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Perchè siam donne: Speranza Scappucci dirige la Scala , prima donna italiana a salire sul podio!

Non si tratta della prima donna in assoluto a dirigere un’opera al Teatro alla Scala di Milano (fu preceduta da Claire Gibault e Susanna Mälkki) ma Speranza Scappucci è comunque la prima donna italiana a salire sul podio del teatro milanese e la prima in assoluto a dirigere un’opera del repertorio melodrammatico storico.

La direttrice anticipa così il suo esordio alla Scala, che era stato fissato al 5 maggio: Speranza Scappucci in primavera dirigerà infatti la Filarmonica della Scala per l’Ouverture in stile italiano di Schubert, la Sinfonia concertante di Mozart e la Sinfonia n. 4 Italiana di Mendelssohn.

Speranza Scappucci, nata a Roma nel 1973, si è diplomata alla Juilliard School di New York e al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma, e ha lavorato nei teatri di Vienna, Roma, Barcellona, Zurigo, Los Angeles, New York, con esperienze su palcoscenici di grande importanza come quelli della Wiener Staatsoper e della Metropolitan Opera. Dal 2017 è direttrice della Royal Opéra de Wallonie di Liegi ed è tra i direttori d’orchestra più apprezzati della sua generazione. Per Speranza si tratta comunque di un ritorno a Milano, dato che nel giugno del 2021 aveva diretto i giovani dell’Accademia del Teatro alla Scala per il concerto dato in occasione dell’inizio dei lavori di ristrutturazione della Torre Velasca..

Come detto, Speranza Scappucci non è la prima donna in assoluto a dirigere l’orchestra della Scala.

Nel 2011 fu la volta di Susanna Mälkki, maestra finlandese dell’Ensemble Intercontemporain, è stata la prima tra le direttrici d’orchestra a dirigere un’opera lirica al Teatro della Scala di Milano. che diresse il debutto di Quartett di Luca Francesconi.

Certo il pubblico segue con occhio particolare le performances delle maestre e anche la critica spesso sembra essere più interessata al loro aspetto che non all’esecuzione.

Le direttrici d’orchestra donne non sono molte e nemmeno tanto conosciute, ma esistono piacevoli eccezioni. Ovviamente non mancano le difficoltà nel ricoprire un ruolo considerato da sempre una precisa prerogativa maschile

Tra le direttrici d’orchestra donne famose è da citare senz’altro Marin Alsop, entrata nella storia della musica per avere diretto per prima una grande orchestra. All’inizio il pubblico era sorpreso nel vedere sul podio una bionda dagli occhi castani al posto del classico direttore d’orchestra infervorato dalla bianca chioma scomposta. La classica icona capace di comandare “a bacchetta” schiere di musicisti sottomessi. La sua fortuna fu avere un padre musicista che le regalò una scatola di bacchette. In seguito divenne proprio allieva del grande Bernstein, che tra il 1989 e il 1996 la portò a dirigere l’ensemble americano Eugene Symphony. Prima di assumere la conduzione della Baltimore Symphony Orchestra, ruolo che ricopre dal 2007, la Alsop ha avuto modo di dirigere la Colorado Symphony e la Bournemouth Symphony.
Nel 2003 è stata giudicata artista dell’anno dalla rivista Gramophone e nel 2005 ha vinto il premio MacArthur Genius da mezzo milione di dollari. Nel 2010 una sua registrazione ha ricevuto una nomination ai Grammy come Best Classical Album, mentre dal 2012 è anche il principale direttore della São Paulo State Symphony Orchestra. La sua carriera prestigiosa comprende conduzioni della New York Philharmonic e della London Symphony Orchestra

La Alsop si è sempre augurata che il numero di donne maestre potesse aumentare, ma in realtà per lungo tempo ha avuto l’appoggio di poche eroiche colleghe. Andando a ritroso nella storia ci sono :

Nadia Boulanger, nata nel 1897, stata un’organista, compositrice, direttrice d’orchestra e insegnante di musica francese. Prima donna a dirigere la Boston Symphony
Anna Wilhelm ha diretto negli anni ’80 alcuni concerti da camera alla Scala. Poi tra le più conosciute ci sono

Sian Edwards alla English National Opera e

Xian Zhang, direttore delle Nozze di Figaro alla Central Opera House di Pechino.


Tra le altre direttrici italiane la romana Isabella Ambrosini, direttore dell’Orchestra Roma Sinfonica e del Coro Roma.

Inutile negare che anche in Italia il ruolo del direttore d’orchestra è sempre stato una prerogativa maschile. Anche nel nostro paese qualcosa lentamente si muove, anche se la proporzione è ancora di circa 600 maschi direttori contro 20 femmine.

