allora, ha sempre mantenuto i rapporti con loro. La donna si è battuta in prima per persona per il loro espatrio, collaborando con i funzionari locali e gli ambasciatori dei Paesi disposti ad accogliere i profughi in fuga dall’Afghanistan, oltre a un grande numero di volontari.
Le ragazze hanno già attirato l’attenzione di alcune prestigiose università statunitensi, che avrebbero predisposto alcune borse di studio per permettere loro di proseguire gli studi e continuare a dar forma al loro sogno
.“Per la prima volta nella loro vita, credo davvero che abbiano la libertà di scegliere e di essere artefici del proprio destino e del proprio futuro”, ha spiegato Reneau a Insider. “Per me è una sensazione liberatoria sapere che potranno andare da qualche parte e ricevere un’istruzione dove vogliono. Hanno lasciato tutto per inseguire i loro sogni ed essere libere e istruite”.
Il bagaglio di creazioni che le ha rese note include un robot a energia solare deputato alla semina dei campi e un raccattapalle automatico.
In piena pandemia per collaborare attivamente alla lotta contro il Covid-19, il team è sceso in campo ideando un respiratore ricavato da componenti di automobili dismesse.
Le studentesse afgane hanno costruito un prototipo di ventilatori con parti di auto prese dal motore di una Toyota Corolla e una trasmissione a catena di una motocicletta Honda.
Una storia che tiene alta l’attenzione sui diritti delle donne afghane e sulla necessità della loro protezione in un momento così disperato, che sta disintegrando anni di lotta per l’emancipazione che hanno portato a una pallida apertura al mondo dello studio e del lavoro per le cittadine di sesso femminile.
Così il premier Mario Draghi in apertura del G20 Conference on Women’s Empowerment, in corso a Santa Margherita Ligure. “Il G20 deve fare tutto il possibile – aggiunge Draghi – per garantire che le donne afghane mantengano le loro libertà e i loro diritti fondamentali, in particolare il diritto all’istruzione. Le conquiste raggiunte negli ultimi vent’anni devono essere preservate”. “Ogni perdita di talento femminile è una perdita per tutti noi“.
Shamsia Hassani è la prima artista di graffiti donna dell’Afghanistan. Attraverso le sue opere, Shamsia ritrae le donne afghane in una società dominante maschile
Ritrarre sui muri ritrae silhouette di donne avvolte nell’hijab mentre suonano, cantano, ballano, osservano la città, per ribadire il loro diritto di esprimersi come esseri umani. Sono senza labbra, forse perché non possono parlare ma riescono a dire tanto di quel mondo distrutto che le circonda.Shamsia Hassani attacca i talebani frontalmente, mostrando a tutti che cosa possono fare quelle temute donne che vogliono nascondere.
E’ questa l’espressione artistica che contraddistingue Shamsia Hassani, classe 1988, la prima street artist afgana. “Voglio colorare i brutti ricordi della guerra”, ha raccontato Hassani in un’intervista “e se coloro questi brutti ricordi, allora cancello la guerra dalla mente delle persone. Voglio rendere l’Afghanistan famoso per la sua arte, non per la sua guerra”.
La sua arte torna ad assumere ancor più rilevanza e potere di denuncia oggi della preoccupazione per la situazione delle donne in Afghanistan.
Le donne rappresentate da Shamsia Hassani emanano grazia e femminilità e non sono soggetti passivi. Esse sono personaggi eterei e sognanti che mostrano un ideale di donna ben lontana da quella promossa dai talebani. “Voglio dimostrare che le donne sono tornate nella società afghana con una forma nuova e più forte”, ha spiegato Hassani . “Non è la donna che sta a casa. È una donna nuova. Una donna piena di energia, che vuole ricominciare”. Una donna che speriamo non perda quelle libertà per cui ha duramente dovuto lottare negli ultimi 20 anni, prima del ritorno dei talebani in città
Samsia pprende l’arte dei murales da Chu, un artista del Regno Unito. . In seguito a questo workshop inizia la pratica della street art sui muri delle case nelle strade di Kabul. Adotta questa forma di arte perché le bombolette spray e gli stencil sono molto più economici delle forniture artistiche tradizionali.
Una delle sue opere sulle pareti del centro culturale della capitale è una donna che indossa un burka seduta sotto una scala. L’iscrizione sottostante recita “L’acqua può ritornare in un fiume arido, ma cosa succede al pesce morto?”. Conclude il suo lavoro rapidamente, in 15 minuti, per evitare molestie, e dichiara che il suo lavoro non è islamico. Sostiene che con il suo lavoro vuole opporsi all’oppressione delle donne afgane nella loro società.
