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Niente è per caso nel Cosmo: perchè la Luna si fa piena in Pesci ?

Niente è per caso nel Cosmo. Niente è per caso nei movimenti planetari.

Questa Luna che si fa piena nel segno di Pesci esalta ancora di più il significato della sua posizione.

Pesci è l’ultimo segno del percorso dello Zodiaco e simbolo del ciclo evolutivo compiuto dell’essere umano nella materia, che nelle acque universali persegue la ricerca dell’equilibrio tra mente e cuore, saggio e sognatore, a volte tra le stelle a volte nell’oscurità, alla ricerca di soluzioni spesso effimere nell’oltre .

Per uscirne purificato e rigenerato a iniziare con Ariete un altro giro di esperienze formative.

Nettuno , elemento Acqua, versa acqua di vita nell’oceano della materia e così illumina il mondo interiore umano. Tende allo scopo di condurre l’umanità alla consapevolezza di essere gruppo che si evolve attraverso un concetto di amore universale. Anche provocando quelle crisi di riorientamento che fanno passare l’individuo dal livello personale al livello collettivo.

Stanno per concludersi dei cicli karmici a livello globale e nei prossimi giorni saremo invitati a riflettere sui temi della morte/trasformazione e del distacco ,ad affrontare le emozioni contradittorie che si agitano nei nostri cuori e lasciar andare il superfluo.

Ad ogni fine corrisponde un nuovo inizio e questa luna amplia la capacità di vedere oltre le illusioni (Nettuno) nessuno può opporsi al cambiamento e alla morte di paradigmi obsoleti.

Saturno insegna l’importanza del distacco , liberiamoci finalmente dei pesi che ci rallentano per arrivare alla soglia del nuovo.

Mercurio il pianeta della Mente e della comunicazione inizia il suo moto retrogrado e invita a fare chiarezza sui nostri propositi

Quali insegnamenti desideriamo portare con noi e quali lezioni vogliamo ancora ripassare? E’ il momento di tirare le somme.

Questa Luna è in quadratura con Marte in Gemelli

Quando Marte sosta in Gemelli aumenta le tensioni tra le coppie di opposti Ma la tensione ha uno scopo molto positivo in quanto provoca in entrambe la parti una chiarezza sulla necessità del conflitto e quindi una visione condivisa della risoluzione.

Le parole e la comunicazione assumono un nuovo potere e possono essere usate sia positivamente che negativamente.

Non ci perdiamo nelle parole che ci vengono dette dal mondo, nella sfiducia che respiriamo in questo tempo così delicato dove il mondo sta cercando un nuovo assetto.

Questa Luna spinge alla consapevolezza del ruolo che ognuno ha nell’orientamento dell’umanità intera, ora più che mai impegnata a ristabilire i valori che la distiguono sul pianeta che ci ospita.

Guardiamo oltre il velo della Mente e agiamo con il cuore aprendoci a nuove esperienze per il bene comune, rifiutiamo l’ignoranza, le comode abitudini che limitano la nostra intuizione e le nostre capacità, i pensieri condizionanti distribuiti a piene mani dai media che ci spingono a mete obsolete.

Costruiamo il futuro in direzione dell’equinozio di autunno che segnerà l’inizio di una nuova stagione.

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La buona notizia del venerdì: sconfiggere lo smog e la deforestazione? Ci sono le lucciole!

GLI INSETTI LUMINOSI SCONFIGGONO LO SMOG IN CINA

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Da sempre catturano la curiosità di piccoli e grandi perché, grazie alla luce che emettono, riescono a creare un’illuminazione notturna davvero suggestiva. Stiamo parlando delle lucciole, uno degli insetti più unici al mondo ma anche più a rischio d’estinzione.

Anni fa in moltissime città, soprattutto in estate, era possibile ammirarle ma oggi a causa dell’inquinamento e la conseguente distruzione del loro habitat naturale, stanno pian piano scomparendo.

Come accade per esempio in Cina,dove si sta cercando di ripopolare i parchi con i coleotteri luminosi.

Uno dei primi in cui si sta sperimentando la creazione di una colonia si trova nella città di Wuhan, nella provincia di Hubei e da un anno a questa parte i risultati sembrano essere soddisfacenti.

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ll parco fa parte di una zona naturale più grande, la East Lake Peony Garden ed è suddiviso in diverse aree: c’è una zona di allevamento dove le lucciole si riproducono, un’altra in cui i visitatori possono camminare direttamente tra gli insetti e osservarli da lontano e infine, una dedicata alla scienza dove si studia il perché della loro luminescenza.

La rapida urbanizzazione cinese ha dato come risultato la scomparsa, in alcune zone, delle lucciole per questo il parco a Wuhan è molto visitato: per molti è l’unica occasione di vedere le lucciole che sono state importate dalla vicina Jiangxi.

