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Perchè siam donne: “I’m speaking” piccole donne parlano!

Lei è Iris Haq Lukolyo, 10 anni.

Un giorno dello scorso settembre, si collega a scuola su Zoom, e il suo insegnante dice alla classe che quel giorno avrebbero imparato a conoscere il ruolo dei Padri Fondatori nella costruzione dell’America.

Comincia ad ascoltare.

Iris è perplessa: una parte cruciale della narrazione manca, secondo lei, dal programma della lezione.

Quando ho tolto il mute all’audio, ho detto, ‘Ma gli schiavi e le schiave non hanno costruito l’America?'”

No, non ne parliamo in questa classe”.

Iris è l’unica studente afroamericana della classe, e rimane una voce isolata.

Spegne la telecamera per piangere.

“Prima di parlare, avevo paura a farlo. E dopo ho pensato, ‘Oh non avrei dovuto dirlo.'”

Ma poi in Iris scatta un clic e decide di trasformare quel sentire in azione.

Scrive un saggio sulla sua esperienza e sull’importanza di insegnare una storia americana accurata e inclusiva nelle scuole.

Un paio di mesi dopo, il saggio – intitolato “Mute: conversazioni di quinta elementare sulla schiavitù”. Viene pubblicato su Skipping Stones, una rivista letteraria giovanile nazionale.

E quando la madre di Iris, HeatherHaq, lo condivide su Twitter diventa virale.

L’insegnante di Iris lo legge e chiede scusa per averla fatta sentire ferita.

“Ma non può bastare dice Iris: la schiavitù non è tema per la lezione di un altro giorno.!”

(Da notare la maglietta di Iris: la ornai famosissima frase di KamalaHarris “I’m speaking”)

Il discorso di Kamala Harris:

così la nuova vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, nel suo discorso della vittoria.
“Sebbene io sia la prima donna a ricoprire questo incarico, non sarò l’ultima. Penso a intere generazioni di donne che hanno battuto la strada per questo preciso momento. Penso alle donne che hanno combattuto e sacrificato così tanto per l’uguaglianza, la libertà e la giustizia per tutti, comprese le donne afroamericane, spesso trascurate ma che spesso dimostrano di essere la spina dorsale della nostra democrazia.

“La democrazia non è una cosa garantita per sempre. 

Col vostro voto avete mandato un messaggio chiaro, avete scelto la speranza, l’unità, la decenza, la scienza e la verità”,
Kamala ha anche ricordato la propria madre, Shyamala Gopalan Harris, così la nuova vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, nel suo discorso della vittoria. Ricorda come sempre sua madre, Shyamala Gopalan, endocrinologa e attivista arrivata negli USA dall’India negli anni Sessanta
.

Per Kamala Harris, sua madre non è solo un modello e una fonte di eterna ispirazione è “la donna responsabile della mia presenza qui oggi”. “Quando è arrivata dall’India all’età di 19 anni”, racconta nel suo discorso, “non si sarebbe mai immaginata questo momento, eppure credeva profondamente in un’America dove un momento del genere potesse essere possibile”..

Lei credeva nell’America che rende possibili momenti come questo.

Penso a lei e penso a intere generazioni di donne, donne di colore, asiatiche, bianche, latine, native americane, che hanno battuto la strada per questo preciso momento.

Le donne che hanno combattuto e sacrificato così tanto per l’uguaglianza, la libertà e la giustizia per tutti. Le donne di colore che troppo spesso vengono trascurate, ma che così spesso dimostrano di essere la spina dorsale della nostra democrazia. Tutte le donne che hanno lavorato per garantire e proteggere il diritto di voto per oltre un secolo.

E ora, nel 2020, la nuova generazione di donne del nostro Paese che hanno votato e continuano a lottare per il loro diritto fondamentale a votare e a essere ascoltate”.
“Ai figli dei nostro Paese, indipendentemente dal vostro genere, abbiamo un messaggio chiaro per voi: sognate con ambizione, guidate con convinzione e guardate a voi stessi in modi che forse gli altri non vedranno, ma semplicemente perché non lo hanno mai visto prim
a.

E noi vi applaudiremo ad ogni passo“.

https://www.fanpage.it/esteri/il-discorso-di-kamala-harris-sono-la-prima-donna-vicepresidente-ma-non-saro-lultima/

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La buona notizia del venerdì: Vicino all’acqua siamo più felici! Blue Mind!

Siete degli amanti appassionati del mare, pronti a trascorrere tutte le vostre vacanze a due passi dall’acqua?

Molte sono le prove scientifiche che l’autore, Wallace J. Nichols, porta a sostegno della sua tesi: andare al mare non solo fa bene, ma è necessario per la nostra mente.

Il titolo, dicevamo: “Blue Mind: The Surprising Science That Shows How Being Near, In , On, Or Under Water Can Make You Happier, Healthier, More Connected, And Better At What You Do” (“Mente Blu: la scienza sorprendente che mostra come stare vicino, sopra, dentro o sotto l’acqua possa renderti più felice, più sano, più connesso e migliore in ciò che fai”).

