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* Sebben che siamo donne: Sylvia Beach e la libreria più bella del mondo

 

 

Una delle librerie più belle al mondo è sicuramente la Shakespeare and Company di Parigi. Essa prende il nome da quella libreria che l’americana Sylvia Beach aprì sulla Rive Gauche parigina nel 1919 e che segnò la vita culturale della Parigi di quegli anni.

Terza figlia di Sylvester Woodbridge Beach, reverendo presbiteriano, e di Eleanor Thomazine Orbison, Sylvia passa i primi anni della sua vita tra il Maryland e il New Jersey, trasferendosi poi con la famiglia in Europa e viaggiando spesso, grazie al lavoro del padre.

Arrivata a Parigi nel 1916 con l’intento di studiare letteratura francese, Sylvia vi conosce la libraia Adrienne Monnier, che diventa ben presto la sua inseparabile compagna, tanto nella vita quanto negli affari. Nel “negozietto grigio” della Monnier, Sylvia incontra molti di quegli intellettuali che graviteranno poi intorno alla Shakespeare and Company; eminenti personalità degli anni a cavallo del secolo, da Ezra Pound ad André Gide fino a Ernest Hemingway.

Se il grande sogno dell’americana trapiantata in Francia era quello di tornare a New York, per aprire una libreria aperta ai grandi autori della letteratura francese contemporanea, gli affitti troppo cari della Grande Mela costituiscono uno scoglio insormontabile. È così che il progetto subisce una radicale quanto fortunata trasformazione: Sylvia decide di aprire una libreria americana nel cuore di Parigi.

Rue Dupuytren 8: questo è il primo indirizzo della Shakespeare and Company, aperta il 19 novembre 1919. Fuori dalla libreria troneggia una splendida insegna raffigurante il drammaturgo inglese che, secondo Beach, “guardava con occhio benevolo all’impresa”. La censura contro la libertà d’espressione che in quegli anni regna in America farà la fortuna della libreria e della sua biblioteca itinerante: la fornitissima Shakespeare and Company attira infatti tutti quei pellegrini che, attraversato l’oceano per stabilirsi a Parigi, contribuiscono a creare un’autentica colonia americana sulla Rive Gauche.

Tra i clienti di Shakespeare and Company si segnalano da subito nomi quali Man Ray, le cui fotografie fanno bella mostra di sé sulle pareti della libreria; Francis Scott Fitzgerald, disegnatore di una vignetta, realizzata sulla copia di Sylvia del Grande Gatsby, che lo ritrae seduto a un tavolo con le due libraie e Joyce, e Gertrude Stein, che scrive, come gesto di amicizia, una poesia dedicata a Sylvia, e al suo negozio, dal titolo Rich and Poor in English.

Ma uno fra tutti è il nome a cui è legata la fama della libreria e della sua proprietaria: James Joyce. Beach conosce lo scrittore irlandese a una festa, nell’estate del 1920; un incontro segnato dal timore reverenziale che Sylvia prova per l’autore, che in quegli anni era concentrato sulla stesura dell’Ulysses. Durante una discussione riguardo al futuro del libro, Beach si propone come editore. Benché senza esperienza, la libraia ha un progetto grandioso per l’opera: una tiratura di mille copie pronte per l’autunno del 1921, stampata in tre formati e supporti diversi.

A questo grandioso progetto che assorbe, insieme all’attività della libreria, le giornate di Sylvia, si sovrappone il trasloco della Shakespeare and Company al numero 12 di Rue de l’Odéon. È quindi con un certo di ritardo e molti sacrifici, soprattutto economici, che la Shakespeare and Company pubblica come editrice il suo primo libro: il 2 febbraio 1922 Sylvia consegna a Joyce la prima copia dell’Ulysses. Nonostante le rigide censure imposte oltre oceano e grazie all’aiuto di Hemingway, il romanzo sbarca anche in America – nascosto nei pantaloni del grande scrittore.