Nella sua ultima opera, pubblicata pochi giorni fa ed intitolata “Death to Darkness”, il vaso con la “speranza” cade. Ma non è rotto. C’è ancora la possibilità di raccoglierlo. Ed è proprio quello che spera Shamsia Hassani, un’opera che è anche una preghiera d’aiuto per il suo popolo, per le donne affinché non rinuncino alla propria libertà.
Kabul, al centro dei nostri discorsi da qualche giorno, è piena dei suoi graffiti, e incitano a far fiorire una coscienza femminile, soprattutto in questo momento critico.
Il 15 agosto, sulla sua pagina facebook Shamsia Hassani scrive: “Forse perché i nostri desideri sono cresciuti in una pentola nera… Forse perché i nostri sogni sono cresciuti in un vaso nero…”
Forse perché tutti dovremmo ascoltare di più la voce delle donne afgane.
Forse tutti dovremmo ascoltare di più la voce di tante e tante donne in tutto il mondo , perchè moltissime troppe sono le violenze perpetrate nei loro confronti.
Forse tutti dovremmo ascoltare le voci e sono tantissime troppe di molti esseri umani ai quali vengono negate le libertà essenziali per esistere come tali.
Forse tutti dovremmo guardare anche nel nostro piccolo e omologato giardinetto e chiederci se veramente le libertà prioritarie per una vita dignitosa siamo rispettate.
Continuare a parlare delle donne in Afghanistan è per tutte le donne del mondo!
Dancing in the Mosque – un tweet di Homeira Qadery la donna che scrive da diversi anni per i bambini, le donne e la nuove generazione dell’Afghanistan.E lo fa da Kabul che significa che cè resistenza sotto la bandiera talebana.
La resistenza delle donne afghane nonostante la caduta di Kabul in mano ai talebani della giornalista Marjana Sadat.
Le donne afghane celebrano a Kabul con la bandiera nazionale il 102esimo giorno dell’Indipendenza dell’Afghanistan, il 19 agosto 2021 (afp).
Da Twitter alla strada, a Kabul ci sono tante voci che dicono ai fondamentalisti e alla comunità internazionale che non vogliono. tornare indietro, che siamo nel 2021 e non nel 2001
A Kabul è sbocciata una piccola, in termini numerici, ma tenace resistenza ai talebani animata da un gruppo di studentesse femministe.
Quando i talebani hanno occupato i palazzi del governo e poi anche l’università, è iniziata un’opposizione silenziosa e strenua ai talebani “fatta di piccoli gesti di solidarietà”. “Le ragazze hanno distribuito casa per casa i burqa alle donne, quelli delle lorononne perché da anni non li indossano, gli assorbenti perché a Kabul uscire di casa per una donna è diventato impossibile e si stanno impegnando per tutelare le studentesse più esposte che dalla capitale hanno fatto rientro in famiglie che vivonoalla periferia del Paese”.
Per le giovani afghane il dolore più grande è stata l’occupazione talebana dell’ateneo che “in questi anni è diventato molto internazionale perché tanti studenti hanno fatto esperienze all’estero e ora rischiano di tornare indietro di 20 anni. Ma dai messaggi che mi manda sento più ancora che il terrore la forza e la voglia di resistere”. “Cosa possamo fare per voi?”, in un whatsapp.
“Parlate più che potete, non ci lasciate soli”..
La giornalista di Tolo News intervista in diretta il portavoce talebano
la giornalistaBeheshta Arghand ha appena intervistato – in diretta perTOLO News (una delle voci più autorevoli sulla situazione afghana) – un portavoce che fa parte del team dei media dei talebani, Mawlawi Abdulhaq Hemad.
Nelle stesse ore, invece, la televisione di stato in lingua pashto ha trasmesso notiziari con simboli e messaggi dell’Emirato islamico dell’Afghanistan.
Secondo alcuni osservatori, Beheshta Arghand rappresenta «il volto del coraggio» e tutti si augurano che, dopo l’intervista, la donna possa essere effettivamente al sicuro. ..
La drammatica testimonianza è di Zarifa Ghafari, 27 anni, la sindaca più giovane dell’Afghanistan, nella provincia di Maidan Wardak, da sempre in prima linea per i diritti delle donne, che ha parlato con il New York Times.