Il volume raccoglie oltre dieci anni di ricerca scientifica che dimostrano come la vicinanza all’acqua stimoli il nostro cervello al rilascio di sostanze chimiche collegate alla felicità, come dopamina, serotonina e ossitocina.

Per il bene delle nostre “menti blu”, abbiamo riassunto qui sotto cinque teorie dal libro di Nichols.

1) L’acqua ci riporta al nostro stato naturale

Siamo connessi all’acqua fin dal principio della nostra vita. Il corpo dei bambini è composto per il 75% da acqua. Invecchiando, diventiamo più secchi (solo il 60%), ma il nostro cervello è ancora acqua per tre quarti e le nostre ossa per il 31%.

Il cervello, che si trova nella nostra testa nella forma di un “fluido cerebrospinale chiaro e privo di colore”, reagisce con piacere all’acqua perché – come scrive Nichols – “i nostri antenati vennero fuori dall’acqua ed evolsero le loro capacità dal nuotare allo strisciare fino al camminare. I feti umani, nelle prime fasi di sviluppo, hanno ancora strutture simili a fessure branchiali”, e l’acqua nelle nostre cellule “può essere paragonata a quella che si trova nel mare”.

Questa connessione biologica all’acqua – spiega Nichols – sollecita una risposta immediata nei nostri cervelli. Questo è il motivo per cui, quando vediamo o ascoltiamo l’oceano, sappiamo di essere “nel posto giusto”.


2) Lungo la costa siamo più rilassati

Secondo uno studio citato nel libro, per calmarci a livello subconscio basta anche solo osservare un paesaggio come quello qui sopra. Tramite risonanza magnetica funzionale, gli scienziati hanno notato che guardare immagini di natura fa attivare le parti del nostro cervello associate “a un atteggiamento positivo, alla stabilità emotiva e al recupero di ricordi felici”.

3) Guardare le fotografie fa bene, ma l’acqua nella vita reale fa ancora meglio

Lo stesso discorso vale per la vita reale. Nichols cita uno studio del 2011 in cui una applicazione chiamata Mappiness ha tracciato i livelli di benessere di circa 22mila utenti. Ai partecipanti veniva chiesto di valutare il loro grado di felicità in diversi momenti. Secondo le risposte inviate (più di un milione), non solo le persone erano più serene quando erano all’aria aperta, ma erano più felici del 5,2% quando si trovavano vicino a un corpo d’acqua.

4) L’acqua ringiovanisce le menti stanche

Al giorno d’oggi, con tutta la tecnologia che ci circonda, il nostro cervello ha ancora più bisogno di ricaricarsi. Secondo Nichols, in questo nulla può superare l’acqua.

In questo caso il riferimento è a uno studio del 1995 pubblicato su Environmental Psychology, in cui si analizza il rendimento e la concentrazione di due gruppi di studenti: uno a cui erano state assegnate stanze con viste più paesaggistiche (alberi, laghi, prati) e un altro a cui erano state date stanze su vedute più urbane. Il primo gruppo non solo aveva risultati più brillanti, ma dimostrava anche una maggiore capacità di attenzione funzionale.

5) Il blu dà sollievo

A quanto pare il blu è anche il colore preferito del mondo. L’autore cita un progetto di ricerca del 2003, in cui è stato chiesto a 232 persone in tutto il mondo di indicare il proprio colore preferito. Ancora una volta, il blu.

Nichols non si mostra per niente sorpreso: siamo evoluti in un pianeta che è principalmente fatto di sfumature d’acqua e cielo blu, è comprensibile che il nostro cervello sorrida di fronte a questo spettacolo.

Fonte:

Il vostro cervello vicino all’acqua è più felice. Per 5 ragioni scientifiche | L’HuffPost (huffingtonpost.it)

Assolutamente d’accordo che mi sono trasferita al mare da cinque anni e mi sento più viva!

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* Equinozio d’ autunno : Mabon, il bambino delle future generazioni

L’ EQUINOZIO D’AUTUNNO

Oltre l’Isola delle Mele cadono le foglie, i venti gelidi soffiano dal Nord il loro pianto funebre, le ore di luce comparano con quelle d’oscurità.

La ruota ha girato, il Cerchio avanza verso l’ora dell’Oscura.

E’ Mabon.

Al Tempio le figlie dell’Una e Trina hanno già addobbato l’altare come consuetudine: candele marroni, foglie di vite, edera e cardi sulla fredda pietra, frutta e foglie rigorosamente secche e in abbondanza deposte quali offerte ai suoi piedi.

Una fascetta di rami di betulla, albero sacro a Cerridwen, che ora abbandona il suo tempo, legata dalle Iniziate da nastri rossi e neri.

Tutto è pronto.