Nuove fatiche editoriali, sempre concentrate sui lavori di Joyce col quale s’è ormai stabilito un forte sodalizio; difficili scelte nel campo delle pubblicazioni, nate dal fraintendimento sorto con la grande censura che aveva colpito l’Ulisse; lotte serrate contro le edizioni pirata del capolavoro: è in questo clima che, per Sylvia e la libreria ma soprattutto per il mondo, iniziano gli anni più bui del XX secolo.

La generazione perduta della Rive Gauche è diventata il punto di riferimento del suo tempo: molti intellettuali calcano le scene da protagonisti e alcuni tornano in America, paese d’origine di molti degli affezionati della Shakespeare and Company. La lontananza dei più cari amici unita alla Grande Depressione prima, e all’occupazione nazista poi, porta la libreria della Beach a dover lottare per sopravvivere. Più volte Sylvia riceve visite di ufficiali tedeschi interessati alla sua attività: deve fronteggiare le loro pressioni, e raggira la loro minaccia di prendersi la libreria traslocandola in gran segreto, di notte, in uno degli appartamenti sfitti del palazzo. Ma nulla può contro le conseguenze della sua cittadinanza americana.

Chissà se i tedeschi vennero davvero a confiscare Shakespeare and Company? Se sì, non la trovarono” scrive Sylvia nel suo libro di memorie “Ma alla fine vennero a prenderne la proprietaria”. Passa sei mesi in un campo di concentramento e quando torna a Parigi, per evitare di essere di nuovo imprigionata, vive nascosta nel foyet des etudiantes di un’amica; ma ogni giorno si reca in Rue de l’Odéon per informarsi sulla libreria di Adrienne Monnier, la resistenza parigina e la sorte degli scrittori che per anni avevano animato la Shakespeare and Company.

Nonostante gli scontri, che proseguono intensi, e nonostante i cecchini tedeschi sui tetti, con la liberazione di Parigi Sylvia torna alla sua libreria, che però non riaprirà mai più i battenti. Parigi continua comunque a essere la sua città: vi rimane fino alla morte, avvenuta nel 1962, a sette anni dal suicidio dell’amica Adrienne.

Per chi voglia rendere omaggio all’editrice di Joyce, alla donna che ha saputo dare vita a un cenacolo culturale animato dai nomi più importanti della cultura (americana e non) della prima metà del XX secolo, le spoglie di Sylvia Beach risposano al Princeton Cemetery.

“Sebben che siamo donne” è il titolo di uno dei tanti canti delle donne mondine che rivendicavano il loro salario come al solito minore di quello degli uomini.
Con questo titolo pubblicherò articoli che parlano di donne che non hanno ricevuto i dovuti riconoscimenti e per il loro ingegno e per il lavoro fatto.
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* La buona notizia del venerdì: Leggere a m.3466 si può! da laFeltrinelli sul Monte Bianco

Apre sul Monte Bianco la libreria più alta d’Europa

Siamo sul Monte Bianco, all’interno della stazione Punta Helbronner The Sky, la terza dell’impianto Skyway Monte Bianco di Funivie Montebianco S.p.a.: qui laFeltrinelli ha scelto di inaugurare la libreria più alta d’Europa.

Ciò che rende la montagna unica e l’esploratore fortunato, è la possibilità di guardare il mondo da un punto di vista diverso ed emozionante. Ed è proprio questo che rende così simili un buon libro e la montagna, il lettore e il viaggiatore”, si legge nella presentazione di laFeltrinelli 3466 (le foto sono di Lorenzo Passoni, ndr).

Una finestra su un luogo unico dove fermarsi, incontrare nuove storie, immergersi nella lettura con il Monte Bianco come ispirazione per ritrovare silenzio, tempo e misura.

60 metri quadri a quota 3.466 metri e una proposta letteraria rivolta a chi adora camminare nei boschi, immerso nella natura, a chi cerca sempre stimoli e punti di vista, a chi sfida i propri limiti e a chi sente il bisogno di fuggire (e ritrovarsi) nelle solitudini aperte.