Gli insetti stanno reagendo bene al nuovo habitat anche se ancora si sta lavorando per riuscire a garantire la vita delle larve durante il periodo in cui il parco rimane chiuso.

I lampiridi vengono fatti arrivare in barattoli da Ganzhou (nella provincia di Jiangxi), a circa 800 km dal parco. Poi, vengono liberati nelle cinque zone della riserva dove è possibile osservarli da vicino e osservarli.

Allevare le lucciole costa una decina di yuan, ovvero poco più di 1 euro per ciascun insetto.

Ma il parco è già diventato un business, con il lodevole obiettivo di conservare una specie oggi quasi del tutto scomparsa – soprattutto nei centri urbani – a causa dell’inquinamento e del riscaldamento globale.

Nel bosco i bambini, coinvolti in diverse attività dedicate allo studio degli animali, possono entrare in contatto con gli insetti, gli unici in gradi di regalare questo spettacolo notturno

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Photo: Hubei Province

Appena calano le ombre della sera, nel villaggio di Nanacamilpa, a 70 chilometri da Città del Messico, file ordinate e silenziose di turisti giunti da ogni parte del mondo si dirigono verso la foresta di Santa Clara. Qui migliaia di lucciole accendono la notte buia ogni estate illuminandosi a intermittenza all’unisono. Gli abitanti della zona hanno tutti storie da raccontare legate a questi insetti ma non pensavano che sarebbero diventati così importanti per l’economia del posto e per l’ambiente.

Da quando il bosco è diventato uno dei due santuari delle lucciole riconosciuti al mondo (l’altro è in Nuova Zelanda), la deforestazione è diminuita del 60-70% e i 630 ettari di foresta vengono salvaguardati.  –

Waitomo Glowworm Caves: le grotte illuminate dalle lucciole in Nuova Zelanda

Le lucciole (o luciole) sono dei coleotteri appartenenti alla famiglia delle Lampyridae.

La luce emessa da questi insetti serve per la riproduzione: maschi e femmine si “chiamano”, si attirano nel buio per accoppiarsi. Il periodo di accoppiamento avviene nei mesi di giugno e luglio, di solito tra le 22 e mezzanotte. . 

Quello che permette a questa specie di insetti di illuminarsi è un fenomeno chiamato bioluminescenza, ossia un processo chimico complicato grazie al quale alcune molecole si muovono velocissime e producono un’energia che a sua volta si trasforma in luce
Le lucciole non sono gli unici esseri viventi a produrre luce. Fanno loro compagnia: alcuni tipi di larve, di vermi, alcune specie marine come i calamari, i gamberetti, le meduse e anche alcuni pesci.

Perché le lucciole fanno luce? – FocusJunior.it

Fonti:

La romantica magia delle lucciole

http://www.repubblica.it/ambiente/2016/08/02/news/in_messico_la_magia_delle_lucciole_sta_salvando_dalla_deforestazione-144981891/?ref=fbpr

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La buona notizia del venerdì: Vietato usare i cellulari al parco!

In provincia di Palermo ha aperto i battenti il primo parco giochi italiano inclusivo e social free, dove sono messi al bando cellulari e dispositivi elettronici come i tablet! Un luogo unico che invita a divertirsi e ad essere più sociali e meno social

Riponi qui il tuo smarphone e dedica del tempo ai tuoi bimbi” si legge in un cartello sopra gli armadietti, dove bisogna lasciare i cellulari per entrare al parco. Un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria che fa del nuovo parco giochi di Balestrate(in provincia di Palermo) un luogo unico.

In quest’area coloratissima, appena inaugurata, ci si diverte giocando, saltando e chiacchierando.

C’è spazio per le risate e le corse, ma non per gli smartphone, che spesso non ci fanno godere a pieno i momenti di svago con i nostri bambini.

Il nuovo parco giochi, progetto promosso dall’associazione Genitori balestratesi e realizzato in collaborazione con l’amministrazione comunale, sorge in un’area di mille metri appartenente alla scuola elementare Aldo Moro ed è recintata.

Per realizzare questo parco urbano social free, con altalene e scivoli, nel corso di 5 anni sono stati raccolti 30mila euro, donati da cittadini e negozi di Balestrate.

Questo parco  nasce con l’obiettivo di lanciare un segnale, a genitori e bambini, di attenzione e cura dei beni pubblici. – spiega l’ideatore Riccardo Vescovo – Non usare social e smartphone significa riflettere sull’importanza della realtà che ci circonda, riscoprire i valori autentici della vita. Un invito a essere più sociali e meno social.