Possano i poteri dell’Uno,
La fonte di tutto il creato,
Onnipresente, onnipotente, eterno;
Possa la Dea,
La Signora della Luna,
Ed il Dio, Cacciatore Cornuto del Sole;
Possano i Poteri degli Spiriti delle Pietre,
Sovrani dei Regni Elementali;
Possano i poteri delle Stelle sopra e della Terra sotto,
E me che sono con Voi! 

Dea Misericordiosa,
Tu che sei regina degli Dei,
Luce della Notte,
Creatrice di tutte le cose selvagge e libere;
Madre delle donne e degli uomini;
Amante del Dio Cornuto e protettrice di tutti i Wiccan:
Discendi, Ti Prego!
Con il tuo raggio di Potere Lunare
Qui nel mio Cerchio!

Dio Luminoso
Tu che sei Re degli Dei,
Signore del Sole,
Sovrano di tutte le cose selvagge e libere
Padre delle donne e degli uomini;
Amante della Dea della Luna e protettore di tutti i Wiccan:
Discendi, Ti Prego! Con il tuo raggio di Potere Solare
Qui nel mio Cerchio!

Cadono le foglie,
I giorni si raffreddano.
La Dea si ricopre del Suo mantello di Terra,
Mentre Tu, o Grande Dio del Sole, navighi verso Occidente
Verso le Terre dell’eterno incanto,
Avvolto dal freddo della notte.
I frutti maturano,
I semi cadono,
Le ore del giorno comparano quelle della notte.
Venti gelidi soffiano dal Nord il loro canto funebre.
In questa apparente estinzione dei poteri della Natura,
Oh Dea Benedetta, io so che la vita continua.
Perchè non c’è Primavera senza raccolto,
Così come non c’è vita senza morte.
Che tu sia benedetto, o Dio Caduto,
Mentre viaggi nelle terre dell’Inverno,
E fra le braccia amorevoli della Dea.

O Dea misericordiosa della fertilità,
Ho seminato e raccolto i semi delle mie azioni,
Buone e Cattive.
Dammi il coraggio di piantare semi di gioia ed amore
Nell’anno che verrà, scacciando la miseria e l’odio.
Insegnami i segreti
Di un’esistenza saggia su questo pianeta,
O luminosa Signora della notte!

 

Addio spirito del Nord,
Io ti ringrazio per essere stato qui presente. Ritorna a potere.
Addio spirito dell’Est,
Io ti ringrazio per essere stato qui presente. Ritorna a potere.
Addio spirito del Sud,
Io ti ringrazio per essere stato qui presente. Ritorna a potere.
Addio spirito dell’Ovest,
Io ti ringrazio per essere stato qui presente. Ritorna a potere.

 

Io , Mabon, vengo in questo luogo come un bambino delle future generazioni.
Il mio dono è la fiamma gentile della speranza che ogni nuova vita porta in questo mondo.
Io , e quelli che mi seguono, chiediamo che quelli di voi che ci diedero la vita proteggano questa sacra fiamma.
Voi che siete i guardiani terreni della saggezza unitevi insieme in pace ed armonia, per proteggere questo pianeta, la nostra casa.
Questo io chiedo per i bambini del mondo .

(dalla cerimonia druidica -Alban Arthan)

Leggi anche : “ Siamo arrivati all’equinozio di Autunno : pronti a piantare i semi della rinascita ?”

Fonti.

http://tesseavalon.freeforumzone.leonardo.it

http://www.cronacheesoteriche.com

Scott Cunningham “WICCA” (Armenia Edizioni).

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La buona notizia del venerdì: Le Big Banch per cambiare punto di vista!

Si chiamano “panchinisti itineranti” e vanno a caccia di panchine giganti – o big bench – per tutto il Paese.

L’idea nasce originariamente da Chris Bangle, designer americano che insieme alla moglie Catherin ha ideato la prima Big Bench, installata a Clavesana, in provincia di Cuneo. La panchina gigante è stata poi riprodotta sempre uguale ma con colori diversi e ogni Big bench è stata collocata in punti panoramici in diverse regioni d’Italia.

L’originalità di Bangle accompagnata dalla bellezza del territorio hanno dato vita nel 2010 alla prima Big Bench che posizionò in un luogo panoramico di sua proprietà accessibile ai visitatori.

L’intenzione di Bangle è riuscire a trasmettere un messaggio positivo, di collettività, di unione e condivisione.

L’iniziativa ha lo scopo di favorire il turismo, aiutando a scoprire e condividere panorami nuovi e incantevoli fuori dai circuiti normali. Inoltre, il progetto Big Bench sostiene artigiani e comunità locali delle località in cui si trovano le panchine giganti.

Ciò che attrae delle Big Bench oltre alla notevole dimensione sono i colori brillanti ispirati alla natura. Ogni colore è legato al territorio che le ospita. Il giallo dei girasoli, il viola della lavanda, il rosso del vino, il marrone delle nocciole. Le Grandi Panchine sono tutt’uno con i colori del territorio piemontese!

Attualmente le Grandi Panchine sono 106, ogni panchina è numerata ed ha il logo della Big Banch Community-

La maggior parte sono in Piemonte , ma se ne trovano anche in altre regioni.