Non mancano prestigiosi riconoscimenti e premi anche per Silvia Massarelli, a cominciare dal premio “Grand Prix de direction d’orchestre”. E’ ovvio che l’immagine abbia una certa importanza e può aiutare a farsi conoscere
Ad esempio dirige in frac Gianna Fratta arrivata a condurre i Berliner Symphoniker.


Beatrice Venezi invece è stata scelta da Audi e da una famosa marca di pasta. I brand sono sempre in cerca di esempi e testimonial fuori dal comune capaci di riassumere tendenze sociali e un mix di innovazione e tradizione.

E cosa più del ruolo di direttore d’orchestra incarna lo spirito delle nuove donne del millennio?

La donna che aspetta non guarda dietro,non guarda davanti. Si guarda dentro,e cresce; invoca il vento, le stelle, i mari e culla nei suoi occhi i sogni che fanno girare la terra.


Fonte: Direttrici d’orchestra – Musica classica (forumfree.it)

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Perchè siam donne: Le donne che hanno creato i grandi classici Disney

L’Età dell’Oro del cinema d’animazione non sarebbe stata possibile senza queste illustratrici, animatrici e art director

Cenerentola (1950), Dumbo (1941), Biancaneve e i sette nani (1937) e Bambi (1942) sono classici Disney che hanno segnato l’infanzia di milioni di bambini nel mondo ed hanno tutti una cosa in comune: il ruolo giocato dalle donne nella loro realizzazione è stato inestimabile.

Anche se sono stati i leggendari animatori dei primi giorni della Disney Production (noti come Disney’s Nine Old Men) a passare alla storia dell’animazione, la fabbrica dei sogni creata da Walt Disney ha aperto la strada a centinaia di donne. Ma le loro storie non sono così note come quelle delle loro controparti maschili.

Durante gli anni ’30 circa 100 donne lavoravano nei reparti di inchiostrazione e pittura della compagnia. Tuttavia, era difficile per loro accedere a posizioni di animatrici, si può notare questo atteggiamento discriminatorio in una delle lettere di rifiuto venute alla luce solo di recente.

In esse la Disney productions sosteneva che:

“Le donne non fanno nessuno dei lavori creativi legati alla preparazione dei cartoni animati per lo schermo, poiché questo lavoro è svolto interamente da giovani uomini.Per questo motivo, le donne non sono considerate per la scuola di formazione. L’unico lavoro aperto alle donne consiste nel ricalcare i personaggi su fogli di celluloide con inchiostro di china e riempire il ricalco sul retro.”

A partire dagli anni ’40, sempre più donne poterono accedere a posizioni migliori dei tradizionali lavori di inchiostratore e pittore.

Il 10 febbraio 1941, Walt Disney annunciò che lo studio avrebbe iniziato a formare donne come animatrici.

Tra le ragioni elencate per la formazione delle donne, Disney sostenne che sarebbe stato vantaggioso per le impiegate acquisire nuove competenze e mantenere il lavoro nella possibilità di una guerra che avrebbe arruolato giovani uomini. Aggiunse anche che le donne avevano il diritto di avere le stesse possibilità di avanzamento degli uomini.

Da quel momento in poi, decine di donne cominciarono a lavorare in altri dipartimenti, come animatrici, art director e character designer. Quelle che seguono sono solo alcune delle pioniere che sono riuscite ad arrivare a posizioni solitamente riservate agli uomini:

Retta Scott Animatrice

Retta Scott è considerata la prima donna ad essere riconosciuta come animatrice per un film Disney. Scott entrò nella casa di produzione nel 1938, dove iniziò a lavorare nel reparto storie.

Uno dei più grandi classici Disney, Bambi (1942), era in fase di produzione all’epoca. i.

La straordinaria qualità di alcuni dei suoi schizzi, come quello che mostra la famosa lotta tra alcuni cani da caccia e Bambi, catturò l’attenzione dei leggendari animatori Frank Thomas e Ollie Johnston.

La velocità, il dinamismo e l’energia degli schizzi erano tali che sia Thomas che Johnston decisero che solo Scott sarebbe stata la persona migliore per animare quelle scene.

E così fu. Quando iniziò la produzione di Bambi, Retta Scott fu promossa al dipartimento di animazione della Disney e animò l’agghiacciante scena di lotta che tenne migliaia di bambini incollati allo schermo. Scott ha partecipato anche alla realizzazione di Fantasia (1940) e Dumbo (1941)

Retta Davidson Animatrice

Retta Davidson iniziò la sua carriera alla Disney, come molte altre donne artiste, nel reparto inchiostrazione e pittura e lavorò nelle produzioni di Pinocchio (1940), Bambi (1942), e Fantasia (1940). Nel 1941, quando gli animatori maschi cominciarono ad essere arruolati per combattere nella seconda guerra mondiale, lo studio chiese alle pittrici e alle inchiostratrici di mostrare i loro lavori per valutare se fossero adatte a fare l’animatrice. Davidson fu selezionata, ma nel 1942, decise di arruolarsi in Marina rinunciando a questa opportunità.