Il parco, inaugurato lo scorso martedì, si è già rivelato un vero successo. Sono centinaia i visitatori ogni giorno.

Per bambini e genitori è una grande novità – commenta Piera Testaverde, presidente dell’associazione Genitori balestratesi – I piccoli sono molto attenti a seguire il divieto, anche gli adulti trovano piacevole staccare la spinta per qualche ora. Abbiamo inserito anche dei giochi di una volta per favorire a nonni e bambini di stare insieme.

(15) Un parco giochi vietato ai social per Balestrate | Facebook

E’ vero che i cellulari e altri ” imbrogli”, diceva mia nonna, hanno reso possibile la comunicazione immediata a distanze impensabili , e a vedere contemporaneamente luoghi e persone senza muoversi dalla nostra comoda poltrona

Ma ciò che unisce dei potenti mezzi social anche divide.

E più che una comoda abitudine diventa una dipendenza.

Si crea un filtro inconscio tra noi e la realtà circostante , la realtà è

quella virtuale. Si tratta sempre della giusta misura nell’uso.

E allora perchè non dare l’esempio?

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Perchè siam donne: Quattro scienziate-sub nel mare di Capri per riparare i danni dei pescatori di frodo

Le foreste ferite di Capri vivono sotto il mare.

Sono l’habitat ideale per moltissimi organismi viventi, come i pesci, che ci depongono le uova; e come gli alberi di una foresta tropicale sono capaci di produrre ossigeno e abbattere l’anidride carbonica. Fronde marine composte da un’alga bruna tipica del Mediterraneo, la Cystoseira, che potrebbe crescere rigogliosa ma che a Capri, sotto i Faraglioni, è stata annientata dallo scempio dell’uomo.

I pescatori di frodo di datteri, per estrarre dalla roccia calcarea i prelibati frutti di mare, hanno spazzato via con i martelli pneumatici ogni forma di vita, alghe comprese. Senza di queste, in un ambiente così desertificato, addio anche a pesci e ad altri organismi.

Ma se un giorno queste alghe, preziose custodi della biodiversità, ricominceranno a crescere il merito sarà di quattro ricercatrici dell’Università di Trieste. che, da maggio e per un anno, sono impegnate in una operazione di restauro ecologico dei fondali marini dell’isola.

Con muta e bombole le ricercatrici si immergono fino a 50 metri di profondità, all’ombra degli spettacolari scogli che spuntano dal mare come Ciclopi, per prelevare i campioni di acqua in superficie e in profondità. Lo scopo è individuare i danni e i siti più idonei dove intervenire.

Le ricercatrici sono tutte subacquee. «Necessariamente, — dice Annalisa Falace, 55 anni, docente di Algologia all’Università di Trieste e a capo del progetto —. Per raccogliere campioni di alghe non c’è altro modo». La squadra, collaudatissima e composta da studiose italiane e croate — con Annalisa, la biologa Sara Kaleb e le dottorande Marina Srijemsi e Martina Grigoletto —, sta lavorando al ripopolamento della foresta marina come farebbe un gruppo di agricoltori in una serra.

«Con la differenza che sulla Terra coltiviamo dal Neolitico, sott’acqua iniziamo ora», puntualizza Annalisa. L’originalità del metodo, sviluppato nell’ambito del progetto europeo ROC-POPLife, sta nella produzione in acquari di nuove «plantule» da reintrodurre in ambiente marino, senza danneggiare i siti donatori.

«In acqua cerchiamo le alghe in buone condizioni, ne prendiamo un pezzo con gli elementi riproduttivi, lo portiamo in laboratorio e lo replichiamo con le colture. Le nuove piantine poi tornano in mare, crescono e dopo un anno diventano fertili e producono nuove piante — spiega Annalisa—. Risultati? Con la stessa tecnica ho ricolonizzato in tre anni un chilometro di costa nelle aree protette delle Cinque Terre e di Miramare».

Con lei, da 20 anni, lavora la biologa Sara Kaleb, 41 anni, croata di nascita:”Insieme abbiamo costruito il laboratorio di Algologia di Trieste e siamo il cuore di un team non a caso tutto femminile . Siamo idealiste. Non abbiamo le classiche ambizioni del contesto accademico, tipicamente maschile, ma il sogno di ripristinare quello che c’era per consegnare qualcosa di migliore».

Una passione nata da bambina quando, a cinque anni, Annalisa Falace legge un libro il cui protagonista è un algologo di Capri. «Me ne sono innamorata perdutamente — racconta adesso —. Mamma era maestra e ho iniziato a leggere presto. In fondo c’era la classificazione delle alghe e l’ho imparata a memoria. Più tardi, al liceo, in gita a Trieste con mio padre, vidi una targa al Castello di Miramare con riportato il nome di “Guido Bressan, algologo”. Era domenica, lo chiamai a casa sua. Ci diede appuntamento in un caffè di Trieste… Anni dopo, è diventato il mio professore».