Pian piano il fenomeno si sta espandendo un po’ ovunque.

Le Grandi Panchine nella maggior parte dei casi, si trovano in cima alle colline, in luoghi panoramici, lontane dai centri abitati Per sapere esattamente dove si trovano si può utilizzare la App gratuita Big Banch.

Google fornisce la mappa con la geolocalizzazione in mmodo da condurvi esattamente dove si trova la panchina che volete raggiungere,

Oltre alla mappa ci sono diverse informazioni utili riguardanti il territorio dove si trova la Big Banch e il grado di difficoltà per raggiungerla. Infatti a volte occorre seguire sentieri poco praticabili, magari tra i vigneti o i campi coltivati, anche con distanze notevoli.

Le Panchine Giganti sono spesso conosciute per immagini, ma una volta che ci si siede su una di esse e si prova la sensazione di godersi la vista come se “si fosse di nuovo bambini”, si vive un’esperienza intensa, da condividere con gli altri. Le panchine sono fatte per rilassarsi, a differenza di una sedia o di una poltrona sono larghe abbastanza da accogliere uno o più amici. Sedersi su una panchina è un gesto sociale piacevole, e fare buon uso di tutta l’energia positiva che le Panchine Giganti emanano è la visione alla base del Big Bench Community Project”, spiega Chris Bangle.

Le Grandi Panchine – Dove si trovano le Big Bench? – Mai fermarsi

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Perchè siam donne:Claudia Sheinbaum rivendica l’altra faccia della Storia. Civiltà è una opinione!

 

Messico.

Via la statua di Colombo, al suo posto un monumento in onore delle donne indigene La statua era stata tolta lo scorso anno per proteggerla dalle manifestazioni che minacciavano di distruggerla. –

A scuola ci hanno insegnato che la scoperta dell’America ha portato la civiltà in quella parte del mondo. E se mai si discuteva su chi era arrivato prima, Cristoforo Colombo,Amerigo Vespucci o nientepopodimeno che i Vichinghi.

E comunque si cercavano le Indie.

Ma a nessuno è venuto in mente di chiedere agli abitanti di quelle terre se volevano essere “civilizzati”? E che questo voleva dire l’annullamento delle loro civiltà ? e che quindi era una invasione in nome di un’altra civiltà?

Il monumento al navigatore genovese, che per 143 anni ha troneggiato su una rotonda del Paseo de la Reforma di Città del Messico, non tornerà più al suo posto.

È stata la sindaca della capitale messicana, Claudia Sheinbaum, ad annunciare durante il fine settimana la decisione e a precisare, approfittando della commemorazione della giornata internazionale delle donne indigene, che la statua di Colombo sarà sostituita da quella di un personaggio femminile della civilizzazione olmeca. –

Già da varie settimane il Messico ha sviluppato un calendario di commemorazioni dei 500 anni della caduta di Tenochtitla’n, e di fatto della fine dell’impero azteco e il successivo inizio della colonizzazione spagnola. A questo si è ispirata Claudia Sheinbaum quando ha giustificato la scelta della nuova statua con “la rivendicazione delle donne indigene e di ciò che rappresentano nella nostra storia”.

Si tratta, ha ancora detto, “del miglior tributo che possiamo fare alle donne del Messico, alle donne indigene”.

Così, la statua di Colombo, opera dello scultore francese Charles Cordier, che fu collocata nel 1877 sul Paseo de la Reforma, sarà portata nel Parque Ame’rica del quartiere di Polanco.

“Si tratta – ha assicurato la prima cittadina di Città del Messico – di un luogo dignitoso e autorizzato dall’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH). –

Negli ultimi 30 anni il monumento allo ‘scopritore dell’America’ ha subito ripetuti attacchi.

Nel 1992 un gruppo di dimostranti tentò inutilmente di abbatterlo con l’aiuto di corde e di un camion. lo scorso anno, invece, all’avvicinarsi di una nuova bellicosa manifestazione organizzata per il 12 ottobre con slogan anticolonialisti, la statua è stata rimossa dal suo piedistallo dal governo cittadino. 

Al posto del Columbus Day, il 12 ottobre il Messico osserva il Dia de la Raza, una festa che riconosce “il patrimonio misto indigeno ed europeo del Messico”. –

Per onorare le civiltà precolombiane, lo scultore Pedro Reyes creerà una statua di una donna olmeca. Si pensa che gli Olmechi siano una delle prime grandi civiltà di quello che sarebbe diventato il Messico. 

È molto importante dedicare un monumento alle donne indigene e alla Terra, perché se qualcuno può insegnarci come prenderci cura di questo pianeta, sono i nostri popoli nativi, ed è proprio questo che dobbiamo imparare di nuovo“, ha detto Reyes in una dichiarazione riportata dal quotidiano messicano El Universal.