Maria Blair Illustratrice e direttore artistico

La più conosciuta tra le donne animatrici degli anni d’oro della Disney è stata l’artista Mary Blair. I suoi disegni sono leggendari e ha contribuito a molte delle produzioni Disney di maggior successo. Mary Blair iniziò a lavorare nello studio nel 1940 come illustratrice per il film Dumbo (1941).

Nel 1941, Mary intraprese un viaggio in America Latina con altri animatori della compagnia. Blair e i suoi colleghi visitarono Messico, Cile, Argentina, Brasile, Perù e altri paesi, Questi viaggi ebbero un impatto significativo nell’evoluzione dello stile di Mary Blair.

L’artista assorbì l’estetica e la ricchezza di colori di quei paesi e la rifletté in concetti artistici colorati in film come Cenerentola (1950), Alice nel paese delle meraviglie (1951) e Peter Pan (1953).

La carriera di Mary Blair alla Disney non si limitò ai film d’animazione: Mary progettò It’s a Small World, una delle attrazioni più popolari di Disney World.

Ruthie Tompson Animatrice

Ruthie fu un’altra pioniera dell’animazione al femminile, anche lei iniziò il suo percorso professionale nel dipartimento di inchiostrazione e pittura. Nel corso di quattro decenni, lavorò a vari progetti, rivedendo i rodovetro di animazione prima che venissero girati e pianificando le scene per film come Fantasia (1940), Dumbo (1941), La bella addormentata (1950) e Mary Poppins (1964)

Ci sono state molte altre professioniste che hanno dovuto superare gli ostacoli del tempo per accedere alle opportunità nel mondo dell’animazione. Così facendo, hanno creato film classici per la gioia di migliaia di bambini in tutto il mondo.

Per curiosità:

Attualmente le tecniche di animazione non sono assolutamente comparabili con quelle impiegate in quel passato!

Ieri:

La tecnica di animazione dello stop motion. o animazione a passo uno. Si tratta di una delle tecniche più usate e apprezzate anche nel mondo del cinema, tanto che uno dei primi a usarla fu Georges Méliès – uno dei padri fondatori della settima arte – che la utilizzò nel 1902 per il suo film Viaggio nella luna.

La tecnica di per sé è molto semplice: si tratta di fotografare degli oggetti, dei disegni, delle marionette o delle persone in pose successive in cui la posizione o piccoli dettagli sono sempre leggermente variati. Questi fotogrammi mostrati poi all’occhio umano ad alta velocità (12 o 24 fotogrammi al secondo) simuleranno una particolare sensazione del movimento.

5 originali corti di animazione per lasciarsi ispirare | Pixartprinting

Oggi

L’animazione digitale (anche detta computer animation, intesa come parte della grafica compiuterizzata) cominciò a diffondersi negli anni sessanta . Dopo varie sperimentazioni le prime applicazioni commerciali furono quelle di realizzazioni di grafiche ed effetti speciali per film e sigle di programmi televisivi.

Animazione digitale – Wikipedia



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Perchè siam donne: Josephine Baker la ” Venere nera” entra nel Pantheon di Parigi

Josephine Baker, prima donna nera nel Pantheon di Parigi. –

L’omaggio della Francia all’artista, ballerina, combattente nella resistenza all’occupazione nazista e attivista contro il razzismo –

Oggi è il giorno in cui Josephine Baker entra simbolicamente nel Pantheon di Parigi: la prima donna nera a ricevere la più alta onorificenza francese.

Una “figura eccezionale” che “incarna lo spirito francese”, “una donna la cui intera vita è stata dedicata alla ricerca della libertà e della giustizia” si legge nella motivazione con cui Emmanuel Macron ha spiegato la scelta di celebrare Josephine Baker che è anche la prima persona nata negli Stati Uniti e la prima ‘performer’ a essere immortalata nel nel Pantheon, raggiungendo figure come Marie Curie, Voltaire, Victor Hugo e altri personaggi che hanno illustrato la Francia. Ballerina, cantante, nata negli Stati Uniti in povertà e segregazione, star della “Revue Nègre” a Parigi tra le due guerre, combattente della resistenza all’occupazione nazista, attivista contro il razzismo: ecco chi era Josephine Baker. –

Nata Freda Josephine McDonald, il 3 giugno 1906 a Saint Louis nel Missouri, da madre nativa americana e padre di origine spagnola, trascorre gli anni della gioventù nella povertà e nella segregazione. Messa a servizio domestico abbandona la scuola. A 13 anni il primo matrimonio. Successivamente si unisce a una compagnia di artisti di strada e nel 1921 sposa Willie Baker, di cui  manterrà il nome anche dopo la separazione. Parte per tentare la fortuna a New York e a sedici anni debutta a Broadway. Nel 1925 arriva a Parigi con Sidney Bechet. l 2 ottobre 1925, diventa la star della “Revue Nègre” al Théâtre des Champs-Elysées. Qui, in breve tempo conquista il ruolo di prima ballerina e diventa una celebrità a Parigi. La sua danza, un infuocato charleston eseguito in un’ambientazione esotica che unisce il gusto piccante e ricercato del varietà francese al folklore della musica africana, lascia il pubblico a bocca aperta. 