376 titoli per un totale di 1726 libri, suddivisi in percorsi tematici: dalla sezione bestseller d’alta quota ai libri illustrati di montagna e fotografici, da quelli dedicati agli itinerari Valdostani alla narrativa di montagna, dai libri enogastronomici per scoprire la cucina della Valle d’Aosta ai libri per ragazzi.

Skyway Monte Bianco non è solo una funivia, è un’idea – precisa Federica Bieller, Presidente Funivie Monte Bianco Spa -. Quella di avvicinare l’uomo alla montagna e al cielo, quella di allargare orizzonti e di superare i confini. Grazie all’apertura de laFeltrinelli 3466 la nostra tecnologica funivia valorizza ancora di più l’ascesa rendendola un’escursione culturale. La cultura di montagna da valorizzare, le parole degli autori che l’hanno amata e sfidata da tramandare, il Monte Bianco come scenario per fantastica

 

A inaugurare il programma delle matinée con lo scrittore, sabato 20 luglio alle ore 12, lo storico e scrittore Alessandro Vanoli, in uscita con il nuovo libro Strade perdute (Feltrinelli) dedicato alle molteplici rotte che l’uomo ha percorso e che segnano le sue radici, dal Nilo, alle rotte del Mediterraneo, dalla Via della seta, alla Route 66, tra strade celebri e altre ancora ignote.

Sabato 27 luglio sempre alle ore 12 è invece la volta della presentazione in reading di Stelle minori (Feltrinelli) di Mattia Signorini, sulla ricostruzione del proprio presente a partire da quella del proprio passato, ancor più se minaccioso e irrisolto.

Foto di Lorenzo Passoni

https://www.illibraio.it/news/librerie/monte-bianco-libreria-feltrinelli-1110601/?fbclid=IwAR3JorRdmvUJCPg3rPpzhJ_Wrrr0D7OLjsH8k-1xVVyvoiD7CnT2ZLWayoM

Nel 2020, segnato dalla pandemia, il mercato del libro cresce del 2,4% (ma le vendite online arrivano al 43%)

https://www.illibraio.it/news/editoria/2020-mercato-libro-dati-1396965/

https://www.illibraio.it/news/librerie/libreria-lello-e-irmao-424083/?fbclid=IwAR0_VbdkJ2sX6bDiR3gJtBAoQ2pih6UAEECDX_sTm1_3ydjcAKCnHlQm8tA

 

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* Sebben che siamo donne: Camille Claudel, una geniale e appassionata artista offuscata e dimenticata

Tenetevela, vi prego! Ha tutti i vizi e non voglio rivederla!”.

Con queste poche parole, scritte nel 1913 al Direttore del manicomio di Ville-Evrard, la signora Louise Cervaux, fresca vedova Claudel, condannò la figlia Camille a trascorrere gli ultimi trent’anni della sua esistenza in stato di reclusione forzata, resa ancora più triste dall’oblio che, poco a poco, sarebbe sceso su di lei.

Camille infatti morì il 19 ottobre del 1943 nella più totale solitudine, per la fame e gli stenti, perché nella Francia di quei tempi, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, se già il cibo scarseggiava per i cosiddetti “sani di mente”, figuriamoci se si trovava per i “fous”, i pazzi.

Questa fu la miserevole fine di una donna davvero straordinaria (aggettivo qui da intendersi nel senso etimologico di “fuori-dal-comune”) che, secondo la descrizione fatta dal fratello e confermata dalle fotografie che di lei ci rimangono, in gioventù “aveva una bellezza, un’energia, un’immaginazione e una volontà eccezionali”.

Camille Claudel era nata nel 1862 in uno sperduto villaggio della Champagne, dove il padre Louis lavorava come funzionario comunale, mentre la madre si occupava di mandare avanti il tranquillo ménage familiare, crescendo i tre figli all’insegna dei valori tradizionali quali lavoro, parsimonia, fatica, ubbidienza e senso del dovere.

In questo quadro d’insieme, ben poco tempo restava per le dimostrazioni d’affetto, specie da parte materna. Suo padre invece riuscì a cogliere e valorizzare l’incredibile inclinazione naturale che Camille dimostrò di possedere fin da bambina per la scultura: tutto ciò che vedeva, leggeva e immaginava, la spingeva infatti a modellare quelle che, in principio, erano semplici statuine d’argilla.