Diverse statue del navigatore italiano sono state rimosse negli Stati Uniti durante le proteste del movimento “Black Lives Matter” e ogni 12 ottobre in Messico, dove il “Columbus Day” non si celebra  ufficialmente, manifestanti nativi si ritrovano davanti alla statua per denunciare i crimini coloniali.

Anche il governo del presidente Andrés Manuel López Obrador ha ribadito di essere al fianco delle rivendicazioni indigene e ha invitato il governo spagnolo e il Vaticano a porgere le proprie “scuse storiche” per gli abusi commessi durante la conquista e l’evangelizzazione del loro territorio.  –

Fonte:

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/ContentItem-1d317fb8-d178-4b90-ada6-760e03675af5.html

https://www.facebook.com/hashtag/elezionisomalia

 

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La buona notizia del venerdì: una pianta in aula per ogni alunno per agire sul cambiamento climatico

Una pianta per ogni alunno, in aula. Basta questo per cambiare non solo gli ambienti della scuola ma anche la didattica, riscoprendo le competenze legate alla cura. E per agire insieme, concretamente, per fermare il disastro climatico.

«Non posso dire ai ragazzi “ti devo spiegare che il mondo sta finendo”: ti devo far fare cose che ti permettano di agire».

L’estate 2021 ce l’ha sbattuto in faccia: il cambiamento climatico è l’urgenza delle urgenze. Stefano Mancuso, direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale dell’Università di Firenze, è molto duro: ridurre le emissioni di CO2 è necessario ma insufficiente.

Per la salvaguardia della Terra l’unica vera soluzione è piantare mille miliardi di alberi nei prossimi cinque anni, di cui due miliardi in Italia (ma potremmo tranquillamente, secondo lui, arrivare a sei): una vasca da bagno d’altronde si svuota togliendo il tappo, non certo riducendo l’intensità del getto d’acqua. Solo così possiamo far scendere la curva dell’emissione di CO2.

E allora perché non cominciare dalla scuola? Portando nelle aule una pianta per ogni bambino e per ogni insegnante.

È questa l’idea di Beate Weyland, che insegna alla libera università di Bolzano, esperta del rapporto tra pedagogia e architettura e design.

«Portare negli spazi interni delle scuole di ogni ordine e grado una pianta per ogni bambino e una per ogni insegnante non solo per abbellire luoghi che solitamente sono tristi e disadorni, è un gesto assolutamente rivoluzionario. Ci permetterebbe per esempio di ripensare il tempo scuola in ordine al tema della cura: quanto tempo possiamo ritagliare per curare insieme le piante, che sono l’unica fonte di sopravvivenza della razza umana sulla terra? Vivere con loro, curarle, seguirle, osservarle, giocarci… significa condurre i bambini (e noi stessi) a sviluppare rapporti di prossimità con le piante. Solo così vinceremo la scommessa per il futuro»

Il progetto si chiama EDEN e da un anno la professoressa lo sta sperimentando in dodici scuole, oltre che nella sua università

.Portare le piante all’interno delle scuole rende più accoglienti e resilienti gli ambienti e offre l’occasione agli insegnanti di ragionare sull’innovazione didattica di cui tutti ora stiamo tanto parlando. È un gesto che può fare ogni singolo insegnante e permette subito di ottenere un grande beneficio perché spinge a riconfigurare la organizzazione della didattica, ad esempio per trovare il tempo per la cura. È questo che mi interessa, io sono una pedagogista, non una arredatrice di interni .

Quindi la pianta diventa il volano dell’innovazione didattica…

Più che di didattica innovativa oggi a me piace parlare di didattica orientata al potenziamento dell’individuo, al fare cultura insieme. La didattica di nuova generazione su cui tutti stiamo puntando – a volte esplorandola e a volte cristallizzandola in un metodo – è quella delle competenze globali che ci spingono a focalizzarci sull’orientamento alla domanda e ricerca, sul team building, sullo sviluppo di relazioni sane e di azioni responsabili. La scuola deve orientare la domanda e la ricerca, non più coltivare le buone risposte. Se guardiamo cento anni indietro, a Freinet o a Montessori, ma anche oggi a Lorenzoni, vediamo che nei grandi educatori queste categorie sono già tutte presenti.

Eden sta per Educational Environments with Nature. Ovviamente l’idea è quella delle scuole come nuovi paradisi, parola che rievoca un giardino domestico, non certo una giungla di natura selvaggia

L’anno scorso hanno aderito 12 scuole e ce ne sono altre 20 che vogliono partire. Ovviamente abbiamo cominciato noi: a casa io in due stanze ho 80 piante.

In università, da novembre 2020 abbiamo sviluppato una sorta di laboratorio green, chiamato GREEN SET, allestendo due aule, con cento piante per cento studenti, futuri insegnanti. Come laboratorio intendiamo aule in cui tutti i docenti e tutti gli studenti possono fare lezione, ma più piccole, generalmente destinate alle attività laboratoriali, quindi spazi che bene si prestano ai setting cooperativi. Nei mesi di chiusura le ho annaffiate io, poi con le prime riaperture due studenti hanno seguito un workshop per riprodurre le piante e così abbiamo allestito il nostro terzo laboratorio GREEN SET.