Nel 1927, alle Folies Bergères, Josephine Baker si spinge ancora oltre nello sfruttare le fantasie coloniali dell’epoca esibendosi vestita soltanto di una cintura di banane, accompagnata da una pantera. La prima canzone che esegue nel 1930 al Casino de Paris, “J’ai deux amours, mon pays et Paris”, la consacra definitivamente come diva. –

Nel 1937 ottiene la cittadinanza francese attraverso il matrimonio con Jean Lion. Il matrimonio dura un paio d’anni e nel 1940 la “Venere nera” si rifiuta di cantare davanti ai tedeschi nella Parigi occupata dalle truppe naziste. In realtà, già dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale Josephine Baker era entrata nel controspionaggio francese. Durante tutta la guerra, fornisce informazioni alla Resistenza e si esibisce per le truppe alleate, per le quali riceve la medaglia della Resistenza nel 1946 e la Legion d’onore nel 1957 da Charles De Gaulle.

Dopo la guerra Josephine Baker partecipa alla lotta contro il razzismo in Francia e negli Stati uniti. Con il suo ultimo marito, il direttore d’orchestra Jo Bouillon, sposato nel 1947, adotta dodici bambini di diverse culture e origini da tutto il mondo, la sua “tribù arcobaleno”, per dimostrare che “esiste una sola razza umana”. 

Nel 1963, durante la marcia per i diritti civili a Washington guidata da Martin Luther King, il “giorno più felice della sua vita”, Josephine Baker tiene il suo discorso nell’uniforme dell’esercito francese, con le sue decorazioni. –

Negli ultimi anni assume un ruolo importante l’incontro, l’amicizia e il sodalizio con Grace Kelly, già principessa di Monaco, che apprezza il suo talento e l’aiuta concretamente.

Ma c’è anche il riconoscimento istituzionale da parte della Francia, nella persona dell’allora presidente della repubblica, V. Giscard d’Estaing, che in un famoso telegramma scrive: “Nel rendere omaggio al suo talento universale e nell’esprimerle la riconoscenza della Francia il cui cuore ha così spesso battuto insieme al suo, le invio, cara Joséphine, i miei più amichevoli auguri in occasione delle nozze d’oro (1925-1975) che Parigi celebra con lei” Joséphine continuerà a cantare e a ballare fino all’ultimo (sessantotto anni), instancabile, allegra, piena di sogni e di forza.

Il 12 Aprile del 1975 muore in seguito ad un’emorragia cerebrale. I funerali, a cui partecipano ventimila persone, si svolgono nella chiesa della Madeleine de Parise e Joséphine viene poi sepolta nel cimitero del Principato di Monaco.

Sapete che ho sempre scelto la strada più difficile. Diventando vecchia, sicura di averne la forza e la capacità, ho preso quel sentiero difficile e ho cercato di renderlo un po’ più facile. Volevo renderlo più facile per voi. Voglio che abbiate l’opportunità di fare tutto quello che ho fatto io, senza che siate obbligati a scappare per ottenerlo.

Fonti

Joséphine Baker | enciclopedia delle donne

Josephine Baker, prima donna nera nel Pantheon di Parigi. La vita attraverso le immagini – Photogallery – Rai News

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Perchè siam donne: L’arma segreta delle donne dai tempi dei tempi …ancora oggi?

Bravery of the Persian Women

Frans Francken the Younger(1581-1642)

Il coraggio delle donne persiane è uno dei primi esempi dei celebri dipinti storici di Frans Francken il Giovane.

Qui ritrae una delle storie raccontate da Plutarco nel quinto volume dei suoi Moralia, ( 46/48 d.C.) dedicato al coraggio delle donne.

Battendo una frenetica ritirata, l’esercito persiano guidato da Ciro il Grande (590 a.C. – 529 a.C.) cercò di rientrare in città da dove proveniva, con il rischio di portare con sé il nemico inseguitore.

Furiose per essere messe in pericolo, le donne della città corsero incontro ai soldati e sollevarono le loro vesti per farli vergognare. Accusando i loro mariti di codardia, le donne li esortarono a tornare in battaglia. Mortificati, i Persiani rinnovarono il loro coraggio e tornarono a sdorsi il nemico.

Questo dipinto delle dimensioni di una parete è esemplare dell’abilità tecnica di Francken nella composizione di scene di folla strettamente imballate e nella resa di piccole figure. È anche tipico della sua preferenza per argomenti storici o allegorici che potevano – come i racconti di Plutarco – trasmettere un messaggio morale allo spettatore.