Lo scultore Alfred Boucher, richiesto di un parere dal signor Claudel, comprese subito il genio che animava quella ragazzina e consigliò al padre di farla “monter vers la Capitale”, perché soltanto a Parigi, a quei tempi centro della vita artistica e culturale di tutta Europa, avrebbe potuto studiare e diventare una vera artista.

Ecco dunque che nel 1881 l’intera famiglia si trasferì nella “Ville Lumière”, dove Camille iniziò a seguire lezioni di modellato presso l’atelier dello stesso Boucher e poi, quando quest’ultimo si trasferì in Italia, nello studio di Auguste Rodin, scultore che si era già creato una fama importante.

Di ventidue anni più vecchio di lei, brutto, tarchiato e legato ad una donna che gli aveva regalato un figlio, ma con la quale non aveva voluto sposarsi, Rodin fu presto sconvolto dalla bellezza, dal talento e dal temperamento della nuova allieva, che in poco tempo diventò la sua più stretta collaboratrice, la musa, la modella preferita e l’amante. Per i successivi dieci anni i due lavorarono a quattro mani in una sorta di fusione artistica, professionale, amorosa e passionale.

A partire dal 1893 però Camille iniziò a prendere le distanze dal maestro, perché esasperata dai giudizi dei critici che non smettevano di accostare i suoi lavori a quelli di Rodin. Lei infatti voleva ormai rimarcare la propria autonomia e la raggiunta maturità artistica, facendo capire a tutti che le opere che uscivano dalle sue mani erano davvero e soltanto sue.

La confidencia

Quel brusco allontanamento le permise di assicurarsi le prime commesse lavorative in proprio, tanto da poter esporre le sue opere ad importanti esposizioni nazionali ed internazionali.

Le Dieu envolé”, “La Petite Chatelaine”, “la Valse”, “Contemplation”, “le Premier Pas”, “Clotho” e soprattutto “l’Age Mûr“ sono solo alcune delle bellissime opere in marmo o bronzo realizzate da Camille in quegli anni di lavoro febbrile, purtroppo tormentati dalle ossessioni di cui iniziò a soffrire.

La vague

L’amore che aveva provato per Rodin si trasformò infatti in profondo risentimento nei suoi confronti tanto che, sospettando che quest’ultimo volesse impossessarsi delle sue opere, ne distrusse alcune inscenando una specie di “esecuzione” e finendo poi per isolarsi nel proprio studio, in mezzo a disordine, degrado e sporcizia.

Nel marzo del 1913, ad una settimana esatta dal decesso del padre che gli mandava ancora qualche aiuto di nascosto, il resto della famiglia decise di chiederne l’interdizione, ordinando il suo ricovero in quel manicomio da cui, nonostante tutte le sue suppliche, non sarebbe mai più uscita.

Nel 1988, a 45 anni dalla morte, una splendida Isabelle Adjani, nel film “Camille Claudel”, avrebbe finalmente reso il giusto omaggio a questa grande artista, diffondendo la conoscenza della sua opera, ma soprattutto della tristissima vicenda umana che l’aveva vista come protagonista.

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* Sebben che siamo donne: Nicole-Reine Étable de la Brière,la “savant calculatrice” del XVIII secolo