Se le piante dopo sei mesi si riproducono, tutta l’università potrebbe in poco tempo avere una pianta per ogni studente, a patto di creare gruppi di studenti che investono energia e tempo su questa cosa. Stiamo provano a capre come fare, ragionando ad esempio sulla possibilità di dare un credito a questi studenti, che fanno qualcosa che sta perfettamente dentro il Green Deal europeo.

Per saperne di più:

Una pianta per ogni alunno: dalla classe al “soggiorno educativo” – Vita.it


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Perchè siam donne:Nella scuola montessoriana di Kabul Jamila, Fatima,Razia e Basira insegnano pace e convivenza per resistere alla guerra senza fine

I bambini dell’orfanotrofio “House of Flowers” di Kabul..Seguono la filosofia pedagogica di Maria Montessori, con un set di materiali e un approccio inesistenti nella scuola pubblica del Paese stravolto da 19 anni di conflitto, provando a costruire un futuro diverso

Seduti comodi sul tappeto o sulle sedie, accostate ai tavolini alla loro altezza, i bambini e le bambine della “House of Flowers” cantano la stessa canzoncina in quattro lingue diverse: dari e pashto, le due ufficiali dell’Afghanistan, ma anche inglese e tedesco. “E perché no? -dice la maestra Fatima– Ne impariamo una anche in italiano”. Fatima seduta tra loro ripete le strofe e il ritornello ad alta voce. Insieme provano a ricomporre le frasi della canzone nei due diversi alfabeti, con lettere costruite da loro in legno o disegnate e dipinte su carta.

Alla “House of Flowers” i bambini sono gli unici orfani afghani a poter studiare seguendo la filosofia pedagogica di apprendimento che ha reso la Montessori famosa in tutto il mondo. Un set di materiali e un approccio inesistenti nella scuola pubblica afghana, che però devono obbligatoriamente frequentare. “House of Flowers” è stata fondata nel 2002 a Kabul, la capitale del Paese, da una organizzazione canadese di nome MEPO (Medical, Educational and Peace Organization). La coordinatrice, Allison Lide, per anni ha vissuto in Afghanistan, dopo aver studiato il metodo Montessori a Bergamo. È stata lei per diversi anni a formare le docenti afghane. Ma ormai da tempo sono autonome: le insegnanti, due su tre alunne della stessa Allison, si aggiornano in continuazione e hanno anche tradotto dall’inglese al dari e pashto i libri che lei aveva lasciato loro.

Fatima, dopo la fine del canto multilingue, precisa: “Purtroppo a Kabul le ore di scuola pubblica sono solo tre al giorno e vanno in turni diversi a secondo delle età”. Dopo quasi 19 anni dall’occupazione americana del 2001 e una guerra permanente coi Talebani che avevano limitato fortemente durante il loro dominio l’accesso all’educazione scolastica, molte scuole di Kabul e altrove non sono dotate di un numero sufficiente di aule e di insegnanti. Ogni classe dei cicli primario e secondario è formata da circa 40 studenti, con tre turni da tre ore. I bambini della scuola primaria studiano solo lingua, matematica e religione, mentre i più grandi sei materie (incluse scienza, geografia e studi sociali) spalmate in quelle poche ore. Questo sistema rende assai complicato l’apprendimento in classi affollate e con orari non adatti ai bambini. All’orfanotrofio “House of Flowers” le docenti del metodo Montessori completano con altre tre ore l’insegnamento monco della scuola pubblica, ma di fatto lo stravolgono ed arricchiscono. A loro il doppio compito di insegnare col metodo Montessori quello che troverebbero nei curricula ministeriali e la vera sfida: curare quest’infanzia spezzata dal conflitto senza fine. Nella serenità della classe sembra lontano il tempo di violenza che ognuno di loro ha vissuto.

Il principio di insegnamento montessoriano privilegia il lavoro manuale: è attraverso l’utilizzo delle mani (Montessori parla della “intelligenza delle mani”) che la sfera intellettuale si attiva. I bambini all’interno della “House of Flowers” sono lasciati liberi tra una lezione e l’altra per pensare e giocare, non hanno i rigidi

La maestra Fatima insegna la lingua tedesca, e questo è pensato specialmente per i bambini che un giorno potrebbero avere una chance in più, ma soprattutto perché “l’inglese è obbligatorio, una lingua straniera diversa apre ancora di più le loro menti. Ed è la lingua che io ho studiato e amato, voglio trasmetterla”.

Razia, una delle bambine orfane di “House of Flowers”, è oggi una delle insegnanti montessoriane. Anche lei, a quasi 18 anni ha dovuto lasciare l’orfanotrofio: mentre studiava per gli esami all’Università si è formata come insegnante Montessori. Ora ha 24 anni e continua a sentire casa quel luogo dove da bambina si è ritrovata senza famiglia. “Ho passato l’intera mia infanzia qui, ma non sapevo che ci sarei rimasta pure per la mia giovinezza e in età adulta, con un lavoro che mi rende felice”, esclama Razia. “Quello che provano i bambini l’ho vissuto sulla mia pelle. Alla scuola pubblica molti bimbi parlano di mamma e papà e tu ti senti smarrito. Ma anche grazie alla cura del metodo Montessori, ho superato e sono pronta ad abbracciare questi bambini ogni giorno”.