Anticipando di centinaia di anni un gesto di coraggio delle donne! Così pensava Plutarco!

Nel diciannovesimo secolo in Cina le donne salivano in cima alle mura delle città e alzavano le vesti per spaventare gli uomini.

Nel 1958 settemila donne nel Camerun Occidentale, in Africa, hanno alzato le loro gonne in una incredibile dimostrazione per protestare contro i regolamenti governativi che stavano cambiando in peggio il modo in cui le donne coltivavano la loro terra. Le donne hanno vinto!

Alzare deliberatamente le gonne per rivelare la propria femminilità è il gesto più antico e più orgoglioso usato individualmente e collettivamente dalle donne da millenni per proteggere le loro famiglie, case, comunità, fertilità e stile di vita. E farsi riconoscere come individui con gli stessi diritti e gli stessi doveri di ogni appartenente alla società umana.

La domanda è: é ancora questo il miglior gesto di coraggio delle donne per farsi valere?

Ne abbiamo di strada da fare!

Fonte:





(20+) Catherine Blackledge | Facebook

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Perchè siam donne:Plautilla Bricci pittrice e architettrice del barocco

Plautilla Bricci è stata una pioniera, una prima donna, ovvero la prima architetta d’Europa.

Il suo lavoro ha regalato a Roma bellezza e arte. A raccontare questa figura così importante della storia artistica della città è una mostra allestita alla Galleria Corsini: “Una rivoluzione silenziosa: Plautilla Bricci, pittrice ed architettrice”.

Si tratta della prima esposizione interamente dedicata alla figura e al lavoro dell’artista che operò nella Roma barocca. In mostra, l’intera produzione grafica e pittorica dell’artista e vari progetti rinvenuti nell’Archivio di Stato, come uno per il rifacimento della Scalinata di Trinità de’ Monti.

Plautilla Bricci nacque nell’agosto del 1613 in quel dedalo di vicoli intorno piazza del Popolo che allora e anche dopo era ad alta densità di artisti, pittori, musicisti, scrittori.

Il padre di Palutilla era appunto, uno di questi artisti e faceva parte del circolo del Cavalier D’Arpino.

Sebbene non fosse frequente per una donna all’epoca diventare un’artista di fama, una firma capace di attrarre a sé incarichi prestigiosi e ricche commesse, ormai sappiamo, grazie alle ricerche degli ultimi anni che di artiste ce ne erano.

In particolare, la sorte che spingeva una donna a intraprendere la strada dell’arte era spesso legata a due o alla vita claustrale nelle quattro mura di un monastero (circostanza che ci ha regalato grandi pittrici e miniaturiste) oppure, come nel caso di Plautilla, l’essere figlia di artista. 

Il che apriva la strada all’apprendimento diretto delle tecniche pittoriche nei laboratori artigianali di famiglia, come era accaduto anche per la più celebre collega pressoché contemporanea della Bricci, ovvero Artemisia Gentileschi.

Fu così che Plautilla, grazie al padre Giovanni e alla frequentazione del circolo di intellettuali che si riunivano intorno al Cavalier d’Arpino potè apprendere le tecniche pittoriche e i rudimenti dell’architettura per poi intraprendere la propria carriera e contribuire a quell’esplosione di splendore che fu la Roma Barocca.

L’incontro che cambiò le sortì e diede spinta alla carriera artistica di Palutilla Bricci fu quello con l’abate Elpidio Benedetti. Messo pontificio a Parigi, al suo ritorno dalla Francia era in cerca di giovani talenti da proporre al cardinale Mazzarino.

La sua attenzione si posò su una giovane donna artista che iniziava a farsi strada. Siamo intorno al 1630 e Plautilla Bricci inizia a lavorare con costanza. Delle sue opere ne sono arrivate molto poche a noi, e tutte di un periodo successivo. Ma sappiamo per esempio, che la pittrice e architetta frequentò la prestigiosa Accademia di San Luca.

Sebbene ebbe diverse commesse come pittrice, la vera fama arrivò con la sua opera di architetta, architettrice.

La scoperta di documenti inediti sulla vita di Plautilla, l’identificazione di nuove opere e il restauro dei suoi progetti architettonici conservati presso l’Archivio di Stato di Roma , consentono di fare nuova luce su questa affascinante figura di artista, unico architetto donna dell’Europa preindustriale.

In mostra si potranno ammirare un ambizioso progetto della Bricci per la scalinata di Trinità dei Monti (1660), la vasta lunetta da lei dipinta per i Canonici lateranensi (1669-1673) e altre due sue tele conservate a Poggio Mirteto, restaurate per l’occasione: lo Stendardo della Compagnia della Misericordia raffigurante la nascita e il martirio del Battista (1675) e la Madonna del Rosario (1683-1687) del duomo.