Il 5 gennaio 1723, Nicole-Reine Étable de la Brière nacque nel Palazzo del Lussemburgo a Parigi, l’antica sede dei re di Francia, ma non era una principessa, era la figlia di un servitore di palazzo e i suoi genitori vivevano sul posto.
Fin da bambina mostrò la sua intelligenza e la sua tenacia, passando le notti a leggere libri, tanto da diventare la “savant calculatrice” del XVIII secolo, l’astronoma e matematica francese che predisse la data di ritorno della cometa di Halley.
La sua passione matematica ebbe un vero stimolo quando, all’età di 25 anni, Nicole sposò l’orologiaio reale, Jean-Andre Lepaute, che era già famoso in tutta Europa per i risultati tecnici nel suo campo.
Molti osservatori dipendevano dai suoi modelli a pendolo perché una precisa determinazione del tempo è essenziale per le osservazioni astronomiche.
Ben presto Nicole si interessò alla professione di suo marito e iniziò a collaborare con lui, e la sua prima ricerca ha riguardato la relazione tra la lunghezza di un pendolo e la durata della sua oscillazione, un argomento di grande interesse all’epoca. Lo studio, intitolato “Table des longueurs des pendules” in Traité d’horlogerie, fu pubblicato nel 1755.
Il suo talento fu notato dal giovane astronomo Joseph Lalande che considerava “Madame Lepaute troppo intelligente per non avere la curiosità; ha notato, ha calcolato, ha descritto e diretto il lavoro di suo marito …”.
Alcune fonti indicano che durante questo periodo Lalande era responsabile dell’osservatorio presso il Palazzo del Lussemburgo, quindi probabilmente aveva una visione privilegiata e ben informata della situazione.
Dagli orologi all’astronomia il passo è breve, specialmente se hai qualcuno come Lalande nelle vicinanze, e se sei, come Nicole, una “savant calculatrice” o “learned calculator”.
In un’era in cui i computer non esistevano e i loro antenati meccanici erano rari e piuttosto limitati, Nicole fu reclutata per la causa.
I calcoli erano essenziali per la ricerca astronomica e a nessuno scienziato è stata risparmiata questa attività lunga e noiosa, che ha richiesto una profonda conoscenza della fisica e della matematica, non solo l’applicazione di algoritmi.
Nicole era all’altezza dei suoi colleghi e iniziò il suo primo importante lavoro in astronomia nel 1757, in collaborazione con Lalande e il matematico Alexis Clairaut.
Il progetto fu ambizioso e complesso perché Lalande voleva determinare con precisione la data del ritorno della cometa di Halley.
Per fare questo, fu necessario calcolare gli effetti dell’attrazione gravitazionale di Giove e Saturno sul percorso della cometa, che ha richiesto la derivazione di soluzioni approssimative per il posatore matematico noto come “problema a tre corpi” – specificando il movimento di un trio di oggetti in linea con le loro masse, posizioni e velocità.
Usando le leggi di Newton, ciò comportò un’enorme quantità di lavoro per calcolare le distanze e le forze di attrazione esercitate sulla cometa da ciascun pianeta per periodi di 100 e 50 anni.
Nicole e i due scienziati si consumarono su questo lavoro per più di sei mesi, come ha ricordato Lalande: “Per sei mesi abbiamo fatto calcoli dall’alba al tramonto, a volte anche durante i pasti … L’aiuto fornito da Mme. Lepaute era tale che senza di lei non sarei stato in grado di completare un’impresa così colossale.”
Oggi sembra quasi incredibile che tre persone senza computer possano svolgere questo compito. Alla fine, hanno annunciato all’Accademia delle Scienze che la cometa perturbata avrebbe raggiunto il perielio, il punto di approccio più vicino al sole, a metà aprile 1759. Ciò ha corretto le previsioni fatte dallo stesso Halley, che aveva piazzato l’evento nel 1758.
L’attività matematica e astronomica di Nicole continuò e nel 1761 pubblicò i calcoli di tutte le osservazioni fatte durante il transito di Venere attraverso il Sole e l’anno seguente lavorò sull’orbita di una nuova cometa e calcolò la durata e le dimensioni di un’eclissi solare anulare che sarebbe stata visibile in Europa nel 1764 .
Nel 1774 assunse un nuovo ruolo all’Accademia delle Scienze, dove calcolò le posizioni dei pianeti, del sole e della luna.
Gli ultimi anni della sua vita li trascorsi al capezzale del marito malato, ma morì pochi mesi prima di lui il 6 dicembre 1788.
Traduzione libera da un articolo di Cosmos 79 – Winter 2018 under the headline “The comet calculator”
disegno di Jeffrey Phillips
“Sebben che siamo donne” è il titolo di uno dei tanti canti delle donne mondine che rivendicavano il loro salario come al solito minore di quello degli uomini.
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* Sebben che siamo donne : E’ Cecilia Payne che ha scoperto la materia dell’universo

Secondo il Global Media Monitoring Project del 2015 la percentuale di donne a cui viene data visibilità sui media tradizionali di tutto il mondo è del 24% rispetto agli uomini.