La terza insegnante, Basira, ha invece una storia più fortunata e ha fatto dei bambini orfani della “House of Flowers” i suoi figli. “Quando mi sono sposata, li ho invitati tutti al mio matrimonio”, racconta con un gran sorriso. “Per loro è stata una bellissima occasione di festa, siamo come le loro madri, come dei genitori, non potevano mancare al mio matrimonio”. I bambini per l’occasione hanno organizzato un gioco e disegnato, e si sono poi lasciati mascherare con l’henna tradizionale, che adorna invitati e invitate alle nozze afghane. Oltre al momento eccezionale di festa, i bambini trascorrono con le tre insegnanti diversi momenti di convivialità quotidiana: il pranzo, ma anche l’ora di pausa in giardino. Spesso si unisce anche la direttrice. Lei e una delle insegnanti portano alla “House of Flowers” anche i loro figli piccoli. Per Fatima e Basira, invece, la più grande soddisfazione è poter supportare economicamente la famiglia con il loro lavoro. Un circolo virtuoso beneficia gli orfani che apprendono e le donne che insegnano.

I bambini sono lasciati liberi tra una lezione e l’altra per pensare e giocare, non hanno i rigidi orari degli altri orfanotrofi del Paese

“La ricchezza di questo orfanotrofio e di molti altri è che ci sono tantissimi gruppi etnici diversi che rappresentano tutto l’Afghanistan”, dice la direttrice Jamila. “Alcuni dei bambini dalla provincia del Nuristan parlavano solo la loro lingua locale ed è stato qua che hanno imparato le due lingue ufficiali dell’Afghanistan, il dari e il pashto”, continua Fatima.

Questa miscela di hazarapashtotagikibalucinur e altri permette alle insegnanti di lavorare sulla bellezza della diversità e sulla convivenza pacifica. Ed infine, le uscite in città, una decisione non indifferente sapendo che in ogni momento un’esplosione può rovinare non la giornata ma la vita intera. Le uscite fanno parte del metodo: prendere contatto e orientarsi nel mondo esterno, sentirsi parte di una comunità più grande che è la società, conoscere diritti e doveri.

Il Garden of Flowers, realtà unica e multietnica nel Paese ispirata alla pedagogista italiana, ha chiuso. Le insegnanti sono tornate a casa e hanno cancellato dal telefono i loro contatti occidentali. “Se non ci faranno riaprire abbiamo un Piano B” dicono: “Come tra il 1996 e il 2001 faremo scuola a casa”

Nella scuola montessoriana di Kabul, dove si insegnano pace e convivenza per resistere alla guerra senza fine (altreconomia.it)

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La buona notizia del venerdì: I diritti delle donne in primo piano nell’attuale crisi umanitaria

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Continuare a parlare delle donne in Afghanistan è per tutte le donne del mondo!

Dancing in the Mosque – un tweet di Homeira Qadery la donna che scrive da diversi anni per i bambini, le donne e la nuove generazione dell’Afghanistan.E lo fa da Kabul che significa che cè resistenza sotto la bandiera talebana.

La resistenza delle donne afghane nonostante la caduta di Kabul in mano ai talebani della giornalista Marjana Sadat.

Le donne afghane celebrano a Kabul con la bandiera nazionale il 102esimo giorno dell’Indipendenza dell’Afghanistan, il 19 agosto 2021 (afp).

Da Twitter alla strada, a Kabul ci sono tante voci che dicono ai fondamentalisti e alla comunità internazionale che non vogliono. tornare indietro, che siamo nel 2021 e non nel 2001

A Kabul è sbocciata una piccola, in termini numerici, ma tenace resistenza ai talebani animata da un gruppo di studentesse femministe.

Quando i talebani hanno occupato i palazzi del governo e poi anche l’università, è iniziata un’opposizione silenziosa e strenua ai talebani “fatta di piccoli gesti di solidarietà”. “Le ragazze hanno distribuito casa per casa i burqa alle donne, quelli delle loro nonne perché da anni non li indossano, gli assorbenti perché a Kabul uscire di casa per una donna è diventato impossibile e si stanno impegnando per tutelare le studentesse più esposte che dalla capitale hanno fatto rientro in famiglie che vivono alla periferia del Paese”.

Per le giovani afghane il dolore più grande è stata l’occupazione talebana dell’ateneo che “in questi anni è diventato molto internazionale perché tanti studenti hanno fatto esperienze all’estero e ora rischiano di tornare indietro di 20 anni. Ma dai messaggi che mi manda sento più ancora che  il terrore la forza e la voglia di resistere”. “Cosa possamo fare per voi?”, in un whatsapp. 