Chiude l’esposizione un prestito eccezionale: il quadro d’altare raffigurante San Luigi IX di Francia tra la Storia e la Fede dipinto da Plautilla per la cappella di San Luigi (1676-1680) nella chiesa dei Francesi, interamente progettata dall’architettrice per l’abate Benedetti, accanto alla cappella Contarelli.

A incaricarla della sua opera forse più celebre, compiuta con il fratello Basilio, fu ancora una volta Benedetti che la incaricò della costruzione della villa, presso Porta San Pancrazio, detta poi ‘del Vascello’.

Come si sa, la villa venne distrutta dalle cannonate francesi nell’assedio alla Repubblica Romana, ma dalle testimonianze precedenti sappiamo che l’opera venne molto elogiata e con lei l’architettrice.

Ciò che possiamo ancora ammirare invece è la cappella creata all’interno della Chiesa di San Luigi dei Francesi. Nota per lo più per i dipinti di Caravaggio, all’interno della chiesa la cappella principale è opera proprio di Plautilla Bricci. E’ dedicata a Luigi IX e all’interno splende la a pala d’altare ‘La Francia tra la Storia e la Fede’.

Il quadro è ora in mostra alle Gallerie Corsini.

Dopo questi due trionfi, Plautilla continuò a lavorare fino circa al 1692 quando decise di ritirarsi, ormai anziana, in un convento a Trastevere, dove morì alla fine del 1705.

Sebben che siamo donne” è il titolo di uno dei tanti canti delle donne mondine che rivendicavano il loro salario come al solito minore di quello degli uomini.
Con questo titolo pubblicherò articoli che parlano di donne che non hanno ricevuto i dovuti riconoscimenti e per il loro ingegno e per il lavoro fatto. Solo per il fatto di essere donne. O temporanea
mente dimenticate.

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Anche i gatti hanno problemi esistenziali!

Vi abbiamo già mostrato la versione del 1910 del capolavoro.

Edvard Munch è tornato sul tema dell’Urlo diverse volte nella sua vita cercando di aggiungere più dramma all’evento.

Per raggiungere il suo obiettivo, l’artista ci ha dato solo un po ‘di deliziosa panna fresca e ha messo da parte una tazza, dicendo che siamo troppo grassi per finirlo senza danneggiare la nostra salute.

Cominciammo a urlare: “Di più, di più di questa crema!”

Così è stato creato questo dipinto, pieno della tragedia della vita quotidiana di un gatto grasso a dieta.

La vera arte richiede sacrificio, si sa

Così parla Zarathustra il Gatto!

fonte;

More of thiS cream! (fatcatart.com)

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Perchè siam donne: Finalmente in mostra centodieci artiste pioniere dell astrattismo del ‘900! Molte sconosciute!

LA MONUMENTALE MOSTRA ALLESTITA GUGGENHEIM MUSEUM DI BILBAO, CON 400 LAVORI ESPOSTI, VUOLE RIBALTARE LA PERCEZIONE DEL SECOLO SCORSO CON UN AMPLISSIMO BACINO DI ARTISTE. SPAZIANDO DALL’ARTE TESSILE AI VIDEO, DALLA PITTURA ALLA DANZA.

Chiedendo a cento persone diverse che forma darebbero a un’idea, si riceveranno cento risposte altrettanto diverse. Lo stesso vale per ognuna delle 110 donne in mostra al Guggenheim Museum di Bilbao, molte delle quali è probabile che non abbiate mai sentito nominare: l’astrazione è una cosa diversa. Alcune rispondono con arte pittorica, altre tessile – troppo a lungo annoverata tra gli “hobby” artigianali –, c’è chi risponderebbe con un video e chi non riuscirebbe a condensare le sue emozioni in nient’altro che in una danza.

Il compito della mastodontica collettiva Women in Abstraction, in mostra fino alla primavera 2022, è duplice. Da un lato, vuole riportare alla luce le opere e i volti di quelle personalità considerate visionarie: “In apertura ci sono i ritratti di tutte e 110 le artiste della mostra, è uno statement”, racconta la curatrice del Centre Pompidou Christine Macel a cui dobbiamo la mostra insieme alla curatrice del Guggenheim Lekha Hileman Waitoller. “Se conosciamo alcune delle opere in mostra, o persino i loro nomi, quanti di noi possono dire di riconoscerne i volti, come faremmo con Picasso o Giacometti?”.
Il secondo scopo è quello – ancora più arduo – di trasmettere la complessità della percezione artistica, della manifestazione emotiva e stilistica di teorie e modelli che dialogano molto con il proprio tempo, pur offrendo qualcosa di assolutamente ineditolo sguardo delle donne.
Gli oltre 400 lavori in mostra compongono un’enciclopedia del Novecento mai vista prima, una mastodontica rivisitazione di ciò che molti pensano di sapere sui più grandi movimenti artistici del secolo scorso e dei loro protagonisti. L’esposizione, ideata dal Centre Pompidou dopo due anni di ricerca, ordina quasi cronologicamente una quantità impressionante di lavori, che rinnovano la nostra visione del secolo scorso.