Nominata sindaca nell’estate del 2018 dal presidente Ashraf Ghani, Ghafari è una delle poche donne ad aver mai ricoperto un incarico governativo nella città molto conservatrice di Maidan Shar.Non so su chi fare affidamento. Ma non mi fermerò ora, anche se verranno di nuovo a cercarmi. Non ho più paura di morire”
Non è la prima situazione di rischio nella quale Ghafari si sia mai trovata.Sono numerosi gli attentati da parte degli insorti islamisti ai quali Ghafari è già scampata da quando ha iniziato a combattere in prima linea per i diritti delle donne.
Frattanto,, riconquistato l’Afghanistan i talebani, nelle prime dichiarazioni ufficiali strizzano l’occhio alle donne assicurando che l’Emirato Islamico non vuole che siano delle vittime, al contrario le lusinga dicendo che dovrebbero far parte della struttura del nuovo governo a Kabul.
Ma Zarifa è tra i moltissimi che ritengono che la mossa dei miliziani sia solo un tentativo propagandistico di rassicurare il mondo e anzi si aspetta di essere «punita con la morte» per il suo impegno in politica.
Zakia Khudadadi, lottatrice di taekwondo, che sognava di essere la prima donna afghana alle Paralimpiadi (che inizieranno martedì 24) ma dopo la caduta di Kabul si sente intrappolata nel suo Paese: «Non lasciate che i talebani mi tolgano i diritti fondamentali».
Khalida Popal è un’istituzione dello sport mondiale, ma ora teme per la vita delle sue compagne. Fino al 2001, anno della caduta del primo regime talebano, le donne non potevano praticare sport o andare in bicicletta “dovremo bruciare le uniformi della squadra”. Queste le parole della capitana della prima nazionale di calcio femminile“Oggi telefonerò e dirò loro di bruciare o sbarazzarsi delle loro uniformi della squadra”, dice Popal a Reuters, riferendosi alle sue giocatrici. Negli anni il suo impegno ha portato alla nascita della prima federazione calcistica femminile, l’Afghan Football League
L’attivista e scrittrice afghana, che è stata eletta al Parlamento afghano dalla provincia di Farah, Malalai Joya difende con passione la lotta sua e delle donne nell’Afghanistan martoriato da 17 anni di guerra. L’occupazione straniera, dice, ha solo aumentato i nostri problemi. Oggi i terroristi sono più forti. Le bombe, gli attentati suicidi, gli attacchi di droni, le esecuzioni pubbliche, gli stupri di massa, i rapimenti e altre tragedie minacciano quotidianamente la vita del popolo afghano. Le donne afghane continuano a essere vittime dei fondamentalisti e dell’ignoranza, come prima dell’intervento occidentale. Devono perciò organizzarsi e liberarsi, devono lottare in prima persona per la propria libertà e diritti, proprio come fanno le donne kurde. «Non c’è democrazia, libertà e progresso se le donne non prendono coscienza e cominciano a lottare per i loro diritti politicamente», esorta Malalai.
I talebani si prendono i territori, ma non i cuori e le menti delle persone. Manizha Naderi, co-fondatrice di Women for afghan women
Il quotidiano The Guardian ha avviato una collaborazione con Rukhshana media, un collettivo di giornaliste donne in Afghanistan, per raccontare le loro storie e come questo le colpirà. “Non sono al sicuro perché sono una donna di 22 anni e so che i talebani stanno obbligando le famiglie a dare le proprie figlie in sposa ai combattenti. E non sono al sicuro anche perché sono una giornalista e so che i talebani verranno a cercare me e tutti i miei colleghi”.
Continuare a parlare delle donne in Afghanistan è per il futuro di tutte le donne del mondo!
Il futuro delle donne è in pericolo, il processo culturale che lentamente stava portando all’equiparazione dei sessi si è fermato. In poche ore sono state cancellate immagini di donne con sorrisi e gioielli: l’Afghanistan è tornata ad inizio millennio.
“Sono tutto ciò che i talebani odiano, se mi trovano mi ammazzano”.
Fatima, 22 anni, è la prima e finora unica femmina in Afghanistan a essere diventata una guida turistica, una di milioni di donne che con il ritorno dei talebani al potere vedono minacciate le libertà guadagnate negli ultimi 20 anni, al termine della guerra lanciata nel 2001 dagli Stati Uniti contro lo stesso movimento islamista.
“Le cose stavano migliorando qui, anche per le donne. Non avrei mai pensato che sarebbero potuti tornare, che avrebbero potuto influenzare la mia vita e i miei sogni costringendomi ad abbandonare tutto ciò che amo e per cui ho combattuto”, ha detto Fatima in un’intervista pubblicata sabato scorso, prima della caduta di Kabul, che ha spinto migliaia di afghani a raggiungere l’aeroporto per cercare di salire sugl iultimi voli in partenza dal paese.