“Parlate più che potete, non ci lasciate soli”..

La giornalista di Tolo News intervista in diretta il portavoce talebano

la giornalista Beheshta Arghand ha appena intervistato – in diretta per TOLO News (una delle voci più autorevoli sulla situazione afghana) – un portavoce che fa parte del team dei media dei talebani, Mawlawi Abdulhaq Hemad. 

Nelle stesse ore, invece, la televisione di stato in lingua pashto ha trasmesso notiziari con simboli e messaggi dell’Emirato islamico dell’Afghanistan.

Secondo alcuni osservatori, Beheshta Arghand rappresenta «il volto del coraggio» e tutti si augurano che, dopo l’intervista, la donna possa essere effettivamente al sicuro. ..

La drammatica testimonianza è di Zarifa Ghafari, 27 anni, la sindaca più giovane dell’Afghanistan, nella provincia di Maidan Wardak, da sempre in prima linea per i diritti delle donne, che ha parlato con il New York Times.

Nominata sindaca nell’estate del 2018 dal presidente Ashraf Ghani, Ghafari è una delle poche donne ad aver mai ricoperto un incarico governativo nella città molto conservatrice di Maidan Shar.Non so su chi fare affidamento. Ma non mi fermerò ora, anche se verranno di nuovo a cercarmi. Non ho più paura di morire”

Non è la prima situazione di rischio nella quale Ghafari si sia mai trovata.Sono numerosi gli attentati da parte degli insorti islamisti ai quali Ghafari è già scampata da quando ha iniziato a combattere in prima linea per i diritti delle donne.

Frattanto,, riconquistato l’Afghanistan i talebani, nelle prime dichiarazioni ufficiali strizzano l’occhio alle donne assicurando che l’Emirato Islamico non vuole che siano delle vittime, al contrario le lusinga dicendo che dovrebbero far parte della struttura del nuovo governo a Kabul.

Ma Zarifa è  tra i moltissimi che ritengono che la mossa dei miliziani sia solo un tentativo propagandistico di rassicurare il mondo e anzi si aspetta di essere «punita con la morte» per il suo impegno in politica.

Zakia Khudadadi, lottatrice di taekwondo, che sognava di essere la prima donna afghana alle Paralimpiadi (che inizieranno martedì 24) ma dopo la caduta di Kabul si sente intrappolata nel suo Paese: «Non lasciate che i talebani mi tolgano i diritti fondamentali».

Khalida Popal è un’istituzione dello sport mondiale, ma ora teme per la vita delle sue compagne. Fino al 2001, anno della caduta del primo regime talebano, le donne non potevano praticare sport o andare in bicicletta “dovremo bruciare le uniformi della squadra”. Queste le parole della capitana della prima nazionale di calcio femminile“Oggi telefonerò e dirò loro di bruciare o sbarazzarsi delle loro uniformi della squadra”, dice Popal a Reuters, riferendosi alle sue giocatrici. Negli anni il suo impegno ha portato alla nascita della prima federazione calcistica femminile, l’Afghan Football League

L’attivista e scrittrice afghana, che è stata eletta al Parlamento afghano dalla provincia di Farah, Malalai Joya difende con passione la lotta sua e delle donne nell’Afghanistan martoriato da 17 anni di guerra. L’occupazione straniera, dice, ha solo aumentato i nostri problemi. Oggi i terroristi sono più forti. Le bombe, gli attentati suicidi, gli attacchi di droni, le esecuzioni pubbliche, gli stupri di massa, i rapimenti e altre tragedie minacciano quotidianamente la vita del popolo afghano. Le donne afghane continuano a essere vittime dei fondamentalisti e dell’ignoranza, come prima dell’intervento occidentale. Devono perciò organizzarsi e liberarsi, devono lottare in prima persona per la propria libertà e diritti, proprio come fanno le donne kurde. «Non c’è democrazia, libertà e progresso se le donne non prendono coscienza e cominciano a lottare per i loro diritti politicamente», esorta Malalai.

I talebani si prendono i territori, ma non i cuori e le menti delle persone. Manizha Naderi, co-fondatrice di Women for afghan women

Il quotidiano The Guardian ha avviato una collaborazione con Rukhshana media, un collettivo di giornaliste donne in Afghanistan, per raccontare le loro storie e come questo le colpirà. “Non sono al sicuro perché sono una donna di 22 anni e so che i talebani stanno obbligando le famiglie a dare le proprie figlie in sposa ai combattenti. E non sono al sicuro anche perché sono una giornalista e so che i talebani verranno a cercare me e tutti i miei colleghi”.

Continuare a parlare delle donne in Afghanistan è per il futuro di tutte le donne del mondo!

Fonti:

.Afghanistan: la resistenza delle studentesse femministe a Kabul – Alma News 24

7 libri e 2 film per aiutare bambini e i ragazzi a capire l’attuale situazione in Afghanistan – greenMe

La resistenza delle donne afgane – LifeGate