Le scienziate-sub che piantano alghe nel mare di Capri: «Così torna la vita»- Corriere.it

Gli esemplari di alga Cystoseira appartenenti a questa specie, insieme a quelli di molte altre specie del genere , sono particolarmente sensibili all’inquinamento e pertanto scompaiono facilmente dove vi siano alterazioni dell’ambiente marino. Sono soprattutto sensibili ad agenti inquinanti che si trovano in superficie come idrocarburi e detersivi tensioattivi.

Per questo motivo il loro monitoraggio fornisce indicazioni sullo stato dell’ambiente circostante.

Cystoseira mediterranea una specie tipicamente mediterranea che si trova lungo le coste rocciose.

In generale questa specie è presente in acque del Mar Mediterraneo Occidentale e nella fascia centrale. È stata osservata in Spagna e alle Baleari, in Grecia, Turchia e a Cipro. Lungo le Coste Nordafricane è stata osservata in Marocco, Algeria,Tunisia ed Egitto. In Italia è segnalata nel mare meridionale. Tirreno Centro Meridionale e Mare Ionio (Sardegna, Golfo di Napoli, Coste Siciliane).

Fonte Wikipedia

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Gattini su Facebook? Ma speciali che hanno almeno duemila anni!

 

🐈Sì, se il gattino in questione è dipinto su una parete dell’Insula delle Muse, una delle Case Decorate di Ostia antica.

Si trova precisamente in uno dei due piccoli corridoi (detti “alae”) che fiancheggiavano l’ambiente più grande e più importante della casa, il tablinum.

La parete di questo corridoio in età adrianea (117-134 d.C.) fu affrescata con una serie di pilastri gialli che incorniciano dei pannelli a fondo bianco: in essi si inserisce di volta in volta un animale diverso: oltre al gatto infatti si trovano raffigurate anche capre e altri animali.

Il Teatro che ancora oggigiorno viene usato per spettacoli estivi

Il cuore dell’attività economica di Ostia era un’area, coperta da portici, nota come 𝗣𝗶𝗮𝘇𝘇𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗖𝗼𝗿𝗽𝗼𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 e faceva parte del complesso costruito da Agrippa negli anni ’20 a.C.👉🏻

Fu durante il regno di Domiziano che fu costruito un tempietto sull’asse principale della piazza, con il teatro e il colonnato ricostruiti da Commodo. La maggior parte dei mosaici della fine del II secolo sono ancora al loro posto e ciò che è notevole sulla loro conservazione sono le informazioni che ci danno degli uomini d’affari che vi lavoravano: dagli spedizionieri provenienti da varie parti del mondo conosciuto, dalle città dell’Africa, della Sardegna e della Gallia.

Le iscrizioni lasciate ci danno un’idea di coloro che hanno fatto parte della storia di Ostia, individui provenienti dall’Egitto, dalla Spagna, ecc. Anche se il loro soggiorno a Ostia è stato breve, le prove della loro esistenza sopravvivono, molti molti anni dopo.

Un esempio di bottega a Ostia Antica

Mosaici di animali

Parco Archeologico di Ostia Antica

E’ il migliore esempio a portata di mano per conoscere i criteri di architettura dei romani e della distribuzione delle attività in una città romana. Le abitazioni, le botteghe, le terme, le vie di comunicazione e il teatro danno una idea di come vivevano gli antichi romani.

Consigliatissimo per una gita educativa all’aria aperta.

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La buona notizia del venerdì: anche se a prima vista non sembra è un originale ed efficace forma di riciclo

Per quarant’anni hanno trasportato gli abitanti e i turisti di New York City su e giù per la città.

Ora, decine di vecchi vagoni della metropolitana newyorchese vengono gettati nell’oceano Atlantico per diventare rifugio per i pesci, oltre che una buona occasione per lo sviluppo della pesca sulla costa orientale degli Stati Uniti.
L’originale forma di riciclo è sperimentata già da qualche anno, e i buoni risultati spingono sempre più stati americani a chiedere alla Mta (la Metropolitan Transportation Authority di New York, proprietaria dei vagoni) di acquistare qualche mezzo dei 1662 in disuso e altrimenti destinati alla pressa dello sfasciacarrozze.

Dopo il Delaware – che ha sperimentato un aumento del 400% della popolazione marina – e il New Jersey, pochi giorni fa è stata la volta del Maryland, dove 44 vagoni sono stati gettati a 30 metri di profondità nelle acque dell’oceano e a circa una trentina di km dalla costa.