Georgiana Houghton

Osservando le linee bianche delle opere di Georgiana Houghton, si assiste a una forma di astrattismo che è comunicazione spirituale e divina attraverso le simbologie – non troppo diverso dal fare arte “filosofico” di Hilma Af Klint, a cui troppo spesso viene attribuita l’anticipazione dell’opera di Kandinskij: “Fanno due cose completamente diverse”, dice Macel.

Hilma Af Klint, The Swan, No. 16, Group IX/SUW, 1915. Oil on canvas, 154.5 x 151 cm. Courtesy of The Hilma af Klint Foundation © Hilma Af Kint, VEGAP, Bilbao, 2021. Photo Moderna Museet, Stockholm

Se le prime forme di astrattismo sono pittoriche, non passa molto perché artiste come Loie Fuller o Gret Palucca concretizzino l’astrazione nella danza, o nell’arte tessile come Gertrud Arndt, che come tutte le donne del Bauhaus permettevano il mantenimento del gruppo di artisti uomini vendendo tappeti e arazzi. Arrabbiarsi, passeggiando per la mostra, è inevitabile se si è femministi

. Spicca con forza il volto di Hedda Sterne, nel ritratto collettivo degli irascibili americani, unica donna in un mare di uomini, e lo stesso vale per le sfortunate “mogli”, occultate dal successo dei mariti: Lee Krasner sopra tutte, la moglie di Jackson Pollock – le cui opere in olio e smalto su cartone e lino sono talmente precise e stratificate da parere ricami fatti all’uncinetto –, che insisteva su come lei fosse semplicemente un’artista, non una “donna artista”. La mostra, aspetto a cui Macel teneva molto, non è eurocentrica: fortissimo il “vestito” di luci di Wook-kyung Choi, che mutua dall’astrazione coreana e dal pop newyorchese una critica della cultura patriarcale, e immaginifica l’astrazione modulare della libanese Saloua Raouda Choucair, che, ispirata dalla poesia rap, ricrea il modo in cui si combinano le lettere nel flow

L’astrazione è in queste voci di donna eccentrica e umoristica: due esempi sono la scultura-danza di Marta Pan – che acquisisce senso solamente quando la si guarda insieme a un video di forsennata danza di coppia – e l’opera di Rosemarie Castoro, che nei Seventies dedica una scultura ai peli delle ascelle. L’impressione che nasce da tutte queste opere è quella di avere molto da imparare, e una nuova grande occasione per farlo.

Fonte:

Le donne dell’astrazione in mostra a Bilbao (artribune.com)


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* Non solo Halloween! All Hallows Eve !

All Hallows Eve

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STREGA O DEA ?

Nella cultura celtica, come in quella gaelica, la donna è stata sempre considerata  figura importante e determinante nel sostegno e nella conduzione del clan e della comunità. A volte alla pari dell’uomo.
Le donne celte e le gaeliche erano addette alla cura dei malati, avevano conoscenze di medicina erboristica ed avevano perfino il potere della chirurgia.
In alcune culture nordiche la medicina era addirittura competenza esclusiva delle femmine del clan.
Colei che raccoglieva, seccava ed estraeva principi vitali dalle erbe era considerata creatura soprannaturale e degna del rispetto e spesso della venerazione del gruppo.
Il ruolo della wicca era quello di curare e guarire, e questo era considerato una facoltà divina.
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( E’ facile associarlo poi alla stregoneria )