Perchè i traguardi femminili vengono o poco citati o raccontati come eccezioni?

E sono quasi sempre accompagnati da luoghi comuni e stereotipi sul ruolo delle donne?

Eppure sono passati tanti anni anni da quando Charles Darwin in una lettera inviata all’attivista Caroline Kennard, il padre dell’evoluzione affermava che le donne “sebbene generalmente superiori agli uomini in qualità morali, sono intellettualmente inferiori”.

 

La scienziata Cecilia Payne

 

Dalla sua morte nel 1979, la donna che ha scoperto di cosa è fatto l’universo non ha nemmeno ricevuto una targa commemorativa. I suoi necrologi sui giornali nemmeno menzionano la sua più grande scoperta. […]

Ogni studente delle superiori sa che Isaac Newton ha scoperto la gravità, che Charles Darwin ha scoperto l’evoluzione e che Albert Einstein ha scoperto la relatività del tempo.

Ma quando si tratta della composizione del nostro universo, i libri di testo dicono semplicemente che l’atomo più abbondante nell’universo è l’idrogeno. E nessuno si chiede mai come lo sappiamo “.

(Jeremy Knowles, discutendo della totale mancanza di riconoscimento che Cecilia Payne ottiene, ancora oggi, per la sua scoperta rivoluzionaria – da: @alliterate)

La madre di Cecilia  si rifiutò di spendere soldi per la sua istruzione universitaria, ma lei vinse una borsa di studio a Cambridge.

Cecilia completò là i suoi studi, ma Cambridge non le riconobbe la laurea perché era una donna; decise dunque di mandare al diavolo Cambridge e di trasferirsi negli Stati Uniti per lavorare ad Harvard.

Cecilia Payne è stata la prima persona in assoluto a guadagnarsi un dottorato di ricerca in astronomia, al Radcliffe College, con quello che Otto Strauve definì “la tesi di dottorato più brillante mai scritta in astronomia”.

Cecilia Payne non solo scopre di cosa è fatto l’universo, ma anche di cosa è fatto il sole (Henry Norris Russell, un collega astronomo, è di solito accreditato della scoperta che la composizione del sole è diversa da quella della Terra, ma giunse alle sue conclusioni quattro anni dopo Cecilia, dopo averle fortemente consigliato di non pubblicare le sue).

Cecilia Payne è praticamente la ragione per cui sappiamo qualcosa sulle stelle variabili (stelle la cui luminosità, vista dalla Terra, fluttua). Letteralmente ogni altro studio sulle stelle variabili è basato sul suo primo lavoro sull’argomento.

Cecilia Payne è stata la prima donna ad essere promossa a professora ordinaria dall’interno di Harvard, a lei va il merito di aver tracciato la strada per le donne nel dipartimento di scienze di Harvard e in Astronomia, oltre ad aver ispirato intere generazioni di ragazze a intraprendere lo studio delle scienze.

Cecilia Payne fu una scienziata fantastica e tutti dovrebbero conoscerla.

(Traduzione e adattamento di AiM, da un post di Matthew Gardner)

https://lauracarpi.com/2020/10/23/la-buona-notizia-del-venerdi-il-nobel-2020-per-quattro-donne-e-se-ne-parla-solo-nei-rispettivi-ambiti-e-nemmeno-tanto/

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* L’Armonia Micro Macrocosmica è la legge del Cosmo. Tutto è Uno.