Fatima, intervistata lo scorso marzo, ha detto che spera di poter lasciare il paese per raggiungere il Pakistan e di temere per la sorte dei propri genitori, rimasti a Herat. “Se scoprono che hanno allevato una figlia come me o li uccidono subito o ne fanno un bersaglio fino a quando non mi consegno”, ha detto.
Per la 22enne di etnia hazara, è stato difficile riuscire anche solo iniziare gli studi, superando le resistenze della sua stessa famiglia.
Ha detto di aver imparato l’alfabeto di nascosto a otto anni, portando le pecore a pascolare vicino a una scuola maschile. Successivamente ha potuto studiare grazie a una scuola d’inglese per rifugiati, entrando poi nella facoltà di giornalismo dell’università di Herat, per arrivare l’anno scorso a collaborare con due agenzie di viaggio dopo essersi fatta notare con un gruppo su Facebook in cui raccontava la città di Herat a chi la voleva visitare.
“Ho lottato contro la mia famiglia per far loro accettare che non mi sarei sposata a 14 anni come avevano fatto le mie sorelle e i miei fratelli, ma che avrei studiato, lavorato e aiutato altre ragazze ad emanciparsi”, ha detto nell’intervista.
Fatima ha chiesto alla famiglia di essere istruita.
Ascoltava la BBC alla radio per imparare l’inglese e, quando non disponeva dei fogli, scriveva con un bastoncino sulla sabbia. Ha deciso di intraprendere un percorso nettamente differente dalle donne della propria famiglia, costrette al matrimonio.
Tramite Facebook, si è inserita in gruppi che trattavano la storia dei vari luoghi, cominciando a raccontare le bellezze oltre, a quella guerra che tutti conoscevano, di Herat.
Il tour che come guida turistica ha offerto alle persone, è piaciuto talmente tanto, che è arrivato subito il passaparola.
Ciò che Fatima si è proposta di fare è proprio far conoscere alle donne la situazione dello loro paese.
“Ho litigato per anni con la mia famiglia prima di riuscire a farle accettare il mio lavoro. Per strada sono stata attaccata verbalmente e fisicamente: parolacce e lanci di pietre. Ma non ho mai perso di vista i miei sogni: fondare la prima agenzia turistica di sole donne, finanziare progetti per l’emancipazione femminile, diventare una giornalista e viaggiare per il mondo”, ha detto.
“Ora so che dovrò essere ancora più forte: mi sembra un incubo da cui non riesco a svegliarmi, ma voglio rimanere ottimista”.
Il 10 agosto Fatima ha pubblicato un lungo post su Instagram per congedarsi dai suoi follower. “Sono tornati – si legge – non potrò più mostravi le nostre meraviglie. Grazie a chi ha ascoltato la mia voce. Beati voi che non vivete in Afghanistan, che non dovete temere che un talebano vi ammazzi. Continuate a inseguire i vostri sogni e a viaggiare. Se rimarrò viva ci rivedremo alla fine di questo attacco, perché voglio credere che presto avremo la pace”.
Firmato: “Una donna afghana destinata a lottare”.
Zahra Joya,
Rukhshana,
Meena Keshwar Kamal
Salima Mazari,
Nahal e Mahvash
e molte molte altre… tutte le donne afgane…tutte le donne!
Perchè si continui a parlare di loro!
Perchè parlandone si svegliano le coscienze assopite !
Parliamone! Parliamone! Parliamone!
La difesa dei diritti umani riguarda l’umanità intera!
Samuel Loyd (1841 – 1911) è stato uno scacchista, compositore di scacchi e creatore di enigmi matematici statunitense.
Come compositore di problemi di scacchi ha raggiunto un livello tale da venir considerato come un’ icona in questo campo. Oltre ad una notevole originalità, i suoi problemi hanno a volte degli spunti umoristici, oppure la soluzione si svolge come una divertente storiella.
Loyd è famoso anche per aver inventato il popolare gioco del quindici e pubblicò un libro con centinaia di configurazioni originali, corredato da una storia fantasiosa sulle origini del tangram, famoso rompicapo.
La Cyclopedia of Puzzles, è una raccolta che contiene 5000 suoi problemi e rompicapi.
Il gioco della stella nascosta, ( hidden star) è uno dei suoi giochi matematici.