Eventi divini venivano considerati anche i cicli della natura ed in una società ancora rurale era  di vitale importanza prevederli e celebrarli con rituali propiziatori.
La donna sacra, la wicca  diviene artefice di sopravvivenza per il gruppo.
Ella cura la preparazione dei riti propiziatori per avere la benevolenza della Dea Madre.
Ella ha la facoltà di interpretarne i segni per la divinazione.
Ella è una guida spirituale, la sua magia è indirizzare le vite degli altri.
La wicca non è, come la strix latina, a contatto con i demoni, ma è la figlia eletta della Dea.
( E’ facile associarla poi alla stregoneria )
Tutti questi riti pagani, passati nella cultura mediterranea dominata dalle fedi monoteiste, sono stati  in seguito interpretati come eventi di stregoneria malefica e, ritenuti manifestazioni del “ diavolo”, condannati all’estinzione attraverso la purificazione con il  Fuoco.
Molti dei riti celtici legati alla wicca sono arrivati fino a noi attraverso i secoli e oggi la religione wiccan si sta diffondendo tra le donne, soprattutto nei paesi di lingua inglese.halloween
Un momento importante delle celebrazioni celtiche magiche era proprio il passaggio tra il 31 ottobre ed il 1 novembre,quella notte che la cultura anglosassone ha trasformato nella festa di Hallowe’en, All Hallow’ Eve, cioè vigilia di Ognissanti.
In realtà questa era la festa più importante di tutto il calendario celtico che si svolgeva secondo i ritmi della natura e delle stagioni, Samhain , la notte più lunga e buia dell’anno con cui ha inizio anche la metà oscura dell’anno.
Era la celebrazione di Samhair, divinità che rappresentava la notte e la morte insieme.
Tutte le gesta epiche e le grandi battaglie della mitologia celtica e gaelica,dall’Irlanda alla Scozia al Galles si svolgono nella notte di Samhair.
In quella notte iniziava l’epoca del lungo buio invernale, segnava la fine dei raccolti e della pastorizia: le nebbie gelide scendevano sulle highlands, la luce del sole riscaldava solo per poche ore.
La gente dei clan si stringeva vicino ai focolari a narrare di gesta e leggende e , secondo la regola della wiccan, le leggi che governavano la vita erano sospese.
Samhair chiamava a sé, in quella notte, le anime dei morti e queste solo in questa occasione avevano la possibilità di entrare nel corpo di un vivente e riappropriarsi della vita.
Il mattino seguente veniva acceso un grande fuoco al centro del villaggio o del castello, e quel fuoco rappresentava il nuovo scorrere delle stagione e della vita verso la primavera.
Simboli: intagliate, mele , spirali continue che indicano l’infinità del ripetersi dei cicli, falò, candele alla finestra.
Erbe : Rape, Ghianda, quercia, mele, cedro giallo, salvia, foglie secche, noci.
Decorazioni : zucche intagliate, ghirlande di fettine di mele, ghirlande di foglie secche da appendere alla porta o al muro, melograni.
Candele: Arancione verde nero bianco.
Incenso: mirra, patchouli, cannella, aghi di pino

Letture:
sul movimento neopagano :
“La danza a spirale” di Starhawk –  Macroedizioni
“La quinta cosa sacra” della stessa autrice

per approfondire:
“ La Dea bianca “ di Robert Graves – Adelphi
“ When God was a Woman” di Merlin Stone – Mariner Books
Illustrazione di Olivia Del Bufalo
immagine di inizio: Jinxmim.deviantart.com
 
Leggi anche. “Che c’entra la zucca?
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La buona notizia del venerdì: “La squadra italiana porta a casa la sua terza Coppa del Mondo ….de la Patisserie!!!

Sabato 25 settembre l’Italia ha trionfato nella coppa del mondo di pasticceria.

La nostra selezione di pasticceri si è infatti aggiudicata la Coupe du Monde de la Pâtisserie all’arena del Sirah.

La Coupe du Monde de la Patisserie è la più prestigiosa delle competizioni internazionali di pasticceria.

Nata nel 1989 per volontà del MOF Gabriel Paillasson con l’intento di promuovere e valorizzare la professionalità della pasticceria, è il premio più ambito e difficile da conquistare. 

Il concorso, che si svolge a Lione presso il Sirha nel mese di gennaio negli anni dispari, riunisce i nomi più prestigiosi della pasticceria internazionale.

Precisione, concentrazione e fantasia hanno contribuito ai pastrychef tricolore di aggiudicarsi il prestigioso premio con opere d’arte dedicate alla natura.

Il dolce, alto ben 165 centimetri, è una vera e propria scultura di fiori e insetti di cioccolato, tra cui due grandi formiche e un’ape gigante che offre loro del miele

Lorenzo Puca, il designer dello zucchero. Andrea Restuccia, il pasticcere. Massimo Pica, il cioccolatiere. Insieme hanno conquistato la Coppa del Mondo di pasticceria, la competizione internazionale che dal 1987 si svolge al Sirah, il salone della ristorazione di Lione.

I tre concorrenti hanno battuto le altre 10 nazioni in gara con una prova perfetta: in dieci ore hanno realizzato un dessert al cioccolato da condividere, un dessert da ristorante — categoria introdotta quest’anno come novità e giudicata da chef del calibro di Dominique Crenn e Jordi Roca —, una torta gelato, una scultura di zucchero alta 165 centimetri e un’altra di cioccolato che hanno saputo convincere la giuria.

Secondo posto per il Giappone, che ha conquistato la medaglia d’argento, poi la Francia con il bronzo.

Il prossimo obiettivo è vincere il campionato mondiale di cucina per cuochi, il Bocuse d’Or, a cadenza biennale che si tiene sempre a Lione e nominato così in onore dello chef Paul Bocuse.

A guidare il team italiano c’è il giovane chef Alessandro Bergamo, già sous chef del ristorante Cracco di Milano.