Privati delle finestre, delle porte e di ogni componente potenzialmente inquinante, i vagoni diventano un’ottima attrattiva per i pesci, altrimenti poco presenti nei fondali sabbiosi della costa, che li scelgono come grotte artificiali per riprodursi e proteggersi dai predatori.

E i pesci, a loro volta, diventano un’interessante opportunità di crescita per gli affari dei pescatori.
In realtà, il reef artificiale viene difeso anche da gruppi ambientalisti che denunciano l’eccessivo sfruttamento della popolazione marina e vedono nei vagoni sottomarini una soluzione possibile, seppur parziale, al problema.

Il processo di creazione di barriere artificiali è stato di grande aiuto per ripristinare le aree danneggiate dalle attività umane.

Gli ingegneri hanno già affondato una portaerei per trasformarla in un ecosistema di barriera corallina.

In un mondo ideale, non avremmo bisogno di fare questo, perché non avremmo danneggiato il fondo dell’oceano.

Tuttavia, misure di questo tipo possono effettivamente aiutare a riparare la distruzione del fondale marino.

E, naturalmente, rende la cessione di parti di trasporto pubblico molto più facile.

Chissà se grazie a questo nuovo ecologico utilizzo, fra qualche tempo non si troveranno nei fondali marini – e in modo del tutto lecito – anche le automobili.

Foto mostrano i vagoni della metropolitana di New York che vengono scaricati nell’oceano – (pianetablunews.it)

New York, nuova vita in fondo all’Oceano per i vecchi vagoni della metro – Il Sole 24 ORE

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Perchè siam donne: Helen in prigione per aver indossato i pantaloni

Non molti conoscono il nome di Helen Hulick (1908-1989), un’educatrice statunitense che applicò terapie innovative e, per l’epoca, rivoluzionarie, nell’insegnamento rivolto ai bambini con problemi di udito e linguaggio.

Tuttavia, i giornali americani parlarono molto di lei per un episodio che, pur dimostrando il suo carattere anticonformista, non aveva nulla a che vedere con il suo lavoro di educatrice.

Tutto ha inizio il 9 novembre del 1938, giorno in cui la ventottenne Helen Hulick viene convocata presso il tribunale di Los Angeles come testimone, dopo aver subito un furto con scasso in casa propria.

Se di lì a poco Helen finisce sul Los Angeles Times, però, non è perché le sue parole siano riuscite ad aiutare la giustizia, né perché sia stato identificato il responsabile della rapina, tutt’altro: protagonisti della vicenda mediatica che la riguarda diventano nientemeno che i suoi pantaloni.

L’educatrice dell’infanzia originaria della Pennsylvania, infatti, si presenta davanti alla corte in una tenuta che è solita indossare anche fra i banchi di scuola, luogo in cui si è già distinta per i suoi meriti.

Nel notare il suo abbigliamento, tuttavia, il giudice responsabile del suo caso, tale Arthur S. Guerin, resta turbato e decide di sospendere l’udienza, intimando a Helen Louise Hulick Beebe – questo il suo nome all’anagrafe – di tornare in aula cinque giorni dopo con abiti più consoni.

Eppure, il 14 novembre, Helen mantiene la promessa già fatta al giornale locale, a cui aveva dichiarato: “Dite al giudice che farò valere i miei diritti. Se mi ordina di mettermi un vestito, non lo farò. Mi piacciono i pantaloni. Sono comodi”.

La reazione di Guerin non tarda allora ad arrivare. “L’ultima volta che si è presentata in questa Corte, vestita come oggi e inclinando la testa all’indietro, ha attirato più attenzione da spettatori, prigionieri e presenti in tribunale che lo stesso processo”, dichiara infatti ad alta voce. E prosegue: “Le era stato richiesto di tornare con un abbigliamento consono per il processo. Oggi è tornata con i pantaloni, sfidando apertamente la Corte e il suo dovere di condurre il processo in maniera ordinata. Questo è il momento di prendere una decisione al riguardo, e la Corte ha il potere di mantenere quella che considera una condotta esemplare”.

Di conseguenza, conclude Guerin, “la Corte le ordina di tornare domani con un abito accettabile. Se insiste nell’indossare i pantaloni, le verrà impedito di testimoniare perché ciò ostacolerebbe la procedura giudiziale. Ma si prepari a essere punita secondo le leggi di questa Corte”.

Ma neanche questo secondo avvertimento scoraggia Helen, che per ottenere maggiore protezione anche sul piano legale chiede il sostegno dell’avvocato William Katz – il quale davanti alla corte aveva già dimostrato grazie a quattro volumi di sentenze la liceità dell’educatrice di portare i pantaloni, senza ottenere comunque il benestare del giudice.