Probabilmente esiste qualche collegamento, nell’inconscio dell’uomo, con – si potrebbe dire- l’Universo.
Ci deve essere qualcosa nell’uomo che è universale; in caso contrario egli non avrebbe potuto fare una proiezione simile, non potrebbe leggere se stesso nelle costellazioni più remote.
Non si può proiettare qualcosa che non si possiede; qualsiasi cosa si proietti in qualcun altro è dentro di sè, si trattasse pure del diavolo stesso.
Il fatto che proiettiamo qualcosa nelle stelle significa quindi che possediamo qualcosa che appartiene anche alle stelle.
Facciamo veramente parte dell’universo.
Giacchè si fa parte del cosmo, qualsiasi cosa si faccia dovrebbe essere in armonia con le leggi del cosmo stesso.
(Carl Gustav Jung)
Celestial harmonia macrocosmica – Andreas Cellarius
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* Sebben che siamo donne: Virginia Woolf

“Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna?»

(Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, 1929)

Cos’altro posso fare per incoraggiarvi a far fronte alla vita?

Ragazze, dovrei dirvi – e per favore ascoltatemi, perché comincia la perorazione – che a mio parere siete vergognosamente ignoranti.

Non avete mai fatto scoperte di alcuna importanza. Non avete mai fatto tremare un impero, né condotto in battaglia un esercito. Non avete scritto i drammi di Shakespeare, e non avete mai impartito i benefici della civiltà ad una razza barbara. Come vi giustificate?

È facile dire, indicando le strade, le piazze, le foreste del globo gremite di abitanti neri e bianchi e color caffè, tutti freneticamente indaffarati nell’industria, nel commercio, nell’amore: abbiamo avuto altro da fare. Senza la nostra attività nessuno avrebbe solcato questi mari, e queste terre fertili sarebbero state deserto. Abbiamo partorito e allevato e lavato e istruito, forse fino all’età di sei o sette anni, i milleseicentoventitré milioni di esseri umani che secondo le statistiche sono attualmente al mondo; e questa fatica, anche ammettendo che qualcuno ci abbia aiutate, richiede tempo.

C’è del vero in quel che dite – non lo nego.

Ma nello stesso tempo devo ricordarvi che fin dal 1866 esistevano in Inghilterra almeno due colleges femminili; che, a partire dal 1880, una donna sposata poteva, per legge, possedere i propri beni; e nel 1919 – cioè più di nove anni fa – le è stato concesso il voto?

Devo anche ricordarvi che da ben dieci anni vi è stato aperto l’accesso a quasi tutte le professioni?

Se riflettete su questi immensi privilegi e sul lungo tempo in cui sono stati goduti, e sul fatto che in questo momento devono esserci quasi duemila donne in grado di guadagnare più di cinquecento sterline l’anno, in un modo o nell’altro, ammetterete che la scusa di mancanza di opportunità, di preparazione, di incoraggiamento, di agio e di denaro non regge più.”

Virginia Woolf – 25 gennaio 1882 – 28 marzo 1941

….non si può non aver letto ” Una stanza tutta per sè”

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* Tutto e tutti ti riguardano! Quando senti suonare la campana non chiederti per chi suona!Essa suona anche per te.