In questa immagine c’è una stella nascosta.
Sei capace di vederla?
Nel disegno si trova una stella a cinque punte.
La stella in realtà non è nascosta, è sotto i tuoi occhi. Concentrati sulla figura ed osservala con la mente libera e ricettiva. Alcune persone impiegano pochi minuti, altri alcune ore, per altri ancora è necessario qualche giorno, ma alla fine tutti trovano la stella.
Di solito è un’illuminazione improvvisa dopo un periodo più o meno lungo di ricerche senza successo. Da quel momento in poi la stella sarà tua e nessuno potrà più toglierla. Ogni volta che guarderai questo disegno la vedrai subito, con estrema chiarezza, per sempre.
Perciò quando avrai trovato la stella non ripassarla a penna, così potrai proporre questo gioco ai tuoi amici. E, mi raccomando, resisti alla tentazione di rivelare loro la soluzione.
Questo è il segreto della matematica: un problema che all’inizio sembra difficile e forse impossibile, dopo aver ricevuto l’illuminazione, diventa facilissimo si ricorda per tutta la vita.
Ma è importante non scoraggiarsi mai, non irritarsi e soprattutto arrivarci da soli.
E non può essere lo stesso atteggiamento con il quale affronti la vita?
A volte non ci si accorge di adagiarsi nella routine.
A volte un’esperienza ci appare come un problema insolvibile.
A volte un’esperienza può trasformare la fine in un inizio.
Si tratta di riconoscere chi siamo veramente e dove vogliamo andare.
Non ci sono fallimenti ma soltanto risultati.
Dipende quanto si è disposti a cambiare il punto di vista.
Nel 2022 ricorrerà il centenario della nascita di Margherita Hack, astrofisica, accademica e divulgatrice scientifica e Milano le dedicherà una statua che sarà la prima dedicata ad una donna sul suolo pubblico della città.
La Signora delle stelle avrà la sua statua a Milano.
La celebre astrofisica, accademica, divulgatrice scientifica e attivista italiana – scomparsa ormai otto anni fa – vedrà un’opera dedicata a sé in quanto “pioniera nel proprio campo, simbolo di riscatto in grado di ispirare intere generazioni e allo stesso tempo portatrice di valori universali e libera pensatrice anche al di fuori del campo delle materie STEM”
L’iniziativa è ideata e promossa da fondazione Deloitte, in coprogettazione con Casa degli Artisti ed è sostenuta dal comune di Milano.
Fondazione Deloitte, costituita nel febbraio 2016, risponde al desiderio di porsi in modo sempre più responsabile e attento di fronte alla società, a cui Deloitte sa di dovere molto e a cui vuole restituire valore, mettendo in campo le proprie risorse e competenze, oltre che instaurando un dialogo con le istituzioni e le realtà di eccellenza presenti sul territorio nazionale e non solo.
Da un’analisi fatta nel 2019 è risultato che a Milano su 121 monumenti nessuno era dedicato a una donna!
Il progetto di realizzazione dell’opera, che sarà inaugurata nella primavera del 2022, è gia’ partito.
Casa degli Artisti sta invitando una selezionata rosa di artiste italiane e internazionali a partecipare al concorso di idee e il progetto vincitore sarà selezionato da una giuria di esperte ed esperti nel corso del prossimo autunno. –
L’artista vincitrice sarà in residenza a Casa degli Artisti, che le fornirà il supporto necessario alla realizzazione dell’opera.
La scultura, infine, verrà donata al Comune di Milano e fondazione Deloitte si farà carico della manutenzione per gli anni a venire. “Questa amministrazione si è sempre impegnata, su diversi fronti, dall’arte alla scienza, dalla toponomastica allo sport , nel riconoscimento del multiforme talento femminile: un impegno che riguarda la storia, il presente e il futuro delle nostre comunita’”, ha commentato l’assessore alla cultura del Comune di Milano, Filippo Del Corno.
Momento significativo per la città che ha solo un’altra scultura dedicata a una donna, l’artista Rachele Bianchi, realizzata nel 2019.
“Sono certa che questo sia solo l’inizio di una lunga serie di azioni positive – ha concluso la consigliera comunale del Pd, Angelica Vasile, promotrice della mozione che chiedeva proprio l’intitolazione di statue a figure femminili in città, vista la loro assenza – perché una società più giusta ed equa passa anche dal riconoscimento del grande contributo delle donne alla scienza, all’arte, alla storia, alla letteratura, ed anche alla conquista della democrazia nel nostro paese”.