“Indosso pantaloni da quando ho quindici anni e possiedo solo un abito elegante nel mio armadio”, spiega allora Helen al suo legale. “Tornerò in pantaloni e, nel caso in cui mi metta in prigione, spero che il mio gesto serva a liberare per sempre le donne da questo divieto di indossarli”.

L’indomani, quindi, la testimone mantiene la propria linea di condotta e viene condannata da Guerin a scontare cinque giorni di carcere e a indossare di conseguenza la divisa delle detenute, ovvero un vestitino di jeans.

Nel frattempo, però, il suo avvocato fa leva sulle lettere di protesta ricevute dal tribunale per rivolgersi alla Corte d’Appello, ottenendo da quest’ultima il permesso ufficiale per la sua cliente e per tutte le altre donne degli Stati Uniti di indossare i pantaloni nel corso di un processo.

Si tratta di un passo avanti non indifferente nel processo di emancipazione femminile, mosso non da ultimo da motivi igienici, e che fra l’altro si verifica mentre è già scoppiata la seconda guerra mondiale.

Quanto al furto subito da Helen la seduta in cui si ascolta la testimonianza della donna viene intanto posticipata al 17 gennaio 1939, data in cui l’educatrice appare davanti al giudice con “un abito più femminile”, a dimostrazione del fatto che una simile etichetta non vuol dire poi granché e che a contare è, piuttosto, la libertà di ogni donna di scegliere liberamente cosa indossare in qualunque circostanza.

Del resto nella storia della moda la donna per poter indossare liberamente i pantaloni è arrivata solo alla fine dell’800.
Infatti con i primi movimenti di emancipazione le donne iniziarono a indossare i pantaloni e ad andare in bicicletta.
Amelia Bloomer fu la prima a destare scandalo indossandoli a metà ‘800. Per la società dell’epoca era scandaloso indossarli, anche se Amelia li portava in stile orientale stretti alla caviglia e ampi e coperti da un abito al ginocchio. La leggendaria attrice Sarah Bernhardt li indossò sul palco i primi del ‘900 e la scrittrice francese Colette si mostrò in pantaloni per il lancio del suo romanzo Claudine.

Helen Hulick: la donna che finì in carcere per un paio di pantaloni (socialup.it)

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La buona notizia del venerdì: Anche gli alberi comunicano attraverso una Rete e da almeno 500 milioni di anni

Il Wood Wide Web è un’antica rete di comunicazione delle piante, una sorta di social network sotterraneo che ha più di 500 milioni di anni.

«Sottoterra c’è un altro mondo un mondo d’infinite vie biologiche, che connettono gli alberi, permettono loro di comunicare e fanno sì che la foresta possa comportarsi come un unico organismo. Può ricondursi a una sorta d’intelligenza».

Scoperto per la prima volta nel 1990 da Susanne Simard il Wood Wide Web venne identificato come una fitta rete di funghi e microrganismi che garantisce la comunicazione tra le piante dell’ecosistema nonché lo scambio di nutrienti e di informazioni.

Infatti attraverso questa rete, le piante sono in grado di scambiare sostanze nutritive, zuccheri ed acqua e di inviare segnali chimici ad altre piante nel caso in cui queste siano infestate o attaccate.

La comunicazione tra le piante dell’ecosistema è mediata dai cosiddetti alberi hub, anche detti alberi madre. Si tratta di alberi più grandi che rappresentano il centro di controllo della rete di comunicazione.

Nel 2018 uno studio dell’Università di Leeds, Regno Unito si concentra proprio su quest’aspetto: la condivisione di informazioni.

Gli alberi comunicano tra loro e scambiano materiale, attraverso questa rete di comunicazione paragonabile quasi alla rete internet utilizzata dagli esseri umani.

Sono state individuate due tipologie di rete di comunicazione: micorriza arbuscolare ed ectomicorriza.

La prima è una particolare tipologia di simbiosi tra il fungo e la pianta superiore. Essa è localizzata principalmente nelle radici della pianta e da lì si espande in tutto il terreno. Si tratta di una simbiosi dominante negli ambienti più caldi come le foreste tropicali. Alcuni esempi di alberi caratterizzati da questo tipo di simbiosi sono l’acero e il cedro.

L’ectomicorriza invece è una sottospecie di micorriza stabilita tra il fungo e le piante ad alto fusto, localizzata sempre a livello delle radici. Tale simbiosi domina invece gli ecosistemi più freddi come il Nord America e l’Europa

Entrambe le reti di comunicazione sono quindi influenzate dal cambiamento della temperatura, per cui il Wood Wide Web subisce inesorabilmente gli effetti della crisi climatica.

Alcuni studiosi ritengono infatti che un aumento generale delle temperature, favorisca un maggiore sviluppo della micorriza arbuscolare, che abbiamo detto svilupparsi maggiormente in ambienti più caldi.