Un topo stava guardando attraverso un buco nella parete, spiando quello che il contadino e sua moglie stavano facendo. Avevano appena ricevuto un pacco e lo stavano scartando tutti contenti.
“Sicuramente conterrà del cibo” pensò il topo.
Ma quando il pacco fu aperto il piccolo roditore rimase senza fiato. Quella che il contadino teneva in mano non era roba da mangiare, era una trappola per topi!
Spaventato, il topo cominciò a correre per la fattoria gridando: “State attenti! C’è una trappola per topi in casa! C’è una trappola per topi in casa!”.
La gallina, che stava scavando per terra alla ricerca di semi e vermetti, alzò la testa e disse: “Mi scusi, signor Topo, capisco che questo può costituire per lei un grande problema, ma una trappola per topi non mi riguarda assolutamente. Sinceramente non mi sento coinvolta nella sua paura”. E, detto questo, si rimise al lavoro per procurarsi il pranzo.
Il topo continuò a correre gridando: “State tutti attenti! C’è una trappola per topi in casa! C’è una trappola per topi in casa!”. Casualmente incontrò il maiale che gli disse con aria accattivante: “Sono veramente dispiaciuto per lei, signor Topo, veramente dispiaciuto, mi creda. Ma non c’è assolutamente nulla che io possa fare”.
Ma il topo aveva già ripreso a correre verso la stalla dove una placida mucca ruminava, sonnecchiando il suo fieno.
“Una trappola per topi? – gli disse – E lei crede che costituisca per me un grave pericolo?”. Fece una risata e riprese a mangiare tranquillamente.
Il topo, triste e sconsolato, ritornò alla sua tana preparandosi a dover affrontare la trappola tutto da solo.
Proprio quella notte, in tutta la casa si sentì un fortissimo rumore, proprio il suono della trappola che aveva catturato la sua preda.
La moglie del contadino schizzò fuori dal letto per vedere cosa c’era nella trappola ma, a causa dell’oscurità, non si accorse che nella trappola era stato preso un grosso serpente velenoso. Il serpente la morse.
Subito il contadino, svegliato dalle urla di lei, la caricò sulla macchina e la portò all’ospedale dove venne sottoposta alle prime cure. Quando ritornò a casa, qualche giorno dopo, stava meglio ma aveva la febbre alta. Ora tutti sanno che quando uno ha la febbre non c’è niente di meglio che un buon brodo di gallina. E così il contadino andò nel pollaio e uccise la gallina trasformandola nell’ingrediente principale del suo brodo.
La donna non si ristabiliva e la notizia del suo stato si diffuse presso i parenti che la vennero a trovare e a farle compagnia. Allora il contadino pensò che, per dare da mangiare a tutti, avrebbe fatto meglio a macellare il suo maiale. E così fece.
Finalmente la donna guarì e il marito, pieno di gioia, organizzò una grande festa a base di vino novello e bistecche cotte sul barbecue. Inutile dire quale animale fornì la materia prima.
La prossima volta che voi sentirete qualcuno che si trova davanti ad un problema e penserete che in fin dei conti la cosa non vi riguarda, ricordatevi che quando c’è una trappola per topi in casa tutta la fattoria è in pericolo.
“Quando senti suonare la campana non chiederti per chi suona.
Essa suona anche per te.”
~ E. Hemingway ~
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* Dentro un fiocco di neve

quando il silenzio parla

tu ascoltalo

perchè grande è il suo

sapere

Un piccolo spazio di

eternità si muove tra

le foglie e il vento

Soffia nel cuore ogni profumo

Ascolta….

E’ lieve

un piccolo spazio di

eternità parla al

cuore.

Ascolta…

sogna…

Lascia che ti venga offerto

l’immenso e non

limitare il tuo ascolto a un

tempo finito.

Ci sono uomini che

vivono oltre

l’umanità nella

dimensione

dell’Anima.

In quel luogo dove

nascono i

sogni bambini.

Guarda…

non dimenticherai quello

che lascia un segno

nel tuo cuore

come la bellezza

l’Amore

AMORE

Ci sono storie che

raccontano il cuore

di quelle Anime che

hanno viaggiato nel

tempo degli uomini

Makizita Wakpa ascolta

il Grande Spirito

Ebe era bellissima

BELLISSIMA

Hokato

Vorrai stare qui per sempre

Dondolando tra quegli attimi di

tempo che porteranno all’apparire

di infinità…

Giuseppina Bruno

www.astroenergia.com

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* Quale realtà è la verità ?

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“Tendiamo a pensare che la realtà che vediamo sia “ciò che è” e che la verità sia solo la conoscenza corretta di quella realtà.

Ma la verità è “ciò che è”, e la realtà percepita in generale è solo apparenza e deformazione: può essere illusione.

La visione della deformazione è la fine della deformazione stessa.

Ma non c’è visione senza libertà.

La libertà è l’essenza del vedere, la libertà dal pregiudizio.

Una mente che è libera vede.

Vedere significa percepire l’intero.

E se la mente vede il tutto, allora l’errore non potrà più ritornare.

Vedere significa avere una visione globale.

Quando vedete il tutto, quella è la verità.”

(David Bohm, Jiddu Krishnamurti)

Opera di M.C. Esher