Tuttavia questa è in grado di rimuovere rapidamente la materia organica rilasciando CO2 nell’ ambiente che trattiene il calore e accelera gli effetti del riscaldamento globale.

Altri studiosi invece ritengono che il Wood Wide Web renda gli alberi più resistenti ai cambiamenti climatici.

Resta il fatto che, attraverso questo sistema di connessione, gli alberi sono interconnessi tra loro e abbattendone anche solo uno arrechiamo un danno all’intero ecosistema.

Gli alberi comunicano tra loro e hanno anche una marca in più: riconoscono i propri ‘parenti‘.

L’albero madre sa riconoscere i propri ‘figli’ e attraverso una rete di comunicazione sotterranea riesce a mantenere un contatto importante, un fenomeno che non avviene nei confronti degli alberi ‘estranei’.

Gli alberi madre sono in grado di ridurre le proprie radici per fare spazio ai figli. L’albero madre, ad esempio, sa inviare alle piantine vicine carbonio e segnali di difesa che servono ad aumentare la loro resistenza.

È proprio come se gli alberi parlassero tra loro” – afferma l’esperta nel suo discorso. La comunicazione tra gli alberi avviene anche attraverso l’azione di microrganismi e grazie al micelio dei funghi, molti dei quali devono ancora essere studiati. In particolare, i miceli vengono considerati l’internet naturale della Terra.

Il micelio è l’apparato vegetativo dei funghi ed è formato da un intreccio di filamenti detti ife, tubuli in cui scorre il protoplasma.

Insomma, gli alberi ci stupiscono ancora una volta e le motivazioni per proteggerli sono sempre più importanti dato che i giganti verdi sono i polmoni del Pianeta e possono salvarci dalle conseguenze negative dei cambiamenti climatici.

Wood Wide Web: l’affascinante e antichissimo “internet” di alberi e piante – greenMe

Gli alberi comunicano tra loro e riconoscono i propri simili (VIDEO) – greenMe

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Perchè siam donne: Bertha Benz, prima donna a guidare l’automobile ” Modello III “

L’invenzione dell’automobile fu tra le scoperte tecnologiche più importanti della fine del XIX secolo, per gli enormi vantaggi e cambiamenti che avrebbe apportato nella cultura della società moderna. Numerosi ingegneri tedeschi, inglesi, italiani, cercarono di realizzare un prototipo di carrozza, mediante l’uso di un motore a scoppio.

Ma se la creazione dell’automobile si deve al genere maschile, è altrettanto giusto dire che la persona che rese celebre tale invenzione, che compì il primo viaggio su lunga distanza e cercò di migliorarne le sue funzionalità, fu una donna.

Bertha Benz moglie di Carl Benz fondatore della Mercedes-Benz.

Bertha nacque il 3 maggio1849 da una facoltosa famiglia di Pforzheim nel Granducato di Baden.

Conobbe Karl Benz durante un’escursione organizzata dal club “Eintracht”, quando lui, che all’epoca era un ingegnere senza un soldo, sali’ sulla carrozza di Bertha e della madre e iniziò ad esporre le sue idee riguardo a delle carrozze che si muovevano “senza cavalli”.

Bertha si impuntò nel suo volere di sposarlo, tanto che ancora prima del loro matrimonio, avvenuto nel 1872, per quasi due anni investì la sua dote nella compagnia di Benz. Fu proprio grazie al fatto che fosse una donna non sposata che le diede il diritto di farlo: una volta sposata, infatti, secondo la legge tedesca dell’epoca, una donna perdeva ogni diritto di agire come investitore.

Karl finì il proprio lavoro sul primo modello di quella che oggi chiamiamo automobile nel dicembre 1885.

Bertha contribuì moltissimo nel design della “Motorwagen”, ad esempio isolando i fili e inventando i pedali di freno di pelle a supporto di quelli in legno, nel caso questi non bastassero. Inoltre, identificò moltissime aree di miglioramento, come ad esempio l’alimentazione di benzina, che in seguito Karl migliorò. Il fatto che fosse una donna sposata le impedì di ottenere brevetti sulle proprio invenzioni, che di fatto vennero quindi attribuite a Karl.

Oltre a questi contributi, non si può non menzionare il continuo supporto finanziario e morale che Bertha diede al marito.

l 29 gennaio 1886, dopo anni di duro lavoro, Karl Benz registrò il brevetto per la prima automobile. Eppure, nessuno sembrava interessato all’acquisto. Per Karl cominciò un periodo di sconforto e depressione, e per Bertha questa fu la spinta ad intraprendere, il 5 agosto 1888, il primo viaggio in automobile della storia.

Berta, allora trentanovenne, venne accompagnata dai due figli Eugen e Richard, che all’epoca avevano quindici e tredici anni rispettivamente, in un viaggio di circa 106 km (66 miglia) da Mannheim a Pforzheim ,ufficialmente per “andare a trovare sua madre”.

Lo scopo reale del viaggio era la pubblicizzazione dell’automobile inventata da Benz, e la dimostrazione che la macchina nei quali entrambi avevano investito e sognato tanto, era effettivamente un mezzo di trasporto conveniente e promettente per il grande pubblico. Con tale prova, Bertha voleva re-infondere coraggio al marito e dimostrargli che il mancato successo era solo dovuto a una cattiva pubblicità del mezzo.

Bertha prese l’automobile “Modello III” senza dir nulla al marito, rubandogli la “patente di guida” (che all’epoca era solo un foglietto firmato dal Granduca di Baden che autorizzava Karl a utilizzare il suo veicolo sulle strade del Granducato) e partendo con i due figli all’alba, spingendo l’auto per i primi centinaia di metri per evitare che il rumore potesse svegliare il marito e fargli capire cosa stavano facendo.

Il viaggio fu tutt’altro che confortevole: più di 100 km di strade non asfaltate, pensate per carrozze trainate da cavalli al più, senza indicazioni stradali e senza rifornimenti di benzina. Per quello, Bertha dovette fermarsi spesso a comprare l’etere di petrolio, un solvente petrolifero che serviva per far funzionare il motore (la capacità di rifornimento di questo primo modello di auto era, tra l’altro, di soli 4,5 L). Questo solvente era disponibile nelle farmacie, e la prima tappa usata per fare rifornimento fu la farmacia della città di Wiesloch che e’ tutt’oggi considerata la prima “stazione di rifornimento” del mondo.

Durante il viaggio, ebbe modo di constatare e annotare ciò che aveva bisogno di miglioramenti.Lei stessa trovò accorgimenti per superare i disagi dovuti a piccoli incidenti di percorso: ad esempio, dovette sbloccare l’alimentazione della benzina con il fermaglio del suo cappello e usare la propria giarrettiera come materiale isolante.

Un maniscalco la aiutò a riparare una catena, e quando i freni a legno iniziarono a cedere, Bertha si fermò da un ciabattino per sostituirli con dei freni in pelle. Il sistema di refrigerazione a evaporazione causò non pochi problemi, tanto che il trio dovette provvedere al rifornimento di acqua per questo sistema ad ogni fermata che venne fatta. soli due cambi che la macchina aveva a disposizione non erano sufficienti per affrontare le salite, dunque i figli dovettero spesso spingere la macchina sui dislivelli.

Quando arrivarono dalla madre era sera, e Bertha mando’ un telegramma al marito per informarlo del successo del viaggio. Tornò a Mannheim qualche giorno dopo, facendo una strada diversa da quella di andata.

Il viaggio attirò moltissima attenzione: sia in Germania che in tutto il mondo i giornali pubblicarono la storia di questo viaggio, facendo sì che l’auto venisse effettivamente vista come un mezzo di trasporto che poteva competere con treni e cavalli (all’epoca, gli unici due mezzi di trasporto che garantivano una connessione tra città a centinaia di km di distanza entro qualche decina di ore).

Inoltre, dopo il viaggio Bertha riportò a Karl tutti i problemi avuti per poter implementare i miglioramenti necessari, ad esempio l’introduzione di un ulteriore cambio, più corto, per affrontare le salite, o freni in pelle per migliorare la potenza di frenata.

Nel 2008, la Berttha Benz Memorial Route è stata ufficialmente riconosciuta come strada di eredità industriale dell’umanità, perché segue il primo viaggio del mondo percorso in automobile.

Oggi è possibile seguire quel percorso di 194 km partendo da Mannheim fino a Pforzheim e ritorno.

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*La filastrocca dell’altro ferragosto!

Filastrocca vola e va
dal bambino rimasto in città.
Chi va al mare ha vita serena
e fa i castelli con la rena,
chi va ai monti fa le scalate
e prende la doccia alle cascate…
E chi quattrini non ne ha?
Solo, solo resta in città:
si sdrai al sole sul marciapide,
se non c’è un vigile che lo vede,
e i suoi battelli sottomarini
fanno vela nei tombini.
Quando divento Presidente
faccio un decreto a tutta la gente;
“Ordinanza numero uno:
in città non resta nessuno;
ordinanza che viene poi,
tutti al mare, paghiamo noi,
inoltre le Alpi e gli Appennini
sono donati a tutti i bambini.
Chi non rispetta il decretato
va in prigione difilato”.
Ferragosto,
di Gianni